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Giurisprudenza

Costi per consulenze infragruppo
indeducibili senza inerenza certa

Affinché il corrispettivo riconosciuto alla controllante sia deducibile, è necessario che la controllata tragga dal servizio remunerato un’effettiva utilità obiettivamente determinabile

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Il contratto e la mera fatturazione degli importi non sono sufficienti a fornire prova della effettiva esistenza e inerenza dei costi per i servizi di consulenza addebitati dalla controllante a favore della controllata.
È quanto emerge dalla lettura della sentenza n. 23698 della Corte di cassazione, del 1° ottobre 2018.

Il caso
La questione, sottoposta all’attenzione dei giudici di legittimità, discende da due avvisi d’accertamento, con i quali l’ufficio aveva contestato a una società controllata l’indebita deduzione di costi per consulenze, in quanto privi dei requisiti di inerenza e della congruità della spesa sostenuta. Detti costi sono stati sostenuti in origine dalla società capogruppo, che li ha poi riaddebitati alla controllata, oggetto di accertamento, nella misura dell’1,75% del volume delle vendite di quest’ultima, in virtù di un contratto di “consulenza, studio e assistenza”.

La Commissione tributaria regionale, investita della questione, aveva annullato la ripresa, ritenendo sufficiente l’esibizione, da parte della società, della fattura e del contratto di “consulenza, studio e assistenza” ai fini della dimostrazione dei requisiti di cui all’articolo 109 del Tuir, spettando eventualmente all’ufficio l’onere di provare il difetto di inerenza e congruità dei relativi costi.

La decisione
La Corte di cassazione, investita della questione, ha ritenuto erronea la decisione dei giudici di merito, in quanto i costi per consulenza addebitati dalla capogruppo non possono ritenersi legittimi e congrui solo per il fatto di essere stati pattuiti nel contratto stipulato tra le due società del gruppo. Secondo i giudici, in siffatto modo, si attribuirebbe erroneamente all’autonomia negoziale delle parti la capacità di derogare alle norme imperative previste in ambito fiscale, violando in particolare il disposto dell’articolo 109 del Tuir, “secondo cui tutti i componenti (positivi o negativi) del reddito di impresa devono essere certi e di ammontare determinabile obiettivamente (primo comma); inoltre i componenti negativi (costi) devono possedere l’ulteriore requisito della inerenza (quinto comma), ossia devono avere un nesso di effettiva funzionalità rispetto alla produzione dei ricavi”.
 
I giudici, pertanto, hanno cassato la sentenza impugnata, in quanto i colleghi di merito avrebbero omesso di esaminare le eccezioni sollevate dall’ufficio in ordine al difetto di effettiva esistenza e inerenza dei costi per i servizi di consulenza resi dalla capogruppo, in assenza di qualsiasi documentazione (diversa dalla mera fatturazione degli importi) attestante la reale prestazione di servizi da parte della controllante a favore dalla controllata e l’inerenza funzionale di detti servizi sotto il profilo della necessità o utilità di essi ai fini della attività di impresa svolta dalla società.
 
I precedenti
La decisione esaminata si pone all’interno del solco già precedentemente tracciato dalla Corte di cassazione sia sotto il profilo dell’onere probatorio del requisito dell’inerenza sia sotto quello della particolare attenzione prestata dai giudici di legittimità nei confronti dei costi infragruppo.
 
Sul fronte dell’inerenza, è ormai pacifico che spetti al contribuente fornire la dimostrazione, intesa quale “relazione tra due concetti – la spesa e l’impresa – che implica un accostamento concettuale tra le due circostanze per cui il costo assume rilevanza ai fini della quantificazione della base imponibile, non tanto per la sua esplicita e diretta connessione ad una precisa componente di reddito bensì in virtù della correlazione con una attività potenzialmente idonea a produrre utili” (cfr Cassazione, sentenze nn. 12168/2009 e 9709/2015).

Riguardo al secondo profilo, la Corte di cassazione ritiene ius receptum – come da ultimo ribadito anche con sentenza 7495/2016 – che l’onere della prova, in ordine all’esistenza e all’inerenza dei costi infragruppo sopportati, incombe sulla società che affermi di aver ricevuto il servizio, occorrendo, affinché il corrispettivo riconosciuto alla capogruppo sia detraibile, che la controllata tragga dal servizio remunerato un’effettiva utilità e che quest’ultima sia obiettivamente determinabile e adeguatamente documentata (cfr Cassazione, sentenza 23027/2015).

Da ciò discende che la deducibilità dei costi derivanti da accordi contrattuali sui servizi prestati dalla controllante (cost sharing agreements) è subordinata all’effettività e all’inerenza della spesa, in ordine all’attività d’impresa esercitata dalla controllata, e al reale vantaggio che ne sia derivato a quest’ultima, non ritenendosi sufficiente l’esibizione del contratto riguardante le prestazioni di servizi forniti dalla controllante alle controllate e la fatturazione dei corrispettivi, richiedendosi, al contrario, la specifica allegazione di quegli elementi necessari per determinare l’utilità effettiva o potenziale conseguita dalla consociata che riceve il servizio (cfr Cassazione, sentenza 14016/1999).

Alla luce di quanto sopra, appare pacifico che la dimostrazione dell’esistenza e dell’inerenza dei costi sopportati incombe sulla società che affermi di aver ricevuto il servizio infragruppo, occorrendo, affinché il corrispettivo riconosciuto alla capogruppo sia deducibile ai fini delle imposte dirette e l’Iva contestualmente assolta sia detraibile, che la controllata tragga dal servizio remunerato un’effettiva utilità e che quest’ultima sia obiettivamente determinabile e adeguatamente documentata, anche se a quei costi non corrispondono direttamente ricavi in senso stretto.
 
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