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Giurisprudenza

Confisca per equivalente valida
anche per i beni di terzi estranei

La misura può colpire anche i valori che non hanno alcun rapporto o collegamento con l’illecito se la loro disponibilità può favorire la prosecuzione del reato stesso

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Il sequestro finalizzato alla confisca per equivalente ex articolo 322-ter codice penale, a differenza del sequestro preventivo di cui all’articolo 321, comma 2, codice procedura penale, ha ad oggetto l’equivalente del profitto del reato, e quindi anche cose di terzi estranei che non hanno rapporti con la pericolosità individuale del soggetto e non sono collegate con il singolo reato, purché la loro disponibilità possa favorire la prosecuzione del reato stesso.
Lo ha affermato la Cassazione, con l’ordinanza 33354 del 29 agosto.
 
I fatti
Il rappresentante legale pro-tempore di una società a responsabilità limitata è stato indagato, nella sua qualità, del reato previsto dall’articolo 3, Dlgs 74/2000, perché al fine di evadere l’imposta sul valore aggiunto, falsificava il contenuto delle scritture contabili obbligatorie avvalendosi di mezzi fraudolenti idonei a ostacolare l’accertamento dell’imposta (in particolare facendo figurare fittizie cessioni di beni all’estero in esenzione Iva), e indicava nelle dichiarazioni annuali elementi attivi soggetti a tassazione per un ammontare inferiore a quello effettivo, evadendo l’Iva per gli anni di imposta da 2005 a 2008.
A seguito delle indagini tributarie della Guardia di Finanza nei confronti di due società, una esercente l’attività di “erogazione di servizi di accesso ad internet”, l’altra priva delle sedi operative dichiarate (che coincidevano talvolta con garage condominiali), il gip di Roma ha disposto il sequestro per equivalente per circa 2.339.000 euro (somma che costituiva il profitto del reato corrispondente all’illecito risparmio d’imposta). Il decreto è stato confermato dal tribunale in sede di riesame. In particolare, dall’ordinanza si rilevava che le società erano prive di contabilità, e gli amministratori formalmente risultanti erano semplici prestanome i quali, dietro corresponsione di compensi, avevano simulato false cessioni intracomunitarie delle merci (cosiddetta “frode carosello”), non assoggettandole a Iva. Operazioni ritenute false in quanto, dalla documentazione acquisita (falsi documenti di trasporto e fatture per operazioni inesistenti emesse da cartiere), emergeva che nonostante le società avessero dichiarato di aver ceduto i beni in regime intracomunitario, in realtà gli stessi beni non erano mai usciti dal territorio nazionale.
 
L’ordinanza è stata impugnata, tra l’altro, per violazione di legge e vizio di motivazione in ordine alla ritenuta applicabilità nei confronti del legale rappresentante del sequestro preventivo per equivalente. In particolare, il ricorrente lamentava la mancanza di collegamento tra il reato e i beni sequestrati (appartamenti e garage) in quanto acquistati in periodo antecedente rispetto a quello considerato dalla Guardia di Finanza.
Al riguardo la Corte ha dichiarato inammissibile tale motivo di ricorso e, con riferimento ai beni oggetto del sequestro preventivo, ha affermato che “ … il ‘periculum’ coincide con la confiscabilità del bene…”.
 
Osservazioni
La Corte ha precisato le caratteristiche del sequestro preventivo (ex articolo 322-ter codice penale) finalizzato alla confisca per equivalente, al fine di individuare i beni che ne possono costituire oggetto.
Per i reati tributari, la possibilità di procedere a sequestro per equivalente nelle fattispecie nelle quali non è possibile individuare il profitto derivante dalla condotta criminosa, consente al giudice di merito di quantificare l’illecito risparmio di imposte dovute e non pagate e di vincolare un valore equivalente a quello sottratto all’erario (Cassazione, sentenza n. 23811/2012).
Per la natura di risparmio propria della condotta evasiva, infatti, non è richiesto il nesso di pertinenzialità tra bene e reato; nesso che, invece, deve sussistere nel sequestro ordinario ex articolo 321, comma 2, codice procedura penale (anche nella confisca ordinaria prevista dall’articolo 240 codice penale che può avere a oggetto soltanto cose direttamente riferibili al reato (Cassazione, sentenza n. 11147/2012), essendo presupposto in defettibile per il provvedimento ablativo ordinario ma non essendo, invece, richiesto dal legislatore penale per la misura sanzionatoria (Cassazione 26654/2008).
Quest’ultima, infatti, persegue finalità dissuasiva e disincentivante privando il soggetto di qualunque beneficio economico derivante dall’attività criminosa e sottoponendo a vincolo di indisponibilità qualsiasi bene dell’indagato diverso, per definizione, dal prezzo o profitto del reato (proprio per l’impossibilità di aggredire tale bene). Ha, quindi, ad oggetto il tantundem solo per valore equivalente al profitto conseguito dal reo (Cassazione 4956/2012).
 
In presenza di indizi di reità, quindi, il giudice può verificare la sussistenza di condotte criminose legittimanti l’intervento cautelare e svolgere indagini per accertare l’effettiva impossibilità di rinvenire, interamente o parzialmente, il profitto del reato immediato o derivato (tenendo conto dell’impiego e delle trasformazioni subite dal provento). All’esito positivo di tale controllo, lo stesso giudice può disporre il sequestro dei beni rispettando il parametro dell’equivalenza di valore (Cassazione 27690/2012) e, cioè, seguendo la necessaria equivalenza sostitutiva corrispondente al vantaggio monetario del “guadagno illecito” del reo.
Di conseguenza, poiché il sequestro preventivo può attingere a cose che non sono collegate con il singolo reato ma delle quali il reo abbia disponibilità, i giudici di legittimità hanno chiarito che tale misura può colpire anche beni che, oltre a non avere alcun rapporto con la pericolosità individuale del soggetto, non hanno neppure alcun collegamento diretto con il singolo reato (Cassazione 41936/2005).
In tali casi, il “periculum” coincide con la confiscabilità del bene (Cassazione 25169/2012 e 7081/2012 e 1454/2008) posto che l’introduzione della misura della confisca per equivalente vale da sola a escludere la necessità di un vincolo pertinenziale tra la res e il reato (Cassazione 11121/2012).
E, infine, la Corte ha precisato che i beni sequestrati rilevano a prescindere dalla loro data di acquisto (diversamente da quanto sostenuto dal legale rappresentante della società che, richiamando la precedente pronuncia n. 19105/11, l’aveva interpretata, a sostegno della propria tesi, nel senso che non potessero essere aggrediti i beni dell’indagato se il loro acquisto era risalente rispetto al reato).

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