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Giurisprudenza

Donazione alla figlia del fratello:
imponibile per parentela collaterale

Per i giudici di legittimità non vi sono elementi che consentono di attribuire all'espressione “discendenti”, contenuta nella norma tributaria, un significato “diverso ed estensivo”

dono

La Corte di cassazione, con la sentenza n. 31333 dello scorso 29 novembre, ha stabilito che l’esenzione dall’imposta sulle successioni e donazioni, prevista dall’articolo 3, comma 4-ter Dlgs n. 346/1990, non opera qualora i trasferimenti di partecipazione avvengano a favore del nipote ex fratre (figlia di fratello, nel caso in esame), poiché la dizione di “discendente” prevista nel citato articolo si riferisce ai soli discendenti in linea retta, come i nipoti ex filio, e non comprende i parenti in linea collaterale.
 
Il processo di merito
Due contribuenti, davanti alla Ctp di Perugia, impugnavano i rispettivi avvisi di liquidazione, emessi dall'Agenzia delle entrate del capoluogo umbro, per il recupero dell’imposta del registro e dell’imposta di bollo in dipendenza di un atto pubblico, con il quale l’una - la zia - donava all’altra - la nipote e, quindi, a un parente in linea collaterale di terzo grado - parte delle quote di una società.
La Commissione perugina accoglieva i ricorsi riuniti.
 
L’Agenzia delle entrate, così, impugnava la sentenza di primo grado e la Commissione tributaria regionale dell'Umbria accoglieva il gravame dell’Amministrazione finanziaria, osservando che gli avvisi di liquidazione fossero da considerarsi legittimi, posto che la norma che individua i destinatari dell'esenzione dal pagamento dell'imposta nei discendenti e nel coniuge non poteva che riferirsi ai soli discendenti in linea retta, con esclusione degli altri parenti, discendenti dallo stesso stipite.
 
Il ricorso per cassazione
Avverso la sentenza della Ctr Umbria, le parti proponevano ricorso per cassazione, affidandolo a quattro motivi. Anzitutto, i ricorrenti si dolevano del fatto che la Ctr di Perugia avesse reso una motivazione del tutto carente e, in ogni caso, apparente sul punto decisivo della controversia, costituito dal mancato riconoscimento dell'esenzione prevista dall'articolo 3, comma 4-ter, Dlgs n. 346/1990 e del relativo concetto di parentela collaterale. Inoltre, sempre a parere dei contribuenti, la sentenza in questione sarebbe stata nulla per violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato, non avendo il Collegio esaminato la preliminare eccezione degli appellati di inammissibilità dell'appello principale dell'Agenzia delle entrate, in quanto privo di specifici motivi di appello e di specifiche censure alla sentenza di primo grado. Con ulteriore motivo, infine, i ricorrenti lamentavano che la Ctr Umbria avesse illegittimamente escluso dal novero dei destinatari dell'esenzione in esame i parenti in linea collaterale, in quanto ragioni di ordine testuale, sistematico e teleologico avrebbero imposto di seguire un’interpretazione non restrittiva della nozione di “discendenti”, inserendovi, appunto, anche i parenti in linea collaterale.
L'Amministrazione finanziaria si costituiva depositando controricorso.
 
La pronuncia della Cassazione
Secondo la Cassazione – conformemente alla prospettazione dell’ufficio – i giudici di merito hanno seguito una corretta precisa linea interpretativa per attribuire l’esatto significato al termine “discendente”, contenuto nell'articolo 3 comma 4-ter Dlgs n. 346/1990 e non accompagnato da alcuna specificazione.
Difatti, ai sensi della norma da ultimo richiamata, “i trasferimenti effettuati, anche tramite patti di famiglia di cui agli artt. 768-bis del codice civile a favore dei discendenti e del coniuge di aziende o rami di esse, di quote sociali e di azioni, non sono soggetti all'imposta in caso di quote sociali e azioni di soggetti di cui all'art. 73 comma 1, lettera a) del testo unico delle imposte sui redditi di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986 n. 917, il beneficio spetta limitatamente alle partecipazioni mediante le quali è acquisito o integrato il controllo ai sensi dell'art. 2359, primo comma n. 19 del codice civile. Il beneficio si applica a condizione che gli aventi causa proseguono l'esercizio dell'attività di impresa o detengano il controllo per un periodo non inferiore a cinque anni dalla data del trasferimento, rendendo, contestualmente alla presentazione della dichiarazione di successione o all'atto di donazione, apposita dichiarazione in tal senso”.
 
Il vincolo di parentela
Ciò premesso, continuano i supremi giudici, l'articolo 74 cc definisce la parentela come il “vincolo tra persone che discendono da uno stesso stipite”, mentre l'articolo 75 cc specifica che “sono parenti in linea retta le persone di cui una discende dall'altra; in linea collaterale quella che pur avendo uno stipite comune non discendono l’una dall’altra”.
Pertanto, dalla lettura del combinato disposto di cui sopra, può dirsi che la parentela è il rapporto intercorrente tra persone legate tra di loro da vincolo di consanguineità, o per discendenza l'una dall'altra (linea retta) o per discendenza dall’ascendente comune (linea collaterale).
 
Orbene, non vi è dubbio che nella terminologia utilizzata nel codice civile il vocabolo “discendente” – sia quando è da solo (ad esempio, articoli 255, 267, 285, 350, 434, 569, 572, 577, 758 cc) sia quando è accompagnato dalla locuzione "in linea retta" (articolo 87 cc) – assume il compiuto e ben preciso significato tecnico-giuridico, corrispondente all'accezione nel linguaggio ordinario, di indicare il legame di sangue tra due soggetti legati da un vincolo di ascendenza-discendenza in linea retta di primo grado (padre-figlio), di secondo grado (nonno-nipote) o di gradi ulteriori (nonno-pronipote).
Quando la normativa civilistica, invece, vuole estendere un effetto giuridico a rapporti che non sono di mera ascendenza-discendenza utilizza termini diversi e specifici, quali: “fratelli”, “sorelle”, “collaterali”, “parenti”.
 
La discendenza che determina l’esenzione è solo quella in linea retta
Quindi, alla luce delle suesposte considerazioni, per i giudici di legittimità non vi sono elementi che consentano di attribuire all'espressione “discendenti”, contenuta nella norma tributaria, un significato “diverso ed estensivo”, comprensivo del nipote ex fratre, rispetto all'accezione corrente e allo specifico significato tecnico-giuridico assunto nel diritto civile.
Peraltro, inferisce la Corte, un’interpretazione estensiva della norma sarebbe in contrasto con il consolidato orientamento giurisprudenziale, secondo cui, le norme agevolative in materia fiscale sono considerate di stretta interpretazione in quanto deroganti al principio, costituzionalmente rilevante, per il quale ciascuno è tenuto a concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva (cfr Cassazione nn. 10213/2018 e 8618/2018).
 
La ricostruzione dell'agevolazione, operata dai giudici di merito, appare, infine, avvalorata dalla circostanza che la normativa, nella sua originaria formulazione (articolo 1, comma 78, legge n. 296/2006 - Finanziaria 2007 - che ha introdotto il comma 4-ter), contemplava tra i soggetti destinatari del trasferimento agevolato esclusivamente i discendenti.
Solo con l'articolo 1, comma 31, legge n. 244/2007 - Finanziaria 2008 - è stato inserito tra i beneficiari dell'esenzione anche il coniuge, senza testualmente menzionare altri parenti in linea collaterale, che, in definitiva, devono restare esclusi dalla disposizione di favore in argomento.
 

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