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Giurisprudenza

Il difetto di motivazione rende nulla la pronuncia

L'impossibilità di individuare la ratio decidendi è carenza assoluta di un requisito di forma essenziale

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L'ufficio propone ricorso per Cassazione avverso la sentenza emessa dalla Commissione tributaria regionale, con la quale era stato accolto parzialmente l'appello del contribuente, denunciando la nullità della sentenza impugnata, essendo del tutto carente l'esposizione dello svolgimento del processo, delle richieste delle parti, nonché dei motivi di fatto e di diritto.
Il contribuente resiste con controricorso.

Tanto premesso, è necessario innanzitutto precisare che l'articolo 36 del Dlgs n. 546 del 1992, concernente il contenuto della sentenza, dispone che:
"La sentenza è pronunciata in nome del popolo italiano ed è intestata alla Repubblica italiana.
La sentenza deve contenere:
1) l'indicazione della composizione del collegio, delle parti e dei loro difensori se vi sono;
2) la concisa esposizione dello svolgimento del processo;
3) le richieste delle parti;
4) la succinta esposizione dei motivi in fatto e diritto;
5) il dispositivo.
La sentenza deve inoltre contenere la data della deliberazione ed è sottoscritta dal presidente e dall'estensore
".

Dalla lettura del comma secondo, nn. 2 e 4, dell'articolo 36 del Dlgs 546/92 (la cui formulazione è quasi del tutto identica a quella dell'articolo 132, comma secondo, n. 4, c.p.c.), si evince che la sentenza della Commissione tributaria deve contenere fra l'altro "la concisa esposizione dello svolgimento del processo" e la "succinta esposizione dei motivi in fatto e diritto".
In particolare, secondo il requisito indicato al n. 2, la sentenza deve indicare i fatti storici e giuridici che assumono rilevanza ai fini della decisione, in modo da consentire la ricostruzione dei termini della controversia.
Tale requisito è connesso all'obbligo dell'esposizione dei motivi in fatto e in diritto di cui al successivo n. 4, il quale richiede che la sentenza indichi, anche se in modo succinto, le ragioni per cui i giudici hanno deciso di accogliere o meno le diverse domande.

L'articolo 118 disp. att. c.p.c., il quale è applicabile al nuovo rito tributario in forza del generalissimo rinvio materiale alle norme compatibili del codice di rito civile, operato dall'articolo 1, secondo comma, del Dlgs 546/92, e, quindi, anche alle sue disposizioni di attuazione, chiarisce, al comma primo, che "la motivazione della sentenza di cui all'art. 132, numero 4, del Codice consiste nell'esposizione dei fatti rilevanti della causa e delle ragioni giuridiche della decisione".
Le richiamate disposizioni costituiscono attuazione, anche nel processo tributario, del principio costituzionale (articolo 111) secondo cui "tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati".

Orbene, può affermarsi che la motivazione della sentenza costituisce un requisito di fondamentale importanza, al fine della sua validità, in quanto consente sia di dimostrare che è stato rispettato il diritto di difesa delle parti processuali, sia di valutare la ratio decidendi delle pronuncia e, eventualmente, di impugnarla ove si rinvengano vizi in ordine alla ricostruzione logica seguita dal giudice.
In sostanza, la motivazione della sentenza è l'esposizione ordinata delle ragioni e degli argomenti che hanno condotto il giudice ad assumere la decisione enunciata nel dispositivo della sentenza e costituisce una fondamentale garanzia, non solo perché risponde all'esigenza democratica di dar conto delle ragioni per cui un potere è stato esercitato in un cero modo, ma anche perché consente di individuare meglio eventuali errori del giudice e di proporre motivatamente l'impugnazione.
Pertanto, la sentenza è nulla ove manchi l'esposizione dello svolgimento del processo e dei fatti rilevanti della controversia, ovvero quando i motivi esposti non siano in alcun modo idonei a individuare gli elementi di fatto considerati, né a far comprendere le ragioni del convincimento del giudice.
Al riguardo, è necessario precisare che tanto la giurisprudenza quanto la dottrina sono concordi nel ritenere che il vizio di omessa o insufficiente motivazione della sentenza sussiste ogniqualvolta "nel ragionamento del giudice di merito sia riscontrabile la mancata esposizione dello svolgimento del processo e dei fatti rilevanti della causa, ovvero qualora l'estrema concisione della motivazione in diritto renda impossibile l'individuazione del thema decidendum e delle ragioni che stanno a fondamento del dispositivo" (ex pluribus, Cassazione n. 2711/1990, n. 3282/1990, n. 5612/1998, n. 5101/1999, n. 1944/2001).

Deve sottolinearsi, altresì, che le posizioni espresse nella giurisprudenza di legittimità sono assolutamente unanimi nel riconoscere che "...non vi è dubbio che il giudice di merito sia però tenuto a giustificare le determinazioni adottate mediante congrua e corretta motivazione; non può ritenersi né congrua né corretta una motivazione che si risolva nell'affermazione "vista la documentazione in atti, si osserva", senza che sia dato alcun conto delle ragioni che hanno indotto il giudice di merito a ritenere tale documentazione adeguata a sorreggere una conclusione e non l'altra"; e ancora, "...non costituiscono sufficienti indici di esplicitazione dei criteri di valutazione effettivamente utilizzati dal giudice la apodittiche espressioni: "dopo ampia dissertazione giuridica", "dopo approfondita disamina", "non sono emersi elementi aggiuntivi rispetto a quelli già esaminati in primo grado", "ritiene di confermare la decisione impugnata, ritenendone condivisibile ogni sua parte" (cfr. Cassazione n. 5585/1988, n. 10099/2003, n. 18769/2003).

Tutto ciò premesso, con la sentenza in rassegna (n. 25138 del 28/11/2005), la Corte di cassazione ha accolto il ricorso proposto dall'ufficio.
In particolare, per i giudici di legittimità, la sentenza impugnata risultava completamente priva dell'esposizione dello svolgimento del processo e dei fatti rilevanti della causa e conteneva una motivazione in diritto "estremamente succinta e di per sola sostanzialmente inintelligibile".
Il giudice avrebbe dovuto fornire giustificazioni idonee a far individuare l'iter logico, giuridico seguito e le ragioni fondanti il contenuto della sentenza.
Di conseguenza, sostiene la Corte, il difetto di motivazione, che costituisce violazione di legge allorché si traduce nella radicale inidoneità della motivazione a esprimere la ratio decidendi, determina la nullità della sentenza per carenza assoluta di un requisito di forma essenziale (cfr. Cassazione n. 319/1999, n. 7233/2003, n. 21808/2004).

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