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Giurisprudenza

Difficoltà economica non dimostrata:
norme antielusive non disapplicabili

Errata la conclusione che la non operatività dell’istante non era ascrivibile allo stesso ma alla tempistica dell’iter amministrativo per l’ottenimento delle relative concessioni edilizie

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La controversia portata all’attenzione della suprema Corte rinviene da un ricorso, articolato su tre motivi, proposto dall’Agenzia delle entrate avverso la sentenza n. 186/34/2016 della Ctr della Campania, a sua volta relativa al ricorso, avanzato da un contribuente, al fine di impugnare il provvedimento di diniego dell’istanza di disapplicazione della normativa antielusiva, presentata dalla società ai sensi dell’articolo 30, comma 4-bis, legge n. 724/1994 e relativa all’anno d’imposta 2012.
 
La pronuncia dei giudici di secondo grado, confermativa del decisum della Ctp di Napoli, aveva rigettato il gravame erariale sul doppio fondamento dell’astratta impugnabilità del provvedimento dell’amministrazione finanziaria e, nel merito, dell’illogicità del deliberato dell’Agenzia che aveva denegato la disapplicazione della normativa antielusiva in quanto, sempre secondo la Ctr della Campania, il mancato conseguimento dei ricavi scaturiva dalla preliminare condizione di ottenimento di un provvedimento ratificante la successiva attività edificatoria a favore della società.
 
La difesa erariale lamentava la nullità della sentenza della Ctr per:

  • motivazione apparente (violazione degli articoli 1, comma 2 e 36, comma 2 n. 4), del Dlgs n. 546/1992)
  • non autonoma impugnabilità del provvedimento di diniego in questione, in quanto avente natura interlocutoria e non di rifiuto di particolari agevolazioni (falsa applicazione dell’articolo 19 del Dlgs n. 546/1992)
  • non sussistenza, nel caso concreto, di situazioni di obiettivo impedimento dell’attività economica, sufficienti a disapplicare la norma antielusiva (violazione dell’articolo 30 legge n. 724/1994). 

La decisione
I giudici di legittimità, con l’ordinanza n. 31618 del 4 dicembre scorso nell’esaminare le singole doglianze evidenziate dall’amministrazione ricorrente, con l’ordinanza in commento hanno deciso come segue.
In primo luogo, hanno considerato infondati i primi due motivi in quanto hanno ritenuto che:

  • con riferimento alla prima eccezione, la pronuncia impugnata non fosse, sul punto, viziata da omessa motivazione in quanto, seppur concisamente, la Ctr della Campania aveva estrinsecato l’iter logico-giuridico adottato, al fine di ritenere che l’assenza di redditività dell’attività esercitata fosse dipesa da causa non ascrivibile alla diretta volontà della società istante (bensì dalla necessità di previa acquisizione del provvedimento amministrativo nonché dalla lunghezza del correlato iter burocratico)
  • in relazione alla seconda eccezione, la “…risposta all’interpello, positiva o negativa, costituisce il primo atto con il quale l’amministrazione, a seguito di una fase istruttoria e di una valutazione tecnica, e con particolari garanzie procedimentali, porta a conoscenza del contribuente, in via preventiva, il proprio convincimento in ordine ad una specifica richiesta, relativa ad un determinato rapporto tributario, con l’immediato effetto di incidere, comunque, sulla condotta del soggetto istante in ordine alla dichiarazione dei redditi in relazione alla quale l’istanza è stata inoltrata (cfr Cassazione nn. 17010/2012, 13963/2017 e 3775/2018); con ciò statuendo che il provvedimento dell’amministrazione finanziaria, sia esso di inammissibilità, improcedibilità o diniego, determina l’insorgere di un interesse ad agire, ex articolo 100 cpc in capo al soggetto istante, allo scopo di veder attivato un controllo giurisdizionale sulla fondatezza dell’atto impugnato. 

Per converso, la suprema Corte ha ritenuto fondata la terza eccezione invocata dall’Agenzia delle entrate sul presupposto, innanzitutto, che l’articolo 30, legge n. 724/1994, vigente ratione temporis, prevede che, in presenza di obiettive condizioni che rendono irrealizzabile il conseguimento dei proventi, degli aumenti delle rimanenze nonché del reddito ovvero non permettono di effettuare le operazioni rilevanti ai fini Iva, la società interessata può richiedere la disapplicazione delle pertinenti norme antielusive ai sensi dell’articolo 37-bis, comma 8, del Dpr 600/1973.
Pertanto, la disposizione in commento disciplina la facoltà di presentare istanza di interpello a seguito della sussistenza di circostanze oggettive che abbiano reso impossibile la normale operatività e la conseguente remuneratività dell’attività imprenditoriale.
 
Nel caso in esame, la Cassazione ha ritenuto che i giudici della Ctr abbiano fatto malgoverno della norma appena citata, in quanto non hanno correttamente stabilito se la società si trovasse nella concreta ed effettiva difficoltà di conseguire un pur minimo volume di reddito o di affari; giungendo all’errata conclusione che, per l’anno in esame (2012), la non operatività del soggetto istante non fosse ascrivibile allo stesso ma alla tempistica dell’iter amministrativo per l’ottenimento delle relative concessioni edilizie (nella realtà, già acquisite nel 2009 come riportato nella stessa pronuncia di secondo grado); tenuto conto che, incidentalmente, la Ctr aveva astrattamente evidenziato che la società non aveva comprovato di aver fatto il possibile per evitare o quantomeno evitare il ritardo.
 
Pertanto, in accoglimento del terzo motivo di ricorso, la sentenza de qua della Ctr è stata cassata con conseguente rinvio ad altra sezione dello stesso giudice di merito.

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