Articolo pubblicato su FiscoOggi (https://fiscooggi.it/)

Giurisprudenza

Cessione d’azienda fra parenti, la gratuità non si presume

L’onere probatorio è a carico del contribuente, qualora esistano prove documentali relative all’onerosità dell’atto, anche acquisite in sede di accertamento di altre imposte

Thumbnail
Con la sentenza n. 12899 del 1° giugno 2007, la Corte di cassazione ha disposto, in materia di tassazione della plusvalenza patrimoniale relativa al valore dell’avviamento realizzata in seguito alla cessione di azienda, che spetta al contribuente superare la presunzione di onerosità della cessione accertata in sede di applicazione dell’imposta di registro. In proposito, infatti, seppur in presenza di cessione intercorsa fra soggetti legati da vincoli di parentela, l’Amministrazione finanziaria è legittimata a procedere in via induttiva all’accertamento del reddito in questione sulla base dell’accertamento di valore effettuato in sede di applicazione dell’imposta di registro.

Nel caso di specie, l’ufficio delle Imposte dirette emetteva un avviso di accertamento Irpef/Ilor, per l’anno 1990, nel quale determinava plusvalenze per avviamento commerciale derivante dalla cessione di azienda intercorsa fra soggetti legati da vincoli di parentela.
Il contribuente impugnava detto avviso dinanzi ai giudici tributari di primo grado, rilevandone il difetto di motivazione e, soprattutto, sostenendo la gratuità della cessione.
Il ricorso veniva accolto dalla Commissione tributaria provinciale e la decisione veniva, poi, confermata anche dai giudici di secondo grado, sulla base della circostanza che la cessione essendo intervenuta tra parenti, doveva ritenersi a titolo gratuito; nulla rilevava, in proposito, quanto dichiarato dalle parti nell’atto integrativo di compravendita, con il quale si regolava la modalità di versamento del prezzo e si determinava il valore dell’avviamento.
Avverso tale sentenza, l’Amministrazione finanziaria proponeva ricorso per cassazione.

La disciplina in questione, al comma 5 dell’articolo 54 del Dpr 917/1986, nella versione antecedente alle modifiche apportate dal Dlgs 344/2003, dispone che concorrono alla formazione del reddito anche le plusvalenze delle aziende, compreso il valore dell’avviamento, realizzate unitariamente mediante cessione a titolo oneroso; il trasferimento di azienda per causa di morte o per atto gratuito a familiari, invece, non costituisce realizzo di plusvalenze dell’azienda stessa.
Dalla richiamata normativa si evince, dunque, che la tassabilità della plusvalenza dei beni di impresa presuppone la fuoriuscita del bene dalla sfera patrimoniale dell’imprenditore contro il corrispettivo di un prezzo. Tale norma si applica anche nei confronti dell’avviamento, inteso come maggiore capacità di produrre reddito da parte dell’azienda già esistente e oggetto di cessione, rispetto alle aziende di nuova costituzione; ciò fa sì che il valore di un’azienda già esistente risulti maggiore del valore dei singoli beni che la compongono.

Nel caso di specie, i Supremi giudici sono stati chiamati a pronunciarsi circa la possibilità o meno che il vincolo di parentela intercorrente tra le parti che danno luogo alla cessione possa essere un elemento idoneo a far presupporre la gratuità dell’atto, e sulla possibilità, per l’Amministrazione finanziaria di procedere in via induttiva all’accertamento del reddito da plusvalenza sulla base dell’accertamento di valore effettuato in sede di applicazione dell’imposta di registro.

Al riguardo, la Corte di cassazione rileva che, in presenza di cessioni fra parenti, occorre comunque far riferimento alla natura intrinseca e alla configurazione giuridica dell’atto che ha operato il trasferimento, prescindendo da clausole o dichiarazioni inserite per finalità estranee all’atto stesso o comunque incoerenti rispetto agli elementi essenziali del tipo di contratto concluso.
Ciò che rileva, infatti, è la natura dell’atto posto in essere per effettuare il trasferimento del bene, mentre nessun effetto può riconoscersi a dichiarazioni rese dalle parti contraenti, ai fini meramente fiscali, ove le stesse snaturino l’atto posto in essere, inserendo elementi normalmente incompatibili con quelli propri dell’atto stesso. In caso contrario, infatti, proseguono i Supremi giudici, si darebbe luogo a ipotesi di elusione realizzate mediante l’inserimento nell’atto di clausole, sostanzialmente contrastanti con la volontà negoziale, che ne altererebbero la natura.
Di conseguenza, qualora le parti, come nel caso in esame, predispongano un atto di cessione e un successivo atto integrativo che regola la modalità di versamento del prezzo e stabilisce la determinazione dell’avviamento commerciale, emerge chiaramente che la cessione sia stata realizzata a titolo oneroso, circostanza, peraltro, confermata da un pregresso accertamento operato ai fini dell’imposta di registro.

In proposito, la stessa Corte di cassazione, con la sentenza n. 21055 del 2005, aveva già statuito che, in tema di accertamento delle imposte sui redditi, l’Amministrazione finanziaria è legittimata a procedere in via induttiva all’accertamento del reddito da plusvalenza patrimoniale relativa al valore dell’avviamento, realizzata a seguito di cessione di azienda, sulla base dell’accertamento di valore effettuato in sede di applicazione dell’imposta di registro, ed è onere probatorio del contribuente superare la presunzione che il prezzo incassato corrisponda all’importo accertato in via definitiva in sede di applicazione dell’imposta di registro.
Fermo restando, infatti, la diversità dei principi relativi alla determinazione dell’imponibile nel caso di trasferimento di un bene a seconda dell’imposta che si deve applicare, il Fisco può tener conto dei pregressi accertamenti svolti da altri uffici dell’Amministrazione stessa.

Con la sentenza in commento, quindi, la Corte di cassazione ha stabilito che la cessione di azienda fra parenti non necessariamente presuppone una cessione a titolo gratuito e qualora esistano delle prove documentali relative all’onerosità dell’atto, anche acquisite in sede di accertamento di altre imposte, spetta al contribuente dimostrare la gratuità dell’atto stesso.


 
URL: https://www.fiscooggi.it/rubrica/giurisprudenza/articolo/cessione-dazienda-parenti-gratuita-non-si-presume