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Giurisprudenza

Autorizzazione all'appello, i giudici ne sottoscrivono la validità

Da presumersi legittima quella firmata in via vicaria dal direttore reggente con un "un mero graffio"

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E' da presumersi legittima l'autorizzazione alla proposizione dell'appello quand'anche sia stata sottoscritta "in via vicaria" dal direttore reggente, apponendo, come propria firma, "un mero graffio di penna neppure assimilabile ad una sigla". E' quanto affermato dalla Corte di cassazione con la sentenza n. 7778 del 21 marzo 2008. La controversia traeva origine dall'impugnazione di un avviso di accertamento con il quale l'ufficio contestava, ai fini Iva, operazioni in evasione d'imposta.
La Commissione tributaria adita accoglieva il ricorso presentato dal contribuente, mentre i giudici di secondo grado dichiaravano inammissibile l'appello proposto dall'agenzia delle Entrate, in quanto l'autorizzazione, prevista dall'articolo 52 del Dlgs 546/1992, era stata sottoscritta, come anticipato, "in via vicaria" dal direttore reggente e "recava un mero graffio di penna neppure assimilabile ad una sigla".
L'agenzia delle Entrate presentava ricorso per la cassazione della sentenza, deducendo violazione e falsa applicazione dell'articolo 52 del Dlgs 546/1992.

Prima di esaminare la pronuncia, occorre brevemente ricordare che il citato articolo 52, comma 2, del Dlgs 546/1992 dispone che "gli uffici periferici del Dipartimento delle entrate devono essere previamente autorizzati alla proposizione dell'appello principale dal rappresentante del servizio del contenzioso della competente Direzione regionale delle entrate...".
Secondo un consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, formatosi con riferimento all'assetto organizzativo preesistente all'attivazione delle Agenzie fiscali, l'autorizzazione all'appello ha natura di presupposto processuale (sebbene la norma non contenga una espressa previsione in tal senso), la cui mancanza determina l'inammissibilità del ricorso in appello, come tale rilevabile anche d'ufficio in ogni stato e grado del giudizio (cfr Cassazione, sentenze 13576/2007, 13196/2007, 20516/2006, 20782/2005, 4040/2004, 11321/2001).

Al riguardo, l'Avvocatura dello Stato ha precisato che l'istituto dell'autorizzazione assolve una triplice funzione:

 

  1. una interna all'Amministrazione, intesa a garantire il controllo gerarchico, anche di convenienza economica, sull'opportunità di proseguire il giudizio "iniziato male"
  2. una esterna, che consente al contribuente di individuare nell'Amministrazione finanziaria, nel suo insieme, il suo contraddittore, evitando anche il rischio di personalizzare delle controversie
  3. una deflativa di oggettiva economia dei giudizi, intesa a evitare che si protraggano contenziosi dall'esito scontato o comunque antieconomici per l'erario.

A seguito della istituzione delle Agenzie fiscali, la Cassazione ha mutato il proprio orientamento e, con la sentenza 604/2005, pronunciata a sezioni unite, ha affermato che la disposizione dell'articolo 52, comma 2, del Dlgs 546/1992, non è applicabile in relazione all'agenzia delle Entrate, cui il Dlgs 300/1999 ha attribuito la gestione delle totalità delle funzioni in precedenza esercitate dai dipartimenti e dagli uffici del ministero delle Finanze e trasferito i relativi rapporti giuridici, poteri e competenze, da esercitarsi secondo la disciplina dell'organizzazione interna di ciascuna Agenzia, "con la conseguenza che vengono esclusi condizionamenti al diritto delle Agenzie di impugnare in appello le sentenze delle Commissioni tributarie provinciali ad esse sfavorevoli".

Tuttavia, indipendentemente dal predetto orientamento giurisprudenziale, l'agenzia delle Entrate, con la circolare 65/2007, ha precisato che"gli Uffici e le Direzioni regionali debbono continuare ad applicare sistematicamente la procedura di autorizzazione all'appello prevista dall'art. 52, comma 2 del Dlgs 546/1992, in quanto si tratta di uno strumento per il concreto esercizio delle funzioni di indirizzo, coordinamento e controllo da parte delle Direzioni regionali nei confronti degli uffici ai sensi del comma 3 dell'art. 4 del regolamento di amministrazione".

Tornando alla sentenza in commento, nell'accogliere il ricorso dell'Amministrazione finanziaria, i giudici di legittimità hanno affermato che è da presumersi legittima, anche in relazione alla competenza a provvedere e fino a prova del contrario, l'autorizzazione alla proposizione dell'appello, "quand'anche questa sia stata sottoscritta in via vicaria dal direttore reggente e non assume rilievo preclusivo l'avvenuto ricorso all'apposizione della barra di solito usata per firmare gli atti in via vicaria". Irrilevante è anche la circostanza che l'atto rechi "un mero graffio di penna, neppure assimilabile ad una sigla".

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