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Giurisprudenza

Fiscalità degli utili agli associati:
se l’apporto è in soldi, non c’è Iva

Stessa conclusione anche assimilando il conferimento alle somme corrisposte a titolo di mutuo al mutuatario, che la norma elenca tra i presupposti oggettivi dell’imposta

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Con la sentenza n. 20977 del 13 settembre, la Corte di cassazione, condividendo le tesi dell’ufficio finanziario, ha ritenuto indebita la detrazione dell’Iva operata dalla società sugli utili corrisposti ad alcuni associati in partecipazione che avevano effettuato “conferimenti in denaro”.
 
Il fatto
La vicenda processuale concerne una verifica conclusa con la redazione di processo verbale di constatazione, sulla cui base l’ufficio emetteva, a carico della società, un avviso d’accertamento, con il quale contestava l’indebita detrazione dell’Iva sugli utili corrisposti dalla società stessa agli associati in partecipazione, che avevano effettuato nell’anno conferimenti in denaro.
 
La Commissione tributaria provinciale legittimava la pretesa fiscale, a eccezione delle sanzioni irrogate per l'indebito recupero dell'Iva applicata sui compensi agli associati in partecipazione. La decisione veniva confermata in appello, dove, quanto alla richiesta di restituzione dell'Iva erroneamente versata, ad avviso del giudice del riesame, andava condiviso l'insegnamento giurisprudenziale (Cassazione, sentenze nn. 4419/2003 e 6419/2003), in base al quale, ai sensi dell'articolo 19 del Dpr 633/1972, per procedere alla detrazione dell'Iva dall'ammontare dell'imposta relativa alle operazioni effettuate non è sufficiente che le operazioni attengano all'oggetto dell'impresa, essendo necessario che siano, a loro volta, assoggettabili all'Iva.
 
La società contribuente proponeva, quindi, ricorso per cassazione con il quale, nel contestare, tra l’altro, violazione di legge, lamentava l’inadeguatezza e la contraddittorietà della decisione della Ctr, sulla questione relativa all’Iva corrisposta sugli utili riconosciuti agli associati in partecipazione, considerato che si era in presenza di “una prestazione di servizi” ai sensi dell’articolo 3 del Dpr 633/1972, al pari delle somme prestate a mutuo.
 
Nell’ambito di quanto detto, ricordiamo che l'associazione in partecipazione, ex articolo 2549 e seguenti del codice civile, è il contratto con il quale una parte (l'associante) attribuisce a un'altra (l'associato) il diritto a una partecipazione agli utili della propria impresa o, in base alla volontà delle parti contraenti, di uno o più affari determinati, dietro il corrispettivo di un apporto da parte dell'associato. Tale apporto può essere di natura patrimoniale ovvero di solo lavoro, o di natura mista capitale/lavoro.
 
Motivi della decisione
La Corte suprema, nel decidere la controversia, rigetta il ricorso, affermando il principio che è indetraibile l’Iva sugli utili erogati agli associati in partecipazione, anche se la società ha emesso regolare fattura.
In particolare, il giudice di legittimità ha messo in secondo piano la questione relativa alla qualificazione giuridica del contratto di associazione in partecipazione sollevata dalla contribuente, avendo ritenuto determinante la circostanza dell’apporto “integralmente in denaro” dei conferimenti degli associati in partecipazione. Tale circostanza, infatti, impedisce la configurazione di una “cessione di beni” (articolo 2, comma 3, lettera a), Dpr 633/1972), che avrebbe giustificato l’imponibilità ai fini Iva.
 
Perciò, gli utili percepiti dall'associato in partecipazione, come remunerazione per il conferimento all'associante di beni o di servizi, non sono assoggettabili a Iva, stante l'assenza di una esplicita previsione normativa e, visto il tenore di segno opposto dell'articolo 2, comma 3, lettera e), Dpr 633/1972 che esclude da tassazione i conferimenti a società o enti; in seguito al Dlgs 313/1997, che ha limitato la non assoggettabilità all'Iva ai conferimenti di aziende o di rami delle stesse, tali utili vanno considerati imponibili a partire dall'1 gennaio 1998 (Cassazione 6466/1998).
E poiché il conferimento in danaro non può essere assimilato in una cessione di beni mancherebbe in radice, anche a condividere la sussumibilità del contratto nell’ambito dei rapporti di scambio, il nesso di corrispettività rispetto all’iniziale messa a disposizione di capitale in denaro”.
 
Né approda a diversa conclusione l’assimilazione ai fini Iva, pure prospettata dalla contribuente, fra apporto in denaro dell’associato e somme corrisposte a titolo di mutuo al mutuatario, che la disciplina in tema di Iva qualifica espressamente come “prestazione di servizi” (articolo 3 del Dpr 633/1972).
 
A sostegno della tesi secondo cui è indetraibile l’Iva sugli utili in favore degli associati in partecipazione, depone anche l’articolo 19 del decreto Iva, in conformità all'articolo 17 della sesta direttiva Cee, la n. 77/388/Cee, il quale non ammette in ogni caso la detrazione dell'imposta pagata “a monte” per l’acquisto o l’importazione di beni o per conseguire la prestazione di servizi necessari all'impresa. Infatti, in base alla normativa citata, ai fini della detrazione, non è sufficiente che le dette operazioni attengano all'oggetto dell'impresa e siano fatturate, ma è altresì indispensabile che esse siano, a loro volta, assoggettabili al tributo (cfr Corte di giustizia 13 dicembre 1989, causa C-342/87; 19 settembre 2000, causa C-454/98; 6 novembre 2003, cause riunite da C-78/02 a C-80/02; 15 marzo 2007, causa C-35/05).
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