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Giurisprudenza

Crollo degli affari e fuoriserie.
Un binomio che desta sospetti

L'ufficio, per ricostruire l'imponibile, non è tenuto alla verifica di tutti i dati richiesti nello studio di settore, ma può limitarsi all'analisi di quelli ritenuti sintomatici

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È legittimo l'accertamento effettuato sulla base dello scostamento tra il reddito dichiarato e gli studi di settore, a nulla valendo le motivazioni del contribuente che si era difeso sostenendo di essere vittima della crisi economica, ma che in realtà aveva effettuato nel corso del periodo controllato acquisti di beni di lusso costituenti un chiaro indice di maggior capacità contributiva.
Così ha deciso la Corte di cassazione con l'ordinanza 16939 del 4 ottobre.

Il fatto
Il ricorso in Cassazione è stato proposto da un contribuente esercente attività di lavoro autonomo cui l'Agenzia delle Entrate aveva notificato un avviso di accertamento ai fini delle imposte dirette e dell'Iva relativo all'anno 2002.
L'opposizione all'atto da parte del soggetto accertato era stata respinta sia in sede di prime cure che in appello.

In particolare, il giudice di secondo grado aveva motivato la sua pronuncia sostenendo che l'atto impositivo fosse legittimo poiché basato sullo scostamento tra il reddito dichiarato e quello desumibile dagli studi di settore e che, ai fini della determinazione del maggior imponibile, si era tenuto conto anche del reddito dichiarato e degli inerenti costi.
Le doglianze del contribuente, che lamentava di essere vittima della crisi economica che in quegli anni aveva colpito il comparto economico relativo alla propria attività, non erano state ritenute meritevoli di accoglimento poiché, secondo i giudici di merito, la supposta crisi non aveva comportato alcuno scostamento del reddito nelle annualità precedenti a quella del controllo.
Inoltre, nel corso del periodo accertato, il contribuente aveva effettuato una serie di acquisti di beni di lusso che confermavano, di fatto, la presunzione dell'Amministrazione finanziaria, quali un'autovettura di grossa cilindrata, che si aggiungeva ad altre tre auto già in possesso, un immobile composto da svariati vani e un'imbarcazione.

Esaminato il ricorso, la Corte suprema ha deciso per l'infondatezza dei motivi e per il conseguente rigetto dello stesso.

La decisione
Con il ricorso in Cassazione il contribuente adduceva che l'impugnata sentenza di merito fosse viziata da violazione di norme di legge poiché "si fondava su elementi non tutti portati a conoscenza preventiva dell'interessato in sede di contraddittorio precontenzioso, trattandosi semmai non di presunzione legale, ma a carattere semplice non suffragata da dati concreti".

Come noto, gli studi di settore costituiscono una specifica metodologia di ricostruzione "standard" del reddito.
In particolare, l'articolo 62-sexies del Dl 331/1993 ha introdotto tale metodologia come strumento di accertamento analitico-induttivo rientrante nel novero di quelli contemplati nell'articolo 39, comma 1, lettera d), del Dpr 600/1973 (ai fini delle imposte dirette) e dell'articolo 54, comma 2, ultima parte, del Dpr 633/1972 (ai fini Iva).

Dal punto di vista procedurale, è sempre necessario che si instauri un contraddittorio, affinché il contribuente possa spiegare le proprie ragioni e i motivi per cui le medie espresse dallo specifico studio di settore applicato alla sua attività non lo rappresentano e perché non si è adeguato alle sue risultanze.
Con la pronuncia in commento, i giudici di legittimità hanno statuito che, in tema di accertamento induttivo, ex articolo 39 del Dpr 600/1973, l'Amministrazione finanziaria può fondare la propria pretesa sia sull'esistenza di "gravi incongruenze" tra i ricavi, i compensi e i corrispettivi dichiarati e quelli desumibili dalle caratteristiche e dalle condizioni di esercizio dell'attività svolta sia, come nel caso di specie, sullo scostamento tra i dati dichiarati e gli studi di settore, "nel qual ultimo caso l'Ufficio non è tenuto a verificare tutti i dati richiesti per uno studio di settore medesimo, potendosi basare anche solo su alcuni elementi ritenuti sintomatici per la ricostruzione del reddito del contribuente".
Da tale principio deriva l'infondatezza dei motivi addotti dal contribuente, a cui in sede di contraddittorio non erano stati resi noti tutti gli elementi posti a fondamento dell'accertamento.

Se ne deduce che è certamente legittimo ritenere che l'analisi di alcuni elementi sintomatici dello scostamento tra il reddito dichiarato e quello derivante dagli specifici studi di settore, costituiti in questo caso da acquisti di beni lusso, non adeguatamente giustificati dal contribuente in sede di contraddittorio nonché in palese contraddizione con le proprie dichiarazioni, sono sufficienti a ravvisare le gravi incongruenze richieste dal legislatore fiscale, tanto da trasformare la presunzione in una vera e propria prova di maggiore capacità contributiva non dichiarata.

D'altro canto, come già affermato in numerose pronunce di legittimità, in tema di accertamento tributario, la necessità che lo scostamento del reddito dichiarato rispetto a quello ricavabile dall'applicazione dello specifico studio di settore costituisca "grave incongruenza" ai fini dell'avvio della procedura accertativa, "deve ritenersi implicitamente confermata, nel quadro di una lettura costituzionalmente orientata al rispetto del principio della capacità contributiva, dall'art. 10, co. 1 L.146/1998…che non contempla espressamente il requisito della gravità dello scostamento, come nel caso in esame".

In altre parole, la natura di presunzione legale che il legislatore conferisce allo strumento degli studi di settore fa venir meno la necessità di verificare se ricorrano o meno le caratteristiche di gravità, oltre che di precisione e concordanza, richieste per le presunzioni semplici di cui all'articolo 2729 del codice civile.
Al contempo, la natura dell'elemento presuntivo esonera l'ufficio dal dovere di verificare ulteriori elementi di supporto alla pretesa impositiva, oltretutto non richiesti dalla legge.
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