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Giurisprudenza

Cessione d’azienda: la “solidarietà”
sopravvive pure a contratto risolto

Questo per evitare che, attraverso le diverse forme negoziali di dislocazione dei beni, venga a essere sottratta al fisco l’originaria garanzia patrimoniale dei crediti vantati

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Nell’ambito di un trasferimento d’azienda societaria, con l’ordinanza 11972 del 9 giugno 2015, la Corte di cassazione ha stabilito che la risoluzione del contratto di cessione di ramo d’azienda non impedisce al fisco di pretendere dal cessionario il pagamento delle imposte e delle sanzioni.
 
Quaestio facti
In una controversia concernente una cartella di pagamento per imposte e sanzioni collegate alla cessione di un ramo d’azienda, la Commissione tributaria regionale, in riforma della decisione di primo grado, ha annullato la suddetta cartella, a carico della cessionaria, attribuendo rilievo all’intervenuta risoluzione del contratto per inadempimento (articolo 1453 cc) dopo pochi mesi dalla stipula di una cessione d’azienda tra due società e parecchi anni dopo la notifica della cartella stessa.
 
Nel conseguente ricorso per cassazione, l’ente impositore censura la sentenza impugnata per violazione dell’articolo 14, Dlgs 472/1997, e degli articoli 1376, 1458, 1372, 2704, 2556, 2193 cc, in quanto la Commissione del riesame non aveva considerato che la transazione intercorsa fra cedente e cessionario, ove anche fosse stata interpretata come risoluzione del contratto per inadempimento, non era opponibile ai terzi alla stregua della normativa civilistica, spiegando effetti solo per il periodo a essa successivo, lasciando così inalterata l’efficacia della cessione per l’anno 2004.
 
La decisione
Nell’accogliere il ricorso dell’Amministrazione finanziaria, con ordinanza 11972/2015, la suprema Corte afferma che, dopo il trasferimento del ramo di azienda, anche il cessionario risponde al Fisco delle imposte e delle sanzioni. Ciò in virtù del principio della responsabilità solidale stabilito dall’articolo 14 del Dlgs 472/1997, in base al quale il cessionario dell’azienda è responsabile in solido con il cedente per il pagamento di imposte e sanzioni, in relazione alle violazioni commesse nell’anno in cui è avvenuto il trasferimento e nei due anni precedenti. La responsabilità solidale non può eccedere il valore dell’azienda ceduta. Inoltre, viene imposto all’ufficio creditore di procedere anzitutto in via esecutiva nei confronti del cedente.
 
Al riguardo, occorre considerare che la ratio dell’articolo 14 è evitare che, attraverso le diverse forme negoziali di trasferimento dei beni costituenti il complesso aziendale, venga a essere sottratta al Fisco l’originaria garanzia patrimoniale dei crediti tributari vantati nei confronti del cedente, in corrispondenza a quanto previsto, in caso di cessione di azienda, a tutela degli altri creditori, dall’articolo 2560, comma 2, del codice civile.
 
La norma fiscale introduce, infatti, una disciplina speciale in tema di cessione di azienda nei rapporti tributari, regolando diversamente gli effetti della cessione sui debiti del cedente rispetto alla normativa codicistica che, nelle parti in cui non viene derogata, deve comunque ritenersi pienamente operante (cfr Cassazione, pronuncia 5979/2014).
La particolare natura del credito tributario e il potenziale pregiudizio all’interesse pubblico, determinato dalla diminuzione della garanzia patrimoniale del soggetto cedente, hanno indotto il legislatore a differenziare la disciplina normativa tributaria da quella civilistica, da un lato, prescidendo dalla condizione formale, richiesta dall’articolo 2560 cc, dell’iscrizione del debito fiscale nelle scritture obbligatorie contabili della società cedente, in modo da estendere la disciplina dell’articolo 14 del Dlgs 472/1997 anche alle imprese non commerciali; dall’altro, distinguendo nettamente l’ipotesi lecita di cessione d’azienda (articolo 14, commi 1, 2 e 3) dal negozio di cessione d’azienda in frode al fisco (articolo 14, commi 4 e 5).
 
Detto ciò, occorre ora considerare il principio, vigente in tema di imposte sui redditi, che la plusvalenza fiscalmente rilevante, collegata alla cessione di un’azienda (articolo 86 del Tuir), si realizza al momento della conclusione del contratto, mentre non hanno rilievo alcuno le vicende successive relative all’adempimento degli obblighi contrattuali o all’estinzione dell’obbligazione per effetto di una transazione con carattere novativo ovvero di un negozio di risoluzione del precedente contratto per mutuo dissenso, essendo quest’ultimo, per giunta, inopponibile, ai sensi dell’articolo 1372, comma 2, cc, ai terzi e, quindi, anche all’Amministrazione finanziaria (cfr Cassazione, pronuncia 4366/2011).
Con l’ulteriore conseguenza che, ai sensi dell’articolo 1458, comma 2, cc, la successiva risoluzione dello stesso contratto di cessione d’azienda per inadempimento non può avere alcuna rilevanza nei confronti dei terzi e, a fortiori, nei confronti dell’Erario (cfr Cassazione, pronuncia 29745/2008).
 
Pertanto, essendo pacifico nel caso in esame che il credito fiscale dell’Amministrazione riguardava la stessa annualità nella quale era stata stipulata la cessione del ramo di azienda, a fronte dell’accordo concluso nello stesso anno, “non può revocarsi in dubbio la piena operatività della cessione ai fini della responsabilità del cessionario in ordine alle obbligazioni relative all’anno di conclusione dell’accordo di trasferimento d’azienda”.
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