Articolo pubblicato su FiscoOggi (https://fiscooggi.it/)

Giurisprudenza

Beni divisi, niente famiglia fiscale
così il redditometro è legittimo

Non è fondata la pretesa del contribuente di computare nel suo anche il reddito del coniuge, poiché è tenuto a dimostrare che il reddito presunto non esiste o esiste in misura inferiore

immagine generica illustrativa

In tema di Irpef, è valido l’accertamento sintetico operato dall’Amministrazione finanziaria, ex articolo 38, Dpr n. 600/1973, sulla scorta degli indici previsti dai decreti ministeriali del 10 settembre e 19 novembre 1992 - redditometro - al fine di determinare il reddito complessivo netto del contribuente, che, con il semplice richiamo alla “famiglia fiscale”, non adempie all’onere di dimostrare che il reddito presunto non esiste o esiste in misura minore. Lo ha pecisato la Cassazione nell’ordinanza n. 31782 del 5 dicembre.

I fatti
Nell’ambito della propria attività di controllo, l’ufficio ha inviato questionari a un contribuente, chiedendogli di produrre documentazione idonea a giustificare la propria capacità contributiva e avvisandolo che i documenti non prodotti in tale sede non sarebbero stati ammessi a sua difesa nella fase amministrativa e nell’eventuale contenzioso instaurato innanzi al giudice tributario.
Esaminata la risposta e i documenti allegati, sono emersi alcuni degli elementi sintomatici di una maggiore capacità contributiva compresi tra quelli riportati nel tabella allegata al Dm 10 settembre (e cioè sia investimenti patrimoniali: acquisto di un fabbricato e assegnazione a socio del diritto di superficie su fabbricato, sia spese gestionali per disponibilità di beni: auto a gasolio, imbarcazione a motore, residenza principale e altra secondaria, quattro premi assicurativi).

Di conseguenza l’Agenzia ha ricostruito in modo sintetico il reddito del contribuente, notificandogli tre distinti avvisi di accertamento per gli anni d'imposta 2005, 2006 e 2007. Altalenante l’esito dei giudizi di merito. La Commissione tributaria provinciale, infatti, ha ritenuto legittimi gli atti sia per i profili procedimentali e di metodo usati, sia per ragioni di merito, concludendo che non era fondata la pretesa del contribuente di computare nel suo reddito anche quello del coniuge, poiché l’accertamento era stato condotto rispetto ai beni che risultavano intestati solo a lui, e agli impegni da lui assunti in via esclusiva, mentre quelli cointestati con il coniuge erano stati considerati per la parte di rispettiva spettanza.
 
Di diverso avviso la Commissione regionale che, invece, ha accolto l’appello del contribuente, dichiarando di non condividere le argomentazioni del primo giudice sul mancato computo del reddito del coniuge, dovuto essenzialmente al regime patrimoniale di separazione dei beni scelto dalla moglie. In particolare, il giudice di secondo grado ha enfatizzato il principio della “famiglia fiscale”, ovvero della rilevanza dei redditi del coniuge, che aveva optato per la separazione patrimoniale dei beni, e degli altri componenti il nucleo familiare, al fine di individuare correttamente il perimetro di ricchezza del contribuente, specialmente se, come nella fattispecie, tale ricchezza veniva desunta con metodo sintetico. muovendo dalla capacità di spesa.

L’Agenzia delle entrate ha proposto ricorso per Cassazione, lamentando, tra l’altro:
a) violazione di legge (articolo 38, Dpr n. 600/1973; articolo 3, legge n. 549/1995 e articolo 2967 cc) perché la Commissione regionale non aveva tenuto conto del regime di separazione dei beni tra i coniugi al quale non si poteva negare riflesso fiscale (non sussisteva cioè alcun problema d’imputazione dei redditi proprio perché, ai fini fiscali, i coniugi erano soggetti del tutto autonomi e distinti) e, inoltre, perchè aveva indebitamente ribaltato il sistema probatorio sul quale era fondato il “redditometro”
b) mancato esame di un fatto controverso poiché la Commissione aveva utilizzato il principio di partecipazione reddituale della coniuge ai redditi familiari per giustificare la maggiore capacità contributiva contestata al contribuente, senza che quest’ultimo, tuttavia, avesse quantificato e dimostrato l’effettiva contribuzione della moglie all’acquisto dei beni a lui intestati in via esclusiva.

La Corte ha accolto il ricorso e ha affermato che “in tema di accertamento delle imposte sui redditi delle persone fisiche, il D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 38, prevede che gli uffici finanziari possano determinare sinteticamente il reddito complessivo netto del contribuente, sulla base degli indici previsti dai D.M. 10 settembre e D.M. 19 novembre 1992, riguardanti il cd. redditometro, e tale metodo di accertamento dispensa l’Amministrazione finanziaria da qualunque ulteriore prova rispetto all’esistenza dei fattori-indice della capacità contributiva, sicchè è legittimo l'accertamento fondato su di essi e resta a carico del contribuente, posto nella condizione di difendersi dalla contestazione dell’esistenza di quei fattori, l'onere di dimostrare che il reddito presunto non esiste o esiste in misura inferiore” (cfr Cassazione, nn. 16912/2016, 17793/2017, 27811/2018, 17534/2019 e 31782/2019).

Osservazioni
I giudici di legittimità sono stati chiamati ad arginare il principio di “famiglia fiscale” utilizzato impropriamente nella sentenza impugnata. La Commissione regionale, infatti, improntando la procedura di accertamento sintetico sull’induzione della capacità contributiva alle spese effettuate, si è limitata a fare riferimento univoco alla provenienza della disponibilità di spesa e a giustificarla con il richiamo alla permeabilità dei patrimoni individuali, conseguente all’insieme di relazioni stabili anche non istituzionalizzate, che si sviluppano nell’ambito della famiglia. Permeabilità che comunque va dimostrata tanto nella sua esistenza quanto nella sua misura.
A tale riguardo, i giudici di legittimità hanno chiarito che la ricostruzione del reddito secondo la modalità del “redditometro ante-riforma” (per i periodi precedenti l’anno d’imposta 2009, regolati dalle modifiche apportate all’articolo 38, Dpr n. 600/1973, dal Dl n. 78/2010) si basa sul presupposto logico secondo il quale l’effettuazione di una spesa è di per sé indice dell’esistenza di un reddito idoneo a sostenere tale impiego di denaro, a prescindere dall’individuazione delle effettive fonti di produzione.
Nella fattispecie esaminata, il giudice d’appello non ha tenuto conto del regime patrimoniale di separazione dei beni tra i coniugi e del suo riflesso fiscale. La sentenza, infatti, fonda le proprie conclusioni solo sul mancato uso del criterio della “famiglia fiscale” che “potrebbe” far pervenire il giudice a un risultato diverso da quello raggiunto dall’Agenzia. Tale affermazione, volta a dimostrare l’opposizione di un criterio eventuale, con il suo conseguente risultato ipotetico, alla valenza probatoria accordata ex lege al “redditometro” quale metodo di accertamento fondato ex lege su indici di ricchezza, contrasta con il sistema di ripartizione dell’onere probatorio esistente in tale materia.

Il contribuente, sul quale gravava l’onere di dimostrare l’inesistenza (o la minor misura) del reddito presunto, infatti, non ha provato, in modo adeguato e convincente, la corrispondenza tra le entrate e gli investimenti del periodo, poiché non ha giustificato in maniera analitica, collegandoli, i relativi introiti con gli esborsi (ad esempio, ha dimostrato l’incasso della vendita di un immobile, esibendo un assegno di importo diverso da quello indicato nella compravendita ed emesso un anno dopo la data del rogito immobiliare).
Senza dire che, comunque, la “famiglia fiscale” non assume una rilevanza autonoma, bensì, costituisce un elemento di valutazione di attendibilità delle singole posizioni dei membri, isolatamente considerate, ovvero valutate nella loro globalità, per individuare i soggetti ai quali deve essere imputato il maggiore reddito accertato in presenza di documentazione probante che un acquisto sia materialmente avvenuto con l’esborso di denaro (ad esempio, attraverso tracciamento del denaro) ovvero che sia stato finanziato dai familiari (ad esempio, attraverso documentazione bancaria).

URL: https://www.fiscooggi.it/rubrica/giurisprudenza/articolo/beni-divisi-niente-famiglia-fiscale-cosi-redditometro-e-legittimo