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Giurisprudenza

Esterovestizione, tutto dipende
dall’indirizzo del centro decisionale

La “sede dell’amministrazione”, contrapposta alla “sede legale”, coincide con quella “effettiva” e in essa si svolgono assemblee in vista del compimento degli affari e dell’impulso dell’attività dell’ente

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Per stabilire se il reddito prodotto da una società possa essere sottoposto a tassazione in Italia, assume rilevanza decisiva il fatto che l'adozione delle decisioni riguardanti la direzione e la gestione dell'attività di impresa avvenga nel territorio italiano, nonostante la società abbia localizzato la propria residenza fiscale all'estero. È quanto ha stabilito la Corte di cassazione con l’ordinanza n. 6476 del 9 marzo 2021.

Fatti
La vicenda in commento riguarda l’avviso di accertamento con il quale l’Agenzia delle entrate aveva recuperato a tassazione i redditi di una società, nel presupposto che la stessa, pur essendo formalmente residente in Lussemburgo, operasse soltanto in Italia.

Giudizio di merito
Con le sentenze di primo e secondo grado i giudici tributari avevano escluso la fattispecie di esterovestizione, poiché non risultava dimostrato il fatto che la società operasse in Italia, non essendo stata fornita alcuna prova delle specifiche operazioni poste in essere dalla stessa nel territorio italiano in termini di beni ceduti, servizi prestati e beni ricevuti.

Ordinanza
L’Amministrazione finanziaria ha impugnato la sentenza in Cassazione, lamentando anche la violazione dell’articolo 73 del Tuir, in quanto le decisioni fondamentali di management necessarie alla gestione della società venivano assunte in Italia e ciò comporta il radicamento della residenza della società nel territorio italiano.
Con riferimento a tale disposizione, la Corte suprema ha accolto le doglianze dell’Agenzia, valorizzando il profilo della localizzazione del centro decisionale.
In base al comma 3 del citato articolo 73, “ai fini delle imposte sui redditi si considerano residenti le società e gli enti che per la maggior parte del periodo di imposta hanno la sede legale o la sede dell'amministrazione o l'oggetto principale nel territorio dello Stato”.

Confermando l’orientamento giurisprudenziale consolidato, la Cassazione ha precisato che la nozione di “sede dell’amministrazione”, in quanto contrapposta alle “sede legale”, deve ritenersi coincidente con quella “effettiva”, intesa come il luogo ove hanno concreto svolgimento le attività amministrative e di direzione dell’ente e si convocano le assemblee, e cioè il luogo deputato, o stabilmente utilizzato, per l’accentramento – nei rapporti interni e con i terzi – degli organi e degli uffici societari in vista del compimento degli affari e dell’impulso dell’attività dell’ente (Cassazione, nn. 16697/2019, 3604/1984, 5359/1988, 497/1997, 7037/2004, 6021/2009 e 1813/2014).

Sulla stessa linea si è posta la Corte di giustizia nella sentenza del 28 giugno 2007, Planzer Luxembourg Sarl, in cui è stato affermato che la nozione di sede dell'attività economica “indica il luogo in cui vengono adottate le decisioni essenziali concernenti la direzione generale della società e in cui sono svolte le funzioni di amministrazione centrale di quest'ultimo (punto 60)”.
L’ordinanza in questione chiarisce inoltre che la fattispecie della esterovestizione, tesa ad accordare prevalenza al dato fattuale dello svolgimento dell’attività direttiva presso un territorio diverso da quello in cui ha sede legale la società, non contrasta con la libertà di stabilimento.
Se ne trae conferma dalla sentenza della Corte di giustizia del 12 settembre 2006, C-196/04, Cadbury Schweppes e Cadbury Schweppes Overseas la quale, con riferimento al fenomeno della localizzazione all’estero della residenza fiscale di società, ha stabilito che la circostanza che una società sia creata in uno Stato membro per fruire di una legislazione più vantaggiosa non costituisce per sé sola un abuso di tale libertà; tuttavia una misura nazionale che restringa la libertà di stabilimento è ammessa se concerne specificamente le costruzioni di puro artificio finalizzate a escludere la normativa dello Stato membro interessato.

Secondo la Cassazione, la Ctr non si è attenuta ai principi sopra menzionati, in quanto ha attribuito rilevanza, ai fini della verifica della configurabilità della fattispecie di esterovestizione, al solo fatto del compimento o meno da parte della società verificata di specifiche operazioni sul territorio nazionale, trascurando di valutare se la società avesse stabilito in Italia la concreta sede di assunzione delle decisioni e gestione dell’attività di impresa.
Da qui il rinvio per un nuovo esame alla Commissione tributaria del Lazio, in diversa composizione.

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