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Giurisprudenza

Bar aperto al pubblico, nel circolo ... della commercialità

La somministrazione di bevande dietro pagamento di corrispettivi specifici non rientra in alcun modo tra le finalità istituzionali dell’associazione

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Il circolo che distribuisce bevande dietro il pagamento di un corrispettivo e che rilascia immediatamente le tessere a chi si presenta all’ingresso è di fatto aperto al pubblico e, pertanto, ai fini fiscali, esercita un’attività commerciale.
E’ quanto stabilito, in tema di Iva, dalla sentenza n. 25463 del 20 ottobre 2008, con la quale la Corte di cassazione ha riproposto all’attenzione una tematica ricorrente, anche nell’imposizione diretta, fondata sull’interrogativo se la gestione di un bar posto all’interno di entità (circoli, club, associazioni) con finalità non lucrative possa dar luogo ad attività commerciale, pertanto soggetta a tutti gli obblighi tributari.

Il fatto
Dopo l’esito di primo grado favorevole all’Amministrazione, la Commissione tributaria regionale accoglieva in parte l’appello di una società di fatto (un club) a cui erano stati notificati accertamenti Iva (riuniti in primo grado), fondati su un Pvc della Guardia di finanza che aveva constatato, nell’ispezione, l’esistenza di un bar, gestito dal club sportivo, aperto al pubblico e non riservato ai soli soci.

La società, parzialmente soccombente, ricorreva in Cassazione, lamentando:
  • l’omesso esame di un punto decisivo della controversia. La Commissione regionale avrebbe, cioè, trascurato la doglianza della mancata autorizzazione del procuratore delle Repubblica per l’accesso dei verificatori, come sarebbe stato necessario in ragione della natura privata del circolo gestito dalla società (la richiesta, per accedervi, di iscrizione all’associazione avrebbe provato che il locale non era aperto a chiunque)
  • vizi di motivazione della sentenza impugnata, poiché il giudice del riesame avrebbe consequenzialmente ritenuto di natura commerciale l’attività di bar, gestita - nei locali del circolo - dalla società stessa, a fronte della tesi per cui la semplice somministrazione di bevande non è da ritenere attività commerciale quando effettuata in circoli di natura politica o ricreativa, in conformità alle finalità istituzionali dell’associazione.

La decisione
La Cassazione ha giudicato infondati entrambi i profili di impugnazione.

Quanto al primo motivo, la Corte ha considerato che la necessità dell’autorizzazione dell’Autorità giudiziaria all’accesso era stata esclusa dal giudice di appello, mediante un giudizio di fatto immune da censure motivazionali, considerando che le circostanze emerse dall’ispezione avevano dimostrato l’esistenza di un locale aperto al pubblico, nel quale veniva gestita un’attività non riservata ai soli soci. Da qui, la prova della natura commerciale dell’attività in esso gestita.

Riguardo al secondo rilievo, i giudici hanno osservato come l’argomentazione sostenuta dalla società si ponesse irrimediabilmente “in contrasto” con l’orientamento di legittimità, dal momento che più volte è stato affermato - quanto meno nel sistema vigente anteriormente all’entrata in vigore dell’articolo 4 della legge 383/2000, che ha consentito alle associazioni di promozione sociale di finanziarsi con attività commerciali consistenti nella cessione di beni e servizi ai soci e ai terzi - che l’attività di bar con somministrazione di bevande dietro pagamento di corrispettivi specifici svolta da un circolo sportivo, culturale o ricreativo, “anche se effettuata ai propri associati”, non rientra in alcun modo tra le finalità istituzionali dell’associazione, ma è da ritenere, ai fini del trattamento tributario, attività di natura commerciale (fra le tante, cfr le sentenze 15191/2006, 606/2006 e 19009/2005).

Osservazioni
La Corte ha confermato il proprio orientamento in materia (cfr anche le sentenze 2403/2000, 19840/2005 e 19843/2005), se si osserva che:
  • la prova dell’apertura concreta al pubblico dei locali di un circolo vale a imprimere l’impronta di commercialità all’attività ivi esercitata
  • lo snodo decisivo della natura lucrativa dell’attività svolta non è rappresentato tanto dalle prestazioni effettuate nei confronti dei clienti “non soci”, quanto - a prescindere dal requisito associazionistico - “dalla somministrazione di bevande dietro pagamento di corrispettivi specifici”. 
Ciò vuol dire che, per i giudici di legittimità, l’attività di bar rientra di per sé nella nozione civilistica di attività commerciale, prescindendo sia dalla tipologia dei destinatari delle prestazioni sia dalla conformità alle finalità istituzionali perseguite dall’ente.
Va da sé che, su tali presupposti, l’attività rientra nel campo impositivo. L’argomentazione della Corte è, del resto, perfettamente in linea con la normativa tributaria di settore (articoli 148 del Tuir, per le imposte sui redditi, e 4 del Dpr 633/1972, per l’Iva).

E’ da rilevare, comunque, come tale orientamento evidenzi un particolare rigore nell’esclusione di qualsiasi possibile relazione di conformità tra la gestione dell’attività di bar e le finalità istituzionali perseguite, in presenza delle quali le norme Iva e Irpeg (Ires) accorderebbero la non imponibilità delle relative prestazioni; finalità che devono riguardare, peraltro, la cultura, lo sport, l’assistenza eccetera.

In tal modo, la Cassazione, nella sentenza in commento, dando peso risolutivo alla somministrazione di bevande che avviene verso la corresponsione di corrispettivi specifici, “anche se effettuata ai propri associati”, ha mostrato drasticamente di non salvare neppure quelle posizioni eseguite “esclusivamente” nei confronti di propri associati (in genere in numero molto limitato) nell’ambito delle quote associative versate periodicamente dai medesimi, circostanza che merita sicuramente un distinguo e una maggiore ponderazione, senza – naturalmente – che si arrivi ad ammettere che l’associazione “sia arbitra della propria tassabilità” (Corte costituzionale, sentenza 467/1992).

In realtà, la stessa Amministrazione finanziaria ha argomentato che l'attività svolta “in diretta attuazione degli scopi istituzionali” non è quella genericamente rientrante fra le finalità istituzionali dell'ente, in quanto il legislatore subordina l'applicazione del regime di favore alla circostanza che l'attività costituisca il naturale completamento degli scopi specifici e particolari che caratterizzano ciascun ente associativo, anche verificando a tal fine che l'ente “abbia effettivamente svolto per l'intero periodo d'imposta prevalentemente attività commerciale” (cfr circolare 124/1998).

Un’apertura di segno contrario era stata, peraltro, registrata con la sentenza 18563/2005, con cui la Suprema corte aveva fornito un’interpretazione meno restrittiva della fattispecie, ritenendo possibile l’accessorietà dell’attività di un bar (“esercizio di somministrazione di alimenti e bevande”) rispetto all’attività istituzionale di un circolo ricreativo.
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