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Giurisprudenza

Affari conclusi con un prestanome:
l’Iva è indetraibile per negligenza

Non basta la convinzione della correttezza del proprio comportamento, risultante da una serie di circostanze, prima fra tutte quella di aver operato sempre e comunque in buona fede

disegno di uomo bendato

La Ctp di Firenze, con la sentenza n. 969 del 5 dicembre 2019, ha stabilito che, in tema di operazioni soggettivamente inesistenti, è colposa la condotta del soggetto che non si sia adeguatamente interessato dell’identità della controparte.
 
I fatti
La controversia originava da un ricorso alla Ctp di Firenze, presentato da una srl, operante per conto di una nota società dell’alta moda, contro gli avvisi di accertamento emessi dalla Dp di Firenze per svariate annualità di imposta.
La fonte di innesco risaliva a un processo verbale di constatazione, con cui l’ufficio fiorentino dell’Agenzia delle entrate recuperava a tassazione l’Iva addebitata alla società da una ditta fornitrice, di proprietà di un soggetto di nazionalità cinese.
L’Amministrazione finanziaria riteneva che le operazioni contestate fossero soggettivamente inesistenti, sulla base di “criticità” riscontrate a carico del soggetto emittente nonché di una serie di dichiarazioni rilasciate in sede istruttoria dalla stessa ricorrente.
 
La posizione della società
Secondo la compagine, tuttavia, la correttezza del proprio comportamento risultava da una serie di circostanze, prima tra tutte quella di aver operato, comunque, in buona fede.
In particolare, la srl affermava di avere, negli anni, consegnato sempre la merce a un soggetto ugualmente di nazionalità cinese, persona poi risultata estranea alla ditta. Tuttavia, proprio la descritta consuetudine avrebbe corroborato l’affermata ordinaria diligenza nel rapporto commerciale intrattenuto con la controparte.
 
Le eccezioni del fisco
Di contro, l’ufficio valorizzava una serie di elementi, ritenuti “critici”, attribuibili alla ditta, quali:

  • la partita Iva cessata alcuni anni prima così come la posizione ai fini Inps
  • l’assenza pressoché totale di dichiarazioni fiscali nonché di versamenti d’imposta
  • il mancato invio dell’elenco clienti/fornitori
  • la cancellazione dal registro imprese per irreperibilità del titolare, ugualmente irreperibile anche secondo il competente ufficio dell’anagrafe comunale.

L’inesistenza soggettiva delle operazioni emergeva, inoltre, a giudizio dell’ufficio, dalle stesse dichiarazioni della ricorrente, che ammetteva di aver intrattenuto rapporti con l’emittente per il tramite di un soggetto che, comunque, si comportava come titolare della ditta, in quanto ritirava la merce, trattava il prezzo e riconsegnava i capi di abbigliamento lavorati, con puntualità e a regola d’arte.
In definitiva, vi era stata, nel caso in esame, una grave negligenza della contribuente, che aveva gestito i rapporti con la controparte in maniera oggettivamente superficiale, omettendo quell’ordinaria diligenza che si dovrebbe pretendere da un imprenditore mediamente esperto.
 
La sentenza dei giudici fiorentini
Il Collegio fiorentino, nel respingere i ricorsi per le diverse annualità d’imposta, concorda con le argomentazioni espresse dall’ufficio, sottolineando come la stessa affermazione della contribuente di aver consegnato la merce a un soggetto rivelatosi completamente estraneo a quello riportato in fattura, determina l’accollo quantomeno della colpa di non essersi adeguatamente interessato sull’identità del proprio fornitore, sufficiente a integrare l’elemento soggettivo richiesto dalla Cassazione al fine di ritenere l’Iva indetraibile.
Non basta, in definitiva, la consuetudine nei rapporti a fondare la “buona fede in relazione alla bontà del fornitore”.
 
Conclusioni
Il caso annotato ci consente di ricordare che, in materia di detrazione dell’Iva, liquidata nella fattura passiva emessa dal cedente e versata in rivalsa dal cessionario, qualora sia contestata la inesistenza soggettiva dell’operazione:
- grava sull'Amministrazione fiscale l’onere di provare, anche in via presuntiva, ex articolo 2727 del codice civile, l’interposizione fittizia del cedente ovvero la frode fiscale realizzata a monte dell’operazione, eventualmente da altri soggetti, nonché la conoscenza o conoscibilità da parte del cessionario della frode commessa
- spetta, invece, al contribuente che intende esercitare il diritto alla detrazione o al rimborso, provare la corrispondenza anche soggettiva dell’operazione di cui alla fattura, con quella in concreto realizzata ovvero l'incolpevole affidamento sulla regolarità fiscale, ingenerato dalla condotta del cedente (Cassazione n. 13803/2014).
 
Più in particolare, nell’ipotesi di operazioni soggettivamente inesistenti, il diritto alla detrazione dell'imposta versata in rivalsa al soggetto, diverso dal cedente/prestatore, che ha, tuttavia, emesso la fattura, non sorge immancabilmente, per il solo fatto dell'avvenuta corresponsione di imposta ivi formalmente indicata, ma richiede altresì, a dimostrazione dell'effettiva inerenza dell'operazione all'attività istituzionale dell'impresa, che il committente/cessionario, il quale invochi la detrazione, fornisca, sul proprio stato soggettivo in ordine all'altruità della fatturazione, riscontri precisi, non esaurientisi nella prova dell'avvenuta consegna della merce e del pagamento della stessa nonché dell'Iva riportata sulla fattura emessa dal terzo, trattandosi di circostanze non decisive, rispetto al thema probandum, in rapporto alle peculiarità del meccanismo dell'Iva e dei relativi, possibili, abusi (Cassazione n. 1950/2007).
 
L’acquisto da prestanome
La Corte di cassazione, inoltre, con la sentenza 21080/2011, ha avuto occasione di negare il diritto alla detrazione Iva sulla base del fatto che il pagamento e la cessione di merce erano avvenuti e che il contribuente aveva acquistato da un prestanome dell’effettivo fornitore.
Determinante, nel caso richiamato, è stata l’osservazione che il pagamento e la cessione di merce erano sì concretamente avvenuti, ma il contribuente aveva acquistato da un prestanome dell’effettivo fornitore. La suprema Corte, secondo assunti consolidati, ha ricordato che, in tema di Iva, è indebita la detrazione d’imposta relativa a fatture per operazioni soggettivamente inesistenti, anche se la merce sia stata realmente acquistata e i costi risultino effettivamente sostenuti, non essendo la provenienza della merce stessa da soggetto diverso da quello figurante sulle fatture una circostanza indifferente ai fini dell’Iva: in questo caso, di fatto, l’operazione deve ritenersi soggettivamente inesistente (Cassazione, sentenze nn. 735/2010 e 5912/2010).
Difatti, in materia di Iva, la volontaria utilizzazione di documentazione fiscale non corrispondente alla realtà economica, configurando nei confronti del contribuente la partecipazione a una frode fiscale, gli impedisce di avvalersi del principio della tutela del terzo di buona fede, così come delineato dalla giurisprudenza comunitaria (cfr Corte di giustizia Ce, cause riunite C-439/04 e C-440/04) e preclude, quindi, la detraibilità dell’imposta risultante dalle fatture.
Nel caso concreto, l’indetraibilità è stata, in definitiva, confermata dai giudici fiorentini facendo corretto governo dei principi di riferimento, espressi sia dalla superiore giurisprudenza nazionale, che da quella sovranazionale.

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