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Giurisprudenza

Chiaroveggente poco previdente:
l’attività genera reddito tassabile

Le movimentazioni sui conti correnti non spiegate attirano sempre l’attenzione del Fisco. Sta al titolare fornire la dimostrazione che quei guadagni non sono imponibili

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Con la sentenza n. 66/08/2012, la Commissione tributaria regionale di Trieste ha reputato legittimo l’operato dell’ufficio che, con diversi avvisi di accertamento, aveva recuperato a tassazione i redditi non dichiarati da un contribuente, percepiti dall’attività di ministro di un culto religioso non riconosciuto dall’ordinamento.
La ripresa traeva origine da un processo verbale di constatazione emesso dalla Guardia di finanza in seguito alle indagini finanziarie effettuate sui conti correnti bancari intestati al contribuente, dalle quali erano emerse ingenti movimentazioni finanziarie per più annualità d’imposta, incompatibili con la situazione reddituale dello stesso, percettore di trattamento pensionistico in misura minima.
Considerata l’omessa presentazione delle relative dichiarazioni fiscali, con distinti atti impositivi l’ufficio aveva, dunque, recuperato a tassazione le maggiori somme accertate quali redditi diversi, ai sensi dell’ articolo 67, comma 1, lettera l), del Dpr 917/1986 (Tuir).
 
Il contribuente, infatti, risultava proprietario di un terreno e di un annesso fabbricato utilizzato quale luogo di culto, in cui si celebravano liturgie e distribuzione di bottiglie d’acqua qualificata come “benedetta”, proveniente da un pozzo scavato dal contribuente stesso.
In più, dagli accertamenti effettuati, anche mediante l’analisi del sito internet dedicato al suddetto luogo di culto, emergeva che, oltre a eventi solenni e riunioni di preghiera, il contribuente svolgeva altresì l’attività di chiaroveggente.
 
La parte impugnava i predetti avvisi di accertamento, contestando la ripresa effettuata dall’ufficio e qualificando le movimentazioni reddituali in entrata quali donazioni liberali dei fedeli.
La Ctp, riuniti i ricorsi, li rigettava integralmente, reputando infondata la tesi relativa alla natura liberale delle somme percepite, stante il mancato riconoscimento dell’ente di culto gestito dal contribuente.
La Commissione rilevava come, a fronte della presunzione legale stabilita dall’articolo 32 del Dpr 600/1973, il contribuente non avesse, comunque, fornito idonea prova contraria attestante la natura non reddituale degli importi transitati sui propri conti correnti.
 
A seguito dell’appello proposto dalla parte, la Commissione tributaria regionale, con la sentenza in esame, ha confermato quanto statuito dai primi giudici, ritenendo legittimo l’operato dell’ufficio.
A parere del Collegio, l’articolo 67, comma 1, lettera l), del Tuir, considera quali redditi diversi, come tali soggetti a tassazione, gli importi derivanti da attività di lavoro autonomo non esercitate abitualmente o dall’assunzione di obblighi di fare, non fare e permettere.
 
Nel caso concreto, in ragione delle dichiarazioni di parte, nonché delle testimonianze dei “fedeli” raccolte dai verbalizzanti, i proventi in contestazione erano stati percepiti dal contribuente a fronte della frequentazione, da parte di terzi, del luogo di preghiera, nonché in correlazione all’attività di chiaroveggente esercitata.
Considerata la presunzione legale stabilita dall’articolo 32 del Dpr 600/1973, i giudici d’appello hanno, dunque, reputato che il contribuente non ha dimostrato l’irrilevanza reddituale delle somme da lui percepite.
 
Tale decisione si pone, in termini generali, in conformità a quanto statuito, in materia, dalla Corte di cassazione, che, con numerose sentenze, ha affermato: “l’utilizzazione dei dati acquisiti presso le aziende di credito… non è subordinata alla prova che il contribuente eserciti attività di impresa (o di lavoro autonomo): infatti, se non viene contestata la legittimità dell’acquisizione dei dati risultanti dai conti correnti bancari, i medesimi possono essere utilizzati sia per dimostrare l’esistenza di un’eventuale attività occulta (impresa, arte o professione), sia per quantificare il reddito ricavato da tale attività, incombendo al contribuente l’onere di dimostrare che i movimenti bancari che non trovano giustificazione sulla base delle sue dichiarazioni non sono fiscalmente rilevanti” (Cassazione, sentenza n. 21132/2011).
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