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Giurisprudenza

Per le agenzie viaggi conta il valore di mercato

Al centro dell’attenzione della Corte di Giustizia la correttezza del comportamento posto in essere da un tour operator britannico

La recente controversia riguarda la corretta trasposizione dell’articolo 26 della sesta direttiva nella legislazione britannica e, in particolare, il criterio da applicare per la determinazione dei costi sostenuti dalle agenzie di viaggi. Il Tour Operator's Margine Scheme VAT dispone che l’importo totale percepito dal tour operator per le prestazioni erogate sia ripartito tra le prestazioni acquisite presso terzi e quelle fornite in proprio dall’agenzia, in base al costo effettivo di ogni componente.
Il criterio generale di determinazione dell’imposta sul valore aggiunto delineato dalla sesta direttiva, secondo cui l’imposta dovuta si calcola mediante un’operazione algebrica che mette a raffronto l’Iva relativa alle operazioni imponibili poste in essere dal soggetto passivo e l’Iva inerente le spese per i beni e i servizi utilizzati per le operazioni anzidette, è oggetto di precise deroghe, puntualmente e tassativamente individuate dal legislatore comunitario.
I regimi speciali
In determinati settori di attività, difatti, sia per la peculiare rilevanza socio-economica di quel settore (si pensi, ad esempio, all’agricoltura) o per la necessità di razionalizzare e semplificare il momento impositivo, sono previsti dei regimi "speciali" grazie ai quali l’imposta dovuta viene determinata non in maniera analitica ma forfetaria.
Il caso delle agenzie di viaggio
E’ il caso del regime previsto dall’articolo 26 della sesta direttiva per le agenzie di viaggio secondo cui "…le operazioni effettuate dalle agenzie per la realizzazione del viaggio sono considerate come una prestazione di servizi unica…Per questa prestazione di servizi è considerata come base imponibile e come prezzo al netto dell’imposta…il margine dell’agenzia di viaggi, cioè la differenza tra l’importo totale a carico del viaggiatore, al netto dell’Iva, ed il costo effettivo sostenuto dall’agenzia di viaggi per le cessioni e le prestazioni di servizi di altri soggetti passivi, nella misura in cui da tali operazioni il viaggiatore tragga direttamente vantaggio".
In base al predetto regime, quindi, la base imponibile per l’Iva non è costituita dal prezzo al netto dell’imposta ma dal margine di profitto realizzato dall’agenzia. La controversia sottoposta al vaglio della Corte (procedimento C-291/03) riguarda la corretta trasposizione del citato articolo 26 nella legislazione britannica e, in particolare, il criterio da applicare per la determinazione dei costi sostenuti dalle agenzie viaggi. Tale regime fiscale (definito Tour Operators’ Margine Scheme VAT) dispone che l’importo totale percepito dal tour operator per le prestazioni nel complesso erogate sia ripartito tra prestazioni acquisite presso terzi e prestazioni fornite in proprio dall’agenzia, in base al costo effettivo di ogni componente.
Il protagonista della controversia
Nel caso in questione si tratta di stabilire la correttezza del comportamento posto in essere dalla società di tour operator "My Travel" che, nella determinazione dei costi sostenuti per i pacchetti vacanze venduti ai propri clienti in un determinato periodo d’imposta, ha dapprima utilizzato il criterio prescritto dalla normativa interna (quello del costo effettivo) e, successivamente, sulla scorta di nuove indicazioni emerse dalla sentenza della Corte di giustizia nel caso "Madgett e Baldwin", ha ricalcolato il proprio debito Iva sulla base del valore di mercato dei biglietti aerei venduti nell’ambito dei pacchetti vacanze a prezzo forfetario, asserendo di non aver alcun termine di comparazione per la quantificazione delle altre prestazioni rese in proprio. Ciò ha comportato, in termini di imposta dovuta, una diminuzione del debito originariamente dichiarato, con la conseguente richiesta, da parte della My Travel, di rimborso della pretesa eccedenza di imposta.
Infatti il metodo di calcolo adoperato dalla società per la determinazione del costo del biglietto aereo sulla base del valore di mercato, produce l’effetto di aumentare la percentuale del prezzo forfetario imputato al trasporto, anche in considerazione che lo stesso è assoggettato ad aliquota zero in base alla normativa interna.
Le obiezioni mosse dalla Amministrazione fiscale britannica
L’Amministrazione fiscale britannica ha eccepito l’illegittimità di tale comportamento. Di conseguenza le autorità giudiziarie adite hanno sospeso il giudizio instaurato e deferito alla Corte di Giustizia la seguente questione pregiudiziale. Vale a dire se risulti conforme alla sesta direttiva che un tour operator che abbia già presentato la propria dichiarazione Iva, calcolando l’imposta dovuta sulla base del metodo dei costi effettivi, unico metodo previsto dalla normativa nazionale di recepimento della direttiva predetta, possa successivamente ricalcolare il debito Iva applicando un distinto criterio di valutazione dei costi basato sul valore di mercato (criterio, questo, ritenuto conforme ai principi del diritto comunitario dalla sentenza Madgett e Baldwin).
La posizione dei giudici comunitari
I giudici hanno risolto positivamente tale questione ritenendo che il tour operator possa legittimamente rideterminare l’imposta in precedenza dichiarata, sia pur adottando un metodo diverso da quello indicato dalla normativa nazionale ma ritenuto dalla Corte compatibile con il diritto comunitario. Inoltre la Corte ha svolto due importanti considerazioni. In primo luogo che l’adozione di un diverso criterio di determinazione dei costi, basato sul valore di mercato, non è subordinato al requisito che tale criterio sia più agevole da adottare rispetto al criterio basato sui costi effettivi. In secondo luogo che l’adozione del criterio del valore di mercato, adoperato dall’agenzia viaggi per ripartire il prezzo forfetario stabilito per i pacchetti viaggi offerti tra prestazioni acquisite presso terzi e prestazioni proprie, non è subordinato alla circostanza che il criterio medesimo conduca a un debito Iva analogo a quello che si otterrebbe ricorrendo al criterio dei costi reali. L’individuazione del criterio di volta in volta applicabile non è, però, rimessa alla mera valutazione discrezionale del soggetto passivo.
Difatti, la Corte ha precisato che "un’agenzia di viaggi che fornisca ai viaggiatori, ad un prezzo forfetario, prestazioni acquisite presso terzi e prestazioni erogate in proprio, è tenuta in linea di principio, ad isolare la parte del viaggio tutto compreso corrispondente alle prestazioni proprie sulla base del loro valore di mercato, quando tale valore possa essere determinato, a meno che non possa dimostrarsi che il metodo fondato sul criterio dei costi reali corrisponde fedelmente alla struttura effettiva del viaggio medesimo".
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