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Giurisprudenza

Chirurgia estetica senza Iva
se provato il fine terapeutico

L'onere documentale va assolto al momento della fatturazione e non è possibile farlo in contenzioso, fase in cui verrebbe violata la riservatezza dei pazienti, a vantaggio di un interesse economico privato

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La Corte di giustizia tributaria di secondo grado delle Marche, con la sentenza n. 889 del 27 ottobre scorso, ha chiarito che, nelle ipotesi di fatture emesse come esenti a seguito di prestazioni di chirurgia estetica, l'onere di provare l'esenzione Iva comporta, ove occorra, che il medico, al momento del pagamento della prestazione, richieda al paziente un consenso all'utilizzo della documentazione medica ai fini fiscali e che, in mancanza di consenso, provveda alla fatturazione con Iva.

La vertenza originava da tre avvisi di accertamento, con cui un ufficio marchigiano dell'Agenzia delle entrate recuperava a un medico l'Iva sulle prestazioni di chirurgia plastico-ricostruttiva rese per un triennio, oltre a un determinato importo ai fini delle imposte dirette, tenuto conto delle risultanze delle indagini finanziarie svolte a carico del professionista, stante la mancata giustificazione del versamento di un assegno di pari importo.
Il contribuente adiva la Ctp di Ascoli Piceno, impugnando congiuntamente gli avvisi di accertamento, ritenendo – per quanto interessa in questa sede – che le proprie prestazioni professionali avessero diritto all'esenzione dell'Iva, ai sensi dell'articolo 10, comma 1, n. 18 del Dpr n. 633/1972, trattandosi di prestazioni sanitarie di diagnosi, cura e riabilitazione, rese nell'esercizio di una professione sanitaria.
Nel costituirsi in giudizio, l'Agenzia delle entrate contestava le argomentazioni del professionista ritenendo, in particolare, che le prestazioni sanitarie consistenti nell'esecuzione di interventi chirurgici di plastica ricostruttiva fossero esenti dall'Iva solo se rispondessero a finalità terapeutiche, allo scopo di curare la salute psico-fisica, restando a carico del contribuente l'onere di provare la sussistenza dei presupposti dell'invocata esenzione (prova che, secondo l'Agenzia, non era stata fornita per le prestazioni mediche in questione).
La Commissione di prime cure respingeva il ricorso, per quanto concerne la questione principale riguardante l'asserita non assoggettabilità a Iva delle prestazioni mediche in questione.
Il contribuente proponeva appello, ribadendo sostanzialmente le motivazioni e le richieste formulate in primo grado e l'Amministrazione finanziaria resisteva in giudizio.

La sentenza
Nel respingere il motivo di ricorso che stiamo analizzando, la Cgt di secondo grado delle Marche richiama il consolidato orientamento della Corte di cassazione, in base al quale “in tema di Iva, le prestazioni mediche e paramediche di chirurgia estetica si distinguono dalle prestazioni a contenuto meramente cosmetico e sono esenti di imposta, ex art. 10, comma 1, n. 18 Dpr 633/1972, nei limiti in cui sono finalizzate a trattare o curare persone che, a seguito di una malattia, di un trauma o di un handicap fisico congenito, subiscono disagi psico-fisici e, dunque, sono rivolte alla tutela della salute, gravando sul contribuente l'onere di provare la sussistenza dei suddetti requisiti soggettivi e oggettivi” (cfr Cassazione, n. 27947/2021; 26906/2022).

A questo proposito, la Corte aveva invitato il professionista a depositare un elenco dettagliato delle fatture ritenute riferibili a prestazioni esenti da Iva, allegando, per ciascuna fattura, ove possibile, la documentazione a sostegno del carattere “terapeutico” della prestazione. A seguito di tale invito, il medico aveva depositato una memoria in cui aveva elencato la gran parte delle fatture oggetto dei tre avvisi di accertamento, fornendo una descrizione dettagliata della relativa prestazione; inoltre, aveva depositato documentazione a sostegno del carattere terapeutico degli interventi/trattamenti in questione, consistente in una serie di foto di parti anatomiche (senza alcun riferimento ai nominativi dei pazienti e con l'annotazione a mano delle corrispondenti fatture) nonché alcune certificazioni, attestanti la finalità terapeutica di altrettanti interventi/trattamenti (eseguiti per disturbi funzionali, disagi psico-fisici e per disagio psicologico), oltre a una certificazione di uno psichiatra. In tutte queste certificazioni erano stati oscurati i nominativi dei pazienti e apposte annotazioni manoscritte contenenti l'indicazione delle corrispondenti fatture.

Ebbene, secondo il Collegio marchigiano, astrattamente, buona parte di dette prestazioni sembrano rientrare nel campo dell'esenzione Iva, apparendo giustificate da necessità terapeutiche.
Ma ciò solo in astratto, poiché la documentazione allegata a sostegno della finalità terapeutica degli interventi/trattamenti in questione – osservano i giudici – è del tutto “anonima”, essendo stati oscurati i dati identificativi del paziente: da qui, la carenza della prova del collegamento di detta documentazione con le fatture e, quindi, con gli interventi chirurgici descritti dal chirurgo.
In sostanza, per potere affermare il carattere terapeutico delle prestazioni in questione, afferma la Corte, non è sufficiente una descrizione come quella depositata dal professionista, bensì occorrere disporre di documentazione clinica completa (e non anonima), a riprova del tipo di intervento eseguito e delle necessità terapeutiche sottostanti.

In definitiva – conclude la Corte – il contribuente, per assolvere l'onere della prova a suo carico, derivante dalla consolidata giurisprudenza della Cassazione già richiamata, deve mettere a disposizione l'intero carteggio clinico riferibile alle prestazioni in questione o, comunque, un carteggio originale sufficiente a verificare le specifiche finalità terapeutiche sottostanti.
L’onere di provare l'esenzione Iva ai sensi dell'articolo 10, comma 1, n. 18 del Dpr n. 633/1972 comporta, ove occorra, che il medico, al momento del pagamento della prestazione, richieda al paziente un consenso all'utilizzo della documentazione medica ai fini fiscali (per dimostrare, all'occorrenza, la spettanza dell'esenzione) e che, in mancanza di consenso, provveda alla fatturazione con Iva. Né il contribuente può richiedere che il giudicante ottenga, mediante ordine di esibizione, la documentazione medica che egli non si è premurato di procurare (con il consenso dei pazienti) a tempo debito, poiché un ordine di esibizione si risolverebbe in una rilevante compromissione delle esigenze di riservatezza dei pazienti, a vantaggio di un interesse economico che il contribuente poteva e doveva tutelare, con il consenso dei pazienti, in modo autonomo.

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