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Giurisprudenza

Conforme al diritto Ue la ritenuta
sui dividendi alle società estere

L'applicazione di una trattenuta sugli interessi corrisposti a titolo di acconto per i residenti e a titolo di imposta per i non residenti assicura la neutralità dell’imposizione

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La disciplina prevista dall'articolo 26, comma 5, del Dpr n. 600/1973, relativa alla ritenuta a titolo d'imposta sui dividendi distribuiti a un soggetto non residente, è conforme al diritto dell'Unione europea.

È quanto ha stabilito, con l’ordinanza n. 26204 dell’8 settembre 2023, la quinta sezione della Corte di cassazione, accogliendo le tesi dell'Amministrazione finanziaria e respingendo un ricorso presentato da un istituto assicurativo. In particolare, i magistrati romani hanno confermato come l'applicazione della ritenuta alla fonte nei confronti di una società estera non costituisce una restrizione alle libertà fondamentali relative alla prestazione di servizi e alla circolazione dei capitali, previste e garantite dagli articoli 43 e 56 del Trattato Ce.

La decisione risulta, peraltro, conforme a quanto già stabilito dalla Corte di giustizia dell'Unione europea nella sentenza del 12 dicembre 2006, nella causa n. C-446/04.

Il fatto e il giudizio di merito
L’Agenzia delle entrate contestava a una società assicuratrice di avere eluso l'applicazione dell’articolo 26, comma 5, del Dpr n. 600/1973, non avendo effettuato le ritenute sugli interessi afferenti ad alcuni prestiti e operazioni finanziarie contratti con una società finanziaria di diritto olandese.
Emetteva, dunque, un apposito avviso di accertamento con il quale recuperava l'omessa effettuazione di ritenute alla fonte a titolo d'imposta.
L’atto impositivo era impugnato dinanzi ai competenti giudici tributari di primo grado, che accoglievano le doglianze della società contribuente e annullavano l’accertamento posto in essere dall’ufficio.
L’esito del giudizio veniva però completamente ribaltato in appello, dove la Corte di giustizia tributaria di secondo grado della Lombardia riteneva pienamente legittimo l’avviso di accertamento emesso dal Fisco e annullava la decisione di primo grado.
Avverso tale decisione, la compagnia assicuratrice proponeva ricorso di ultima istanza dinanzi la Suprema Corte di cassazione, avverso il quale l’Agenzia delle entrate resisteva con apposito controricorso.

Disciplina e ricorso in Cassazione
In merito, occorre preliminarmente ricordare come il comma 5 dell’articolo 26 (rubricato “Ritenute sugli interessi e sui redditi da capitale) del Dpr n. 600/73 prevede che “i soggetti indicati nel primo comma dell'articolo 23 operano una ritenuta del 12,50 per cento a titolo d'acconto, con obbligo di rivalsa, sui redditi di capitale da essi corrisposti, diversi da quelli indicati nei commi precedenti e da quelli per i quali sia prevista l'applicazione di altra ritenuta alla fonte o di imposte sostitutive delle imposte sui redditi. Se i percipienti non sono residenti nel territorio dello Stato o stabili organizzazioni di soggetti non residenti la predetta ritenuta è applicata a titolo d'imposta ed è operata anche sui proventi conseguiti nell'esercizio d'impresa commerciale.
Nel suo ricorso in Cassazione, la compagnia assicuratrice sostiene come l’applicazione, a carico dei sostituti d'imposta residenti in Italia, della ritenuta sugli interessi corrisposti a società commerciali residenti in un altro Stato membro, violerebbe la libertà di prestazione dei servizi e di circolazione, previste e garantite dagli articoli 43 e 56 del Trattato Ce, in quanto sarebbe potenzialmente idonea a dissuadere i primi dal richiedere la concessione di finanziamenti alle seconde, non essendo previsto analogo obbligo a carico dei sostituti d'imposta sugli interessi corrisposti a società commerciali residenti in Italia.

La decisione della Corte di cassazione
Chiamati a pronunciarsi definitivamente sulla questione, i giudici di legittimità hanno dato ragione al Fisco, respingendo il ricorso presentato dalla società assicuratrice.

I magistrati di piazza Cavour hanno, infatti, reputato che la disciplina prevista dall'articolo 26, comma 5, del Dpr n. 600/1973, relativa alla ritenuta a titolo d'imposta sui dividendi distribuiti a un soggetto non residente, è conforme al diritto dell'Unione europea, non costituendo una restrizione alle libertà fondamentali relative alla prestazione di servizi e alla circolazione dei capitali, previste e garantite dagli articoli 43 e 56 del Trattato Ce.

La norma in commento, hanno precisato i magistrati romani, prevede l'applicazione di una ritenuta di pari importo, a titolo di acconto per i residenti o a titolo di imposta di imposta per i non residenti, sugli interessi corrisposti ai soggetti residenti come ai non residenti. E la ratio del prelievo fiscale risiede proprio nel fatto che tali interessi, in qualità di componenti positivi, concorrono alla determinazione del reddito dell'impresa che li riceve, ragion per cui non può in alcun modo porsi un problema di compatibilità della norma con il diritto Ue.
Inoltre, per quanto concerne più specificatamente il prelievo sotto forma di ritenuta alla fonte, la Corte ha evidenziato, anche richiamando la precedente giurisprudenza sul punto, la neutralità del sistema di prelievo fiscale mediante ritenuta diretta a titolo d'imposta, trattandosi soltanto di una peculiare modalità di riscossione di uno stesso tributo, ovvero di un regime sostitutivo di quello ordinario, giustificato dalla necessità di assicurare il gettito dell'imposta in considerazione dell’oggettiva difficoltà di ottenere l'osservanza degli obblighi di dichiarazione e di pagamento da parte di un soggetto non residente.

I giudici di ultima istanza hanno poi ricordato come la stessa Corte di Giustizia Ue, con la sentenza del 12 dicembre 2006, resa nella causa n. C - 446/04, abbia chiarito come “gli artt. 43 e 56 del trattato Ce non ostano alla legislazione di uno Stato membro che esoneri dall'imposta sulle società i dividendi che una società residente percepisce da un'altra società residente e che, viceversa, assoggetti a tale imposta i dividendi che una società residente percepisce da una società non residente, a patto che sia in tal caso accordato un credito per le imposte effettivamente versate dalla società distributrice nel proprio Stato membro di residenza fino a concorrenza dell'imposta applicata nello Stato membro della società beneficiaria”.

Dunque, da quanto sopra, emerge chiaramente come l'assoggettamento alla ritenuta alla fonte delle imposte sugli interessi versate da società residenti in Italia a società residenti all'estero sia compatibile con il diritto comunitario, dovendo, semmai, valutarsi tale compatibilità con riferimento alla normativa della Stato in cui risiede la società destinataria del pagamento, con riferimento all'eventuale sussistenza di un credito per le imposte versate in Italia.

Concludendo, e definitivamente pronunciandosi sulla questione, la Corte di cassazione ha ribadito il principio secondo il quale, in tema di imposte sui redditi, la corresponsione di interessi per dilazione di pagamento, effettuata in favore di soggetto non residente nel territorio dello Stato e privo di stabile organizzazione in Italia, va assoggettata a ritenuta a titolo d'imposta, ai sensi del Dpr n. 600/1973, articolo 26, comma 5 e tale ritenuta va operata anche sugli interessi che, come quelli del caso in esame, costituiscono reddito di impresa. 

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