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Giurisprudenza

In caso di operazioni fittizie, va
al contribuente la prova contraria

L’ufficio deve determinare una certa percentuale di componenti negativi di cui sia venuto a conoscenza attraverso elementi probatori non direttamente riconducibili alle scritture contabili

castello di carte

L’emissione di fatture per operazioni inesistenti, ai fini delle imposte sui redditi, dà luogo a un presunto vantaggio economico che il contribuente può superare mediante la prova contraria. La prova può consistere in presunzioni “semplicissime” cioè prive dei requisiti di gravità, precisione e concordanza. Nello stesso tempo, l'ufficio è tenuto a riconoscere una percentuale di costi in misura forfetaria, in ragione del principio di capacità contributiva. Questo il principio ribadito nella sentenza della Corte di cassazione n. 19191 del 17 luglio 2019
 
I fatti di causa portati al vaglio dei supremi Giudici traggono origine da un avviso di accertamento emesso dall’Agenzia delle entrate nei confronti di una Sas e dei suoi soci accomandatari.
 
L’Ufficio rilevava che la società:

  • non aveva presentato la dichiarazione dei redditi per l’anno d’imposta 2002
  • aveva emesso quattro fatture nei confronti di un’impresa agricola condotta dalla madre di uno dei soci accomandatari e che le stesse erano riconducibili a operazioni inesistenti
  • i correlati costi avevano l’unica finalità di poter ottenere, da parte della citata impresa agricola, un contributo pubblico. 

Inoltre, nei confronti dei soggetti accertati era stato avviato un procedimento penale e il reddito d’impresa accertato era corrispondente al fatturato realizzato dalla società.
 
La Commissione tributaria regionale del Lazio rigettava l’appello proposto dai contribuenti avverso la pronuncia della Ctp con la quale i Giudici di primo grado avevano rigettato il ricorso introduttivo rilevando che:

  • il procedimento penale si era concluso con l’assoluzione degli indagati con la formula del “fatto non sussiste”
  • l’omessa presentazione della dichiarazione dei redditi autorizzava legittimamente l’ufficio all’utilizzo delle presunzioni cosiddette ”super semplici” ovverosia prive dei requisiti di gravità, precisione e concordanza
  • la società non aveva in dotazione mezzi e personale adeguati al sostentamento delle presunte operazioni accertate e gli assegni bancari esibiti in giudizio non risultavano essere mai passati sul conto corrente del consorte della titolare dell’agriturismo. 

Avverso il deliberato della Ctr, i contribuenti propongono ricorso per Cassazione, articolato su quattro motivi di impugnazione, a seguito dei quali l’Agenzia delle entrate resiste con controricorso.
 
La Cassazione con sentenza n.19191 del 19 luglio 2019 ha cassato con rinvio la sentenza di secondo grado ma, per quel che qui interessa, appare importante soffermarsi su uno specifico punto di diritto affrontato dai giudici di piazza Cavour.
In particolare, gli Ermellini, nel rigettare perché infondati il secondo, terzo e quarto motivo di doglianza dei ricorrenti, precisano, tra l’altro, che appare condivisibile ed equilibrata la considerazione svolta dall’Agenzia delle entrate in base alla quale operazioni di fittizie fatturazioni determinano, in relazione al disposto di cui all’articolo 39, comma 1, lettera d) del Dpr 600/1973 una corrispondente presunzione di beneficio economico che è onere di parte avversa superare (cfr Cassazione n.22680/2018).
 
Di conseguenza, è legittimo ritenere applicabile, al caso di specie, l’istituto delle presunzioni cosiddette “super semplici” (prive delle caratteristiche di gravità, precisione e concordanza); pertanto, è logico, da un punto di vista fattuale, ritenere che la società in questione abbia goduto di un vantaggio finanziario pari all’importo complessivo delle quattro fatture emesse. L’utilizzo di tali presunzioni comporta un’inversione dell’onere della prova ponendo a carico del contribuente la deduzione di elementi contrari finalizzati a dimostrare che il reddito accertato (quale risultato algebrico di costi meno ricavi) non sia stato prodotto, in tutto o in parte, o sia stato realizzato in misura inferiore a quella stabilita dall’ufficio nel proprio avviso di accertamento (cfr Cassazione n.14930/2017).
 
Per contro, è altrettanto pacifico in giurisprudenza (cfr. Cassazione nn.1506/2017; 225/2005; 3995/200; 26748/2018) il principio di diritto conosciuto come “valorizzazione dei costi” per cui, anche nelle ipotesi di accertamento cosiddetto induttivo “puro” ai sensi dell’articolo 39, comma 2, Dpr 600/1973 in conseguenza dell’omessa presentazione della dichiarazione dei redditi, l’ufficio è tenuto a determinare, seppur in termini, per l’appunto, induttivi, una determinata percentuale di componenti negativi di cui sia venuto comunque a conoscenza attraverso elementi probatori che non siano direttamente collegabili alle scritture contabili.
Il tutto al fine di non elidere il generale principio di capacità contributiva contenuto nell’articolo 53 della Costituzione e di poter correttamente sottoporre a tassazione non già l’utile lordo quanto quello netto riconoscendo la deduzione di costi non registrati nella contabilità sociale.
 
Tale principio non incontra alcun intralcio nel disposto di cui all’articolo 109 del Dpr 917/1986 in base al quale i componenti negativi di reddito sono ammessi in deduzione se e nella misura in cui risultino dal conto economico. Detta disposizione conosce una limitazione, nella sua portata applicativa, nell’ipotesi di variazione induttiva del reddito per cui alla rideterminazione dei ricavi deve corrispondere un riconoscimento forfetario di costi (cfr. Cassazione nn.28740/2017; 1166/2012; 3995/2009).

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