Articolo pubblicato su FiscoOggi (https://fiscooggi.it/)

Giurisprudenza

Autotutela. Sui motivi del diniego
il giudice non può mettere bocca

La valutazione non può entrare nel merito delle ragioni che hanno indotto l’ufficio a non accogliere l’istanza e, quindi, estendersi alla fondatezza della pretesa erariale

Thumbnail
Con la sentenza 115/01/12, depositata il 5 novembre, la Ctr di Trieste, accogliendo la tesi dell’ufficio, ha chiarito che, in materia di diniego di autotutela, non può essere rimesso al sindacato del giudice l’esame, nel merito, delle ragioni che hanno portato l’Amministrazione a non accogliere l’istanza del contribuente.
 
In particolare, nel caso portato all’attenzione dei giudici tributari, il contribuente non aveva provveduto a impugnare gli avvisi di accertamento a lui regolarmente notificati. A seguito della successiva iscrizione a ruolo delle somme accertate, veniva emessa la conseguente cartella di pagamento, avverso la quale la parte proponeva ricorso sollevando, però, vizi propri dell’atto impositivo.
All’esito del giudizio in primo grado, la Ctp di Trieste aveva, quindi, dichiarato il ricorso inammissibile, con sentenza successivamente passata in giudicato per omessa impugnazione.
 
A distanza di tempo dalla predetta pronuncia definitiva, il contribuente aveva presentato all’ufficio un’istanza di annullamento in autotutela degli originari avvisi di accertamento, ormai divenuti definitivi.
A seguito del diniego espresso dell’Agenzia delle Entrate, la parte aveva, quindi, inoltrato un ulteriore ricorso davanti alla Ctp, contestando il mancato esercizio dei poteri di autotutela da parte dell’Amministrazione e, nel merito, chiedendo ai giudici una revisione della pretesa erariale contenuta nei predetti atti impositivi.
 
A seguito del rigetto del ricorso da parte della Commissione tributaria provinciale e del successivo appello del contribuente, la Ctr, accogliendo la difesa formulata dall’ufficio, ha confermato la pronuncia dei giudici di prime cure, recependo l’orientamento della Corte suprema che, con le sentenze 26313/2010, 11457/2010, 9669/2009 e 7388/2007 a sezioni unite, ha puntualizzato come, in merito all’impugnabilità del diniego, il sindacato del giudice tributario possa riguardare la sola legittimità formale del potere esercitato dalla Pa in sede di autotutela.
 
Nello specifico, la Corte di legittimità ha stabilito che l’attribuzione al giudice tributario delle controversie relative agli atti di esercizio dell’autotutela tributaria, in forza dell’estensione operata sull’articolo 12, secondo comma, della legge 448/2001, deve contemperarsi con la natura discrezionale dell’esercizio, da parte dell’Amministrazione, dell’autotutela tributaria.
In tale ottica, la Cassazione ha chiarito che il sindacato del giudice sul rifiuto dell’esercizio di autotutela deve, quindi, limitarsi alla legittimità della condotta omissiva e non può estendersi al merito, ovvero alla fondatezza della pretesa erariale.
 
Secondo quanto, infatti, statuito dalla giurisprudenza amministrativa in materia di esercizio, in ambito generale, del potere di autotutela (Consiglio di Stato, sentenze 2548/2012, 6995/2011, 919/2011, 4308/2010, nonché Tar Friuli Venezia Giulia, Trieste, sentenza 12/2010) “i provvedimenti di autotutela sono manifestazione dell’esercizio di un potere tipicamente discrezionale dell’amministrazione che non ha alcun obbligo di attivarlo e, qualora intenda farlo, deve valutare la sussistenza o meno di un interesse che giustifichi la rimozione dell’atto, valutazione della quale essa sola è titolare e che non può ritenersi dovuta nel caso di una situazione già definita con provvedimento inoppugnabile.
Pertanto, una volta che il privato, o per aver esaurito i mezzi di impugnazione che l’ordinamento gli garantisce, o per aver lasciato trascorrere senza attivarsi il termine previsto a pena di decadenza, si trovi di fronte ad un provvedimento inoppugnabile a fronte del quale può solo sollecitare l’esercizio del potere da parte dell’amministrazione, quest’ultima, a fronte della domanda di riesame non ha alcun obbligo di rispondere”.
 
In altri termini, secondo quanto puntualizzato dal Collegio triestino nella sentenza in esame, l’esercizio del potere di annullamento d’ufficio e/o revoca dell’atto contestato non costituisce un mezzo di tutela del contribuente sostitutivo dei mezzi giurisdizionali che non siano stati esperiti.
In tale contesto, infatti, a parere della Ctr, “diversamente opinando, si darebbe inammissibilmente ingresso ad una controversia su un atto impositivo ormai divenuto definitivo”.
URL: https://www.fiscooggi.it/rubrica/giurisprudenza/articolo/autotutela-sui-motivi-del-diniego-giudice-non-puo-mettere-bocca