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Giurisprudenza

La costituzione in giudizio del contribuente sana il vizio di notifica

Il raggiungimento dello scopo consente di evitare la pronuncia di illegittimità

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I contribuenti avevano richiesto all'Ute il classamento e l'attribuzione di rendita per alcuni immobili, ex articolo 12 della legge n. 154/1988.
L'ufficio del Registro, sulla base di tale classamento e contestuale attribuzione di rendita catastale, emetteva e notificava degli avvisi ai contribuenti, con i quali provvedeva a liquidare le maggiori imposte di registro e catastali dovute.
I contribuenti impugnavano in sede giurisdizionale, con separati ricorsi, sia gli avvisi di liquidazione emessi dall'ufficio registro, sia gli atti dell'Ute relativi al classamento e attribuzione di rendita.
L'adita Commissione tributaria provinciale, previa riunione dei ricorsi, annullava i citati avvisi di liquidazione e rigettava l'impugnazione relativa al classamento e attribuzione di rendita.
Tale decisione veniva appellata, nelle parti a ciascuno sfavorevole, sia dall'ufficio del Registro, sia dai contribuenti.
La Commissione tributaria regionale accoglieva il gravame dell'ufficio, riconoscendo la legittimità degli avvisi di liquidazione e, altresì, corretti, adeguati e motivati i provvedimenti adottati dall'Ute.

Avverso la citata sentenza i contribuenti presentano ricorso per cassazione. In particolare, i ricorrenti censurano la sentenza della Commissione tributaria regionale:

  1. per non avere dichiarato l'inammissibilità dell'appello, atteso che la relativa notifica era stata effettuata illegittimamente nella residenza anagrafica degli appellati e non già, come prescritto dalla legge, nel domicilio eletto
  2. per violazione e falsa applicazione delle norme relative al classamento e all'attribuzione della rendita, per avere ritenuto sufficientemente motivato l'avviso Ute
  3. per avere affermato la legittimità dell'avviso di liquidazione emesso dall'ufficio del Registro, carente, invece, di motivazione, e basato, altresì, su un illegittimo classamento operato dall'Ute.

Tanto premesso, con la sentenza in rassegna (n. 333 depositata l'11 gennaio 2006), la Corte di cassazione ha rigettato il ricorso presentato dal contribuente.
In ordine al primo punto, occorre preliminarmente precisare che l'articolo 16, comma 2, del Dlgs 546/1992, concernente le "comunicazioni e notificazioni", richiama le norme di procedura civile (articolo 137 e seguenti) ma "fa salvo quanto disposto dall'art. 17". Quest'ultima disposizione, in tema di "luogo delle notificazioni e comunicazioni", fa salva la "consegna in mani proprie".
Risulta, infatti, testualmente previsto, al comma 1, prima parte, del richiamato articolo 17, che "le comunicazioni e notificazioni sono fatte, salva la consegna in mani proprie, nel domicilio eletto o, in mancanza, nella residenza o nella sede dichiarata dalla parte all'atto della sua costituzione in giudizio".
Dal citato contesto normativo, si evince che l'articolo 17 detta una disciplina in virtù della quale è sempre consentita la consegna "in mani proprie" (Cass. n. 10474/2003, n. 15687/2002, n. 13969/2001).
Peraltro, aggiunge la Corte, la notificazione dell'atto di appello in luogo diverso da quello prescritto, ma non privo di un astratto collegamento con il destinatario (ad esempio, domicilio personale anziché domicilio eletto), determina non l'inesistenza, ma la semplice nullità della notifica, e impone al giudice, in difetto di costituzione in giudizio di detto destinatario, di ordinare la rinnovazione della notifica, ex articolo 291 e 350 c.p.c.; norme legittimamente applicabili anche al rito tributario per effetto del rinvio di cui all'articolo 1, secondo comma, del Dlgs n. 546/1992 (Cass. n. 10136/2000, n. 17494/2002).
Orbene, sottolinea la Corte suprema, ove la notifica dell'atto di appello sia stata eseguita, come nella fattispecie in esame, nella residenza anagrafica degli interessati e non sia avvenuta "in mani proprie", essa egualmente non è illegittima, considerato che "l'avvenuta costituzione in giudizio dei contribuenti sana ogni vizio della notifica per il raggiungimento dello scopo".

Con riferimento al secondo punto, i giudici di legittimità hanno affermato che l'obbligo di motivazione degli atti tributari assume diversa portata e contenuto a seconda della natura degli stessi e, con riferimento al classamento, hanno rilevato che "tale obbligo deve ritenersi adempiuto con la semplice indicazione della consistenza, della categoria e della classe acclarati dall'ufficio tecnico erariale, posto che siffatti dati sono sufficienti a porre il contribuente nella condizione di difendersi" (Cass. n. 11997/2003, n .17762/2002, n. 793/2000).
Infatti, il contribuente, attraverso l'atto di classamento e di attribuzione di rendita notificatogli, ha contezza di tutti gli elementi indispensabili per l'esercizio del diritto di difesa e, pertanto, può fare valere, con il ricorso avverso detti atti, la non conformità ai parametri legali della valutazione del bene così come operata dall'Ute.
Aggiunge la Corte che stabilire se, in concreto, la motivazione di un determinato avviso di accertamento risponda o meno ai requisiti di validità è compito precipuo del giudice tributario e non è dato al contribuente, se la decisione è motivata, sollecitare alla Cassazione una revisione critica del suindicato giudizio, salvo che non vengano enunciati ed evidenziati, nel ricorso, ben specifici errori di diritto in cui il giudice di merito sia incorso (Cass. n. 2527/2002, n. 12867/2001).
Pertanto, sostengono i giudici di legittimità, le doglianze che investono la classificazione implicano accertamenti e valutazioni riservate al giudice di merito, il quale ha, nella specie,"sinteticamente ma logicamente motivato l'assunta decisione, avendo calcolato la rendita previo sopraluogo in base alla legge n. 154/1988, cioè sulla scorta di parametri desunti dal regolamento NCEU".

Riguardo al terzo punto, la Corte ha affermato che, in presenza di una precisa scelta del contribuente di volersi avvalere del criterio di valutazione automatica di cui all'articolo 12 della legge n. 154/1988, per l'assegnazione della rendita catastale e dell'atto di classamento da parte dell'Ute, l'ufficio del Registro non ha titolo a sindacare gli atti posti in essere da tale ufficio; pertanto, deve limitarsi, come correttamente ha fatto, a recepire i dati desumibili dall'atto (categoria e rendita), utilizzandoli per la determinazione del valore.
In buona sostanza, l'ufficio non esercita alcun potere discrezionale, in quanto, dopo l'assegnazione della rendita da parte dell'Ute, esso si limita a recepire tale indicazione e a verificare se il valore che ne deriva sia maggiore o minore a quello dichiarato dal contribuente (Cass. n. 14244/2000, n. 14913/2000).
Proprio per questo, legittimamente l'ufficio può limitarsi a formulare la sua pretesa in un atto di liquidazione, senza dovere emettere un motivato avviso di accertamento, che è, invece, indispensabile nel caso di esercizio di un potere discrezionale (Cass. n. 14245/2000).
In definitiva, conclude la Corte, nella fattispecie in esame, "non è necessario un avviso di accertamento contenente quelle motivazioni che sono, invece, indispensabili nel caso di esercizio di un potere discrezionale".

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