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Giurisprudenza

Corte Ue, niente Iva per il gestore
se il deposito non è doganale

I giudici comunitari sono intervenuti su una vicenda che riguarda la corretta individuazione di chi è tenuto al versamento dell'Iva sulle forniture di carburante

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La domanda di pronuncia pregiudiziale è stata sollevata in merito alla interpretazione dell'articolo 21, n. 3, della sesta direttiva del Consiglio 17 maggio 1977, 77/3888/CEE in materia di Iva. La controversa vicenda riguarda la corretta individuazione del soggetto tenuto al versamento dell'Iva su forniture di carburante. In altri termini, la questione sollevata dinanzi ai giudici della Corte Ue è volta a stabilire se l'obbligo di versamento spetti al gestore del deposito di stoccaggio dei carburanti imponibili ai fini Iva.


La vicenda controversa
La  società ricorrente opera nel campo delle prestazioni di servizi di assistenza su operazioni di scarico, stoccaggio in depositi e consegna a destinazione di prodotti petroliferi. Il deposito serve ai clienti fino alla vendita agli acquirenti finali. Il deposito è considerato, secondo l'articolo 4, lett. b), della direttiva 92/12 alla stregua di deposito fiscale per la gestione del quale è stata concessa una specifica autorizzazione in forza della quale, i prodotti stoccati sono assoggettati a un regime sospensivo Iva. In virtù di tale regime l'Iva sui prodotti in deposito diventa esigibile nel momento in cui tali prodotti diventano oggetto, come nel caso di specie, di una cessione a titolo oneroso. A seguito di un controllo dell'Amministrazione finanziaria era redatto un verbale che attestava il mancato versamento Iva relativamente a una certa quantità di carburante depositato e  successivamente ceduto a una società terza che, in quanto dichiarata fallita, non ha potuto ottemperare agli obblighi tributari in materia di Iva. Proprio in considerazione di quanto sopra veniva intimato il pagamento dell'Iva alla società ricorrente. Avverso tale intimazione di pagamento, la società ricorrente, proponeva ricorso accompagnando lo stesso con motivazioni aventi riferimento l'articolo 51 bis, n. 3 del codice belga sull'Iva. In particolare, nelle motivazioni si sottolinea come il principio della solidarietà del depositario sull'Iva dovuta dall'utente del deposito, non è compatibile con le disposizioni comunitarie e, nello specifico, con il principio generale della certezza del diritto e di proporzionalità. Il depositario, infatti, ha un ruolo passivo, ai fini fiscali, nel senso che si limita a mettere a disposizione il deposito ai propri clienti verso i quali non ha nessun tipo di strumento giuridico per controllare o imporre il pagamento dell'Iva. In considerazione dei principi richiamati e del dubbio interpretativo posto sulla compatibilità della disposizione nazionale in materia di Iva, il giudice del rinvio ha ritenuto di sospendere il procedimento e rimettere alla Corte di giustizia la decisione sulla questione.


La questione pregiudiziale
In sostanza, il dubbio interpretativo riguarda la corretta lettura da dare all'articolo 21, n. 3 della sesta direttiva Iva. In altri termini se, alla luce della richiamata disposizione, sia possibile agli Stati membri adottare una disposizione normativa nazionale che preveda che il gestore di un deposito, non doganale, sia responsabile in solido per l'Iva dovuta su forniture, a titolo oneroso, di prodotti provenienti dal deposito. Questo, inoltre, anche nel caso in cui il gestore agisca in buona fede senza comportamenti colposi o negligenti.


La disamina dei giudici
Occorre premettere che l'articolo 21, n. 3 della sesta direttiva Iva, rende possibile al singolo Stato membro l'adozione di misure secondo cui un soggetto è obbligato in solido per l'Iva dovuta dall'effettivo debitore d'imposta. Ma, come rilevano i togati europei, in questa opera di legiferazione gli Stati non possono prescindere dall'attenersi ai principi comunitari della certezza del diritto e della proporzionalità. Proprio in virtù di quest'ultimo principio, gli Stati membri, nel dotarsi di strumenti normativi devono conseguire l'obiettivo prefissato cercando di recare il minor pregiudizio possibile a quelli che sono obiettivi e principi dell'Unione. Quanto alla fattispecie di cui alla causa principale, la normativa del codice belga sull'Iva, prevede nel regime di deposito non doganale, come il depositario dei beni quale responsabile in solido, per l'Iva da versare allo Stato, con il vero ed effettivo soggetto passivo. Ecco che allora, il gestore in questione è tenuto a versare l'Iva in solido col debitore iniziale incondizionatamente e a prescindere da buona fede e correttezza nei comportamenti. Il fatto che il gestore sia tenuto comunque al versamento dell'imposta, seppur per salvaguardare gli adempimenti di carattere erariale, anche se lo stesso soggetto sia completamente estraneo alla condotta del debitore di imposta, non risulta compatibile con il principio, già richiamato, comunitario di proporzionalità. Una normativa nazionale così fatta, recherebbe un pregiudizio maggiore rispetto all'obiettivo da raggiungere.  Infatti, non può non essere considerata la condotta del soggetto, obbligato in solido, ai fini di rivalsa sullo stesso per il mancato versamento di cui il debitore di imposta è reo. 


Il verdetto dei giudici europei
A conclusione delle considerazioni svolte i togati della settima sezione della Corte europea giungono alla conclusione che il soggetto gestore di un deposito che non sia in regime doganale non può essere indicato quale responsabile in solido per il pagamento dell'imposta sul valore aggiunto. Imposta dovuta sulla fornitura di merci, in uscita dal deposito, effettuata a titolo oneroso dal proprietario delle merci.

 


Fonte: sentenza Corte di giustizia UE del 21.12.2011 procedimento C-499/10


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