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Giurisprudenza

Cessione d’azienda con vitalizio:
la plusvalenza è tassabile

Nessuna doppia imposizione per l’Irpef versata sulla rendita: diversi, infatti, sono i presupposti, l’uno relativo al reddito d’impresa, l’altro al reddito assimilato a quello di lavoro dipendente

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Configura un’ipotesi di plusvalenza tassabile anche la cessione di azienda con costituzione di una rendita vitalizia a favore del cedente, atteso che quest’ultima può costituire il corrispettivo di un’alienazione patrimoniale (pur assicurando una utilità aleatoria quanto all’ammontare concreto delle erogazioni che in base a essa verranno eseguite), con un valore economico agevolmente accertabile in base a calcoli attuariali, secondo criteri riconosciuti dall’ordinamento giuridico. Inoltre, non può essere considerato di ostacolo alla tassazione il rischio di una doppia imposizione, essendo la rendita vitalizia assimilabile, a fini fiscali, al reddito da lavoratore dipendente, in quanto il divieto di doppia imposizione scatta solo nel momento della concreta liquidazione della seconda imposta e solo nel caso in cui l’Amministrazione ritenga di avere diritto a ricevere il doppio pagamento.
Lo ha stabilito la Cassazione con ordinanza n. 20746 del 1° agosto 2019 con cui ha rigettato il ricorso di un contribuente.

La vicenda processuale e la pronuncia della Cassazione.
La vicenda parte da un avviso di accertamento con cui l’Agenzia delle entrate recuperava una maggiore Irpef nei confronti di un contribuente in virtù di una plusvalenza derivante dalla cessione, a favore del figlio, dell’azienda con attività di farmacia e commercio al minuto di articoli di profumeria, verso il corrispettivo costituito dalla rendita vitalizia a favore, congiuntamente, del cedente e della moglie. L’importo del corrispettivo veniva capitalizzato dall’ufficio mediante attualizzazione.

Col ricorso in Cassazione il contribuente denunciava la violazione e la falsa applicazione degli articoli 54, comma 3, e 75 del Dpr n. 917/1986, per avere il giudice a quo erroneamente ritenuto che l’imposta sulla plusvalenza derivante dalla cessione dell’azienda verso il corrispettivo della rendita vitalizia debba essere computata considerando quale base imponibile la capitalizzazione, mediante attualizzazione, del vitalizio, e vada imputata all’anno d’imposta nel quale il contratto di cessione è stato concluso.

Nel decidere la controversia la Cassazione ricorda il costante orientamento per cui in caso di cessione d’azienda, presupposto per la realizzazione di una plusvalenza è il trasferimento dell’azienda stessa dietro un corrispettivo, il quale è sufficiente che sia conseguito o imputato, potendo, invece, la percezione dello stesso essere assoggettata a modalità diverse scandite nel tempo (quali un pagamento differito o un reinvestimento contestuale).
Ne consegue che la plusvalenza può sussistere anche laddove il corrispettivo sia costituito da una rendita vitalizia, che dovrà essere valutata secondo le tabelle di capitalizzazione inserite nella legislazione fiscale e ciò non determina una doppia tassazione in relazione alle imposte che gravano sui ratei del vitalizio (cfr Cassazione, sentenze nn. 10801/2007, 387/2016 e 3518/2018).

Inoltre, la tassazione della cessione, prima, e della rendita vitalizia, poi, non configura un fenomeno di doppia imposizione, trattandosi di fattispecie impositive che danno luogo a due diversi presupposti reddituali. La prima ai fini della determinazione del reddito d’impresa, la seconda agli effetti della formazione del reddito assimilato a quello di lavoro dipendente.
Pertanto, nel caso di cessione a fronte di una rendita vitalizia, la plusvalenza derivante dall’operazione straordinaria si considera tassabile in quanto: da una parte, il corrispettivo imputabile alla plusvalenza dell’azienda ceduta – che la società realizza mediante l’acquisizione del diritto alla rendita vitalizia – ha natura di reddito d’impresa ed è tassabile secondo competenza; dall’altra, vi è la percezione delle rate di vendita che assumono la natura di reddito di lavoro dipendente e assimilato e, dunque, da tassare nel momento in cui viene percepito.

La circostanza che il prezzo realizzato sia stato convenuto nella forma della rendita vitalizia non comporta che il presupposto dell’imposizione della plusvalenza tassata divenga la periodica percezione della stessa rendita, piuttosto che la realizzazione, al momento della conclusione del contratto di alienazione, della contestata plusvalenza. Il momento rilevante, ai fini impositivi, per la realizzazione della plusvalenza, è dunque, di regola, quello di perfezionamento del contratto per effetto del consenso delle parti (Cassazione, n. 27179/2014).
Tale orientamento giurisprudenziale è in linea con l’interpretazione già fornita dall’Agenzia delle entrate nella risoluzione n. 255/2009.

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