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Giurisprudenza

Costi editoria: è deducibile
tutto quello che va in stampa

La vicenda riguarda una transazione con la quale una srl al posto del debito contestato dalla controparte offriva a quest’ultima un servizio per la pubblicazione di un quotidiano

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La Corte di cassazione, con l'ordinanza n. 16902, dell'11 agosto 2020, sovvertendo il parere di entrambe le Commissioni tributarie, ha chiarito che il giudice, nel quantificare i costi deducibili nell'ambito dell'editoria, deve fare riferimento al quantitativo di copie stampate dall'editore, anche se non ritirato dalla società contribuente.

Fatto
Con contratto di transazione intercorso tra una sas e una srl, quest'ultima, a composizione della lite insorta tra le parti, si era obbligata a eseguire, come prestazione in luogo dell'adempimento del debito contestato, un servizio di stampa di un quotidiano, per circa un biennio, fornendo un certo numero di copie, circoscritte tra un numero minimo e un numero massimo e addebitando solo il costo della carta.
Il Fisco aveva verificato che la srl editrice aveva fatturato un determinato quantitativo di copie del quotidiano, nell'arco di tempo di riferimento, mentre la sas aveva omesso di contabilizzare i ricavi derivanti dal ricevimento della prestazione di servizi in luogo dell'adempimento e non aveva versato l'Iva relativa alla successiva rivendita del giornale.
Seguiva, quindi, il recupero impositivo da parte dell’Agenzia delle entrate in carico alla sas, nonché l'accertamento di un maggior reddito di partecipazione, in capo ai soci della compagine.

Processo di merito
A seguito di ricorsi da parte della sas e dei soci, la vertenza finiva avanti alla Ctp di Perugia, che li accoglieva all'esito dell'analisi della transazione stipulata tra la curatela del fallimento della srl e la sas ricorrente, da cui si evinceva, anche dall'esame della corrispondenza tra le parti, che la sas aveva ritirato un numero di copie del giornale ben inferiore rispetto a quelle stampate.
Proponeva gravame l'ufficio, che, però, veniva rigettato dalla Ctr dell'Umbria.
I giudici di seconde cure, in particolare, avevano ritenuto che l’amministrazione finanziaria avesse fondato la propria pretesa su dati numerici non dotati di certezza né ai fini dell'accertamento del quantitativo di copie stampato complessivamente né nel singolo anno di riferimento.

Ricorso per cassazione
Proponeva ricorso per cassazione l'ufficio, affidato a un unico motivo di diritto, concernente l'insufficiente motivazione del deliberato del Collegio regionale.
Secondo l’Agenzia, infatti, la Ctr Umbria non aveva tenuto conto, ai fini dell'accertamento del numero di copie stampate, delle risultanze degli atti processuali, da cui si desumeva che la srl aveva stampato un certo numero e che, tuttavia, la sas ne aveva ritirato un quantitativo inferiore.

Decisione della Corte suprema
La Cassazione avalla la prospettazione dell'ufficio e accoglie il ricorso, sovvertendo il parere di entrambe le Commissioni tributarie, che avevano precedentemente esaminato e deciso la vertenza.
A questo proposito, i giudici di legittimità premettono che, posto che, nella fattispecie, il servizio ricevuto in luogo dell'adempimento rientrasse pacificamente nell'ambito dell'attività della società e che la prestazione di servizi resi in favore della contribuente, all'esito della transazione, costituisse ricavo da imputare nell'esercizio di imposta, era necessario verificare, ai fini della valutazione della legittimità della pretesa, l'esatto quantitativo di copie stampate in favore della sas (cfr articoli 11 Dpr n. 633/1972 e 85 Tuir).
In sintesi, secondo la Cassazione, è irrilevante che la sas avesse chiesto di ricevere ed effettivamente ritirato un quantitativo di copie – atteso l'insuccesso dell'iniziativa editoriale – inferiore rispetto a quello che la società editrice si era impegnata, con la transazione, a fornire e di cui costituiva circostanza presuntiva l'esistenza delle fatture, relative ai costi addebitati alla contribuente. La Cassazione concorda con l'insufficienza motivazionale del deliberato dei giudici umbri, che non avevano tenuto conto delle circostanze di cui sopra e della prevalenza delle risultanze contrattuali rispetto al comportamento della sas che aveva indirizzato, in più di un'occasione, richiesta alla srl editrice di ridimensionare il numero degli stampati, al fine di ottenere solo le copie che “avrebbe potuto vendere”.

Ecco che, dalla pronuncia in esame, si può desumere il principio per cui, nell'ambito dei costi inerenti l'editoria – che corrispondono a ricavi per la controricorrente, trattandosi di prestazione in luogo dell'adempimento – il giudice di merito deve fare riferimento alle copie stampate effettivamente dall'editore, non assumendo rilievo il mancato ritiro di parte di esse, da parte del distributore.

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