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Giurisprudenza

Errore del commercialistica:
rimediabile entro un termine

Per poter emendare in contenzioso la dichiarazione errata presentata dal professionista il contribuente è tenuto a fornire la prova rigorosa dell’errore commesso

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Il contribuente non può emendare senza limiti di tempo la dichiarazione errata presentata dal commercialista che ha inserito redditi derivanti da un’attività lavorativa a suo dire mai esercitata. L’integrativa va presentata infatti entro il periodo d’imposta successivo. In contenzioso va fornita prova rigorosa dell’errore commesso nella redazione della dichiarazione.
Lo ha ricordato la Corte di cassazione con l’ordinanza 26933 del 22 ottobre 2019 che ha respinto il ricorso di un contribuente.

La vicenda processuale e la pronuncia della Cassazione.
L’uomo aveva impugnato la cartella di pagamento formata a seguito di controllo automatizzato con la quale l’amministrazione aveva richiesto il pagamento di una somma a titolo di omesso e insufficiente versamento ai fini Irap, Irpef e Iva, deducendo che il commercialista, per mero errore aveva dichiarato un reddito maggiore di quello effettivamente conseguito. La cartella si riferiva all’anno di imposta 2005, mentre l’integrativa, inviata per correggere un presunto errore del commercialista, era datata 30 settembre 2009.

Sia la Ctp che la Ctr Lombardia respingevano le doglianze del contribuente rilevando che la dichiarazione integrativa era tardiva e che in ogni caso la cartella era fondata.
Di qui il ricorso in Cassazione dove il contribuente ha sostenuto che il commercialista aveva erroneamente inserito un compenso derivante da attività di lavoro pari a 300 mila euro, mai esercitata; inoltre la Ctr aveva omesso qualsivoglia considerazione sulla utilizzabilità della nuova documentazione prodotta in appello e, infine, aveva omesso di motivare circa la possibilità per il contribuente di poter emendare la dichiarazione senza limiti di tempo.

La Cassazione, nel respingere la domanda, ha ricordato che il contribuente può presentare una dichiarazione integrativa non oltre il termine per la dichiarazione relativa al periodo di imposta successivo. Inoltre, se impossibilitato alla rettifica, mantiene il diritto alla ripetizione delle somme ritenuta indebitamente incassate con la presentazione di apposita istanza di rimborso entro 48 mesi dal versamento. Ad ogni modo può sempre opporsi in sede contenziosa alla maggiore pretesa tributaria dell’amministrazione finanziaria (in applicazione del principio “quae temporalia ad agendum perpetua ad excipiendum”, articolo 1442 codice civile), allegando errori, di fatto o di diritto, commessi nella redazione della dichiarazione, incidenti sull’obbligazione tributaria (cfr. Cassazione n. 13378/2016 e n. 14124/2017).

Nel caso in esame, tuttavia, il contribuente si è limitato a sostenere che nella dichiarazione dei redditi erano stati inseriti dati sbagliati, ma a tale assunto non fa seguire la prova documentale del fatto, né spiega come e perché i dati esposti nella stessa debbano essere considerati errati. Mancava anche la richiesta di assunzione di responsabilità del professionista che aveva redatto ed inviato la dichiarazione o comunque altro documento contabile di provenienza e data certe da cui risalire all’errore.

Ulteriori osservazioni
In tema di emendabilità della dichiarazione la giurisprudenza di legittimità ha fissato una serie di punti fermi.
Il contribuente, indipendentemente dalle modalità e termini di cui alla dichiarazione integrativa prevista dall’articolo 2, Dpr n. 322/1998, e dall'istanza di rimborso di cui all’articolo 38, Dpr n. 602/1973, in sede contenziosa, può sempre opporsi alla maggiore pretesa tributaria dell'amministrazione finanziaria, allegando errori, di fatto o di diritto, commessi nella redazione della dichiarazione, incidenti sull'obbligazione tributaria (Cassazione n. 13378/2016).
L’emendabilità della dichiarazione non è un principio assoluto e incondizionato in quanto vi sono alcuni elementi che rappresentano delle vere e proprie manifestazioni di volontà del contribuente.

Le manifestazioni di volontà aventi valore negoziale sono irretrattabili anche in caso di errore, salvo che il contribuente non ne dimostri, secondo la disciplina generale dei vizi della volontà di cui agli articolo 1427 e seguenti del codice civile, l'essenzialità ed obiettiva riconoscibilità da parte dell'amministrazione finanziaria.
Quanto alla possibilità di presentare la dichiarazione integrativa, si ricorda la modifica introdotta per effetto dell’articolo 5 del Dl n. 193/2016, che ha previsto la possibilità di presentare dichiarazioni integrative “a favore” non oltre il termine concesso all’Ufficio per l’attività di accertamento, equiparando, in tal modo, i termini previsti per le dichiarazioni rettificative a favore del Fisco con quelli applicabili alle dichiarazioni emendabili a favore del contribuente.

Secondo i giudici di legittimità (Cassazione n. 1291/2019), tale modifica normativa non ha effetto retroattivo in quanto è una norma di natura sostanziale e pertanto non applicabile ai giudizi in corso al momento della sua entrata in vigore (sul punto anche una risposta, in senso conforme, resa dal Governo nel corso di un question time in commissione Finanze alla Camera il 2 agosto 2017).

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