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Giurisprudenza

Inattendibile il basso ricarico
in presenza di costi esigui

Spetta all’imprenditore l’onere di dimostrare le ragioni economiche che motivano una gestione in perdita, non in linea con i normali criteri di gestione economica dell’attività

fallimento

Con l’ordinanza n. 19461 del 18 settembre 2020 la Corte di cassazione torna sul discusso tema della individuazione della nozione di antieconomicità della gestione dell’attività di impresa che sia stata oggetto di accertamento analitico-induttivo. Nel caso in commento la suprema Corte, nel rigettare il ricorso proposto dalla parte privata, afferma la legittimità dell’atto impositivo emesso dall’Agenzia in virtù dell’antieconomicità della gestione del contribuente, evinta da una serie di elementi indiziari attestanti l’ingiustificata modesta redditività della stessa.
 
La vicenda
A seguito della notifica di un avviso di accertamento di tipo analitico-induttivo, emesso per maggiori Ires, Iva e Irap in ragione dell’antieconomicità dell’esercizio di una attività di vendita al dettagli di calzature, la società a responsabilità limitata accertata ha proposto ricorso che è stato parzialmente accolto dalla Commissione tributaria di primo grado. I giudici regionali, successivamente aditi, hanno respinto l’appello proposto dalla parte privata confermando la sentenza della Ctp.
Nel dettaglio, i giudici regionali nel rigettare l’appello della società hanno affermato che la società aveva indicato un reddito incoerente con quello di esercizi commerciali della stessa tipologia che si trovavano nelle medesime condizioni del soggetto accertato.
 
La soluzione della Corte di cassazione
La suprema Corte con l’ordinanza in commento afferma la piena legittimità dell’azione accertativa, evidenziando che “l’Amministrazione finanziaria, per come riportato nell’avviso di accertamento e anche nella sentenza impugnata, ha contestato al contribuente l’antieconomicità della gestione, evincendo la stessa da una serie di elementi indiziari: a) l’avere realizzato, rispetto ai costi sostenuti, un ricavo esiguo, in applicazione di una percentuale di ricarico del trentanove per cento circa, così come avvenuto anche per altre annualità; b) tale modesta redditività non si giustifica in ‘relazione alla collocazione dell’esercizio commerciale (in una zona centralissima di una grande città); c) la percentuale di ricarico, rispetto a quella media rilevata per aziende similari, che si aggira tra il novanta e il cento per cento, è di gran lunga inferiore; d) non si sono registrati eventi straordinari idonei a incidere sul reddito”.
I giudici di legittimità aggiungono che “indipendentemente da una verifica in loco, si tratta sicuramente di elementi indiziari gravi, precisi e concordanti (anche con riferimento alla percentuale di ricarico applicata, di cui l’Amministrazione finanziaria dà una compiuta giustificazione), idonei a supportare, come correttamente ritenuto dalla sentenza impugnata, la motivazione dell’avviso di accertamento e a determinare l’inversione dell’onere probatorio concernente la regolarità della propria attività e l’insussistenza della contestata evasione”.
 
Brevi osservazioni
L’articolo 39, comma 1, del Dpr n. 600/1973, dopo aver enunciato le diverse fattispecie che costituiscono i presupposti dell’accertamento del reddito d’impresa basato sulle risultanze della contabilità (accertamento analitico), prevede alla lettera d), ultimo periodo, che “L’esistenza di attività non dichiarate o l’inesistenza di passività dichiarate è desumibile anche sulla base di presunzioni semplici, purché queste siano gravi, precise e concordanti” (accertamento analitico-induttivo).
La disposizione di riferimento per l’accertamento analitico-induttivo ai fini Iva è invece l’articolo 54, comma 2, del Dpr n. 633/1972 il quale stabilisce che l’infedeltà della dichiarazione Iva, qualora non emerga direttamente dal contenuto della stessa o dai controlli formali e dalle liquidazioni periodiche, può risultare “anche sulla base di presunzioni semplici, purché queste siano gravi, precise e concordanti”.
L’accertamento analitico-induttivo dei redditi d’impresa viene realizzato sulla base del controllo delle scritture e delle registrazioni contabili, sicché l’atto di rettifica, qualora l’ufficio abbia sufficientemente motivato, specificando gli indici di inattendibilità dei dati relativi ad alcune poste di bilancio e dimostrando la loro astratta idoneità a rappresentare una capacità contributiva non dichiarata, è assistito da presunzione di legittimità circa l’operato degli accertatori, nel senso che null’altro l’ufficio è tenuto a provare, se non quanto emerge dal procedimento deduttivo fondato sulle risultanze esposte, mentre grava sul contribuente l’onere di dimostrare la regolarità delle operazioni effettuate, anche in relazione alla contestata antieconomicità delle stesse, senza che sia sufficiente invocare l’apparente regolarità delle annotazioni contabili, perché proprio una tale condotta è di regola alla base di documenti emessi per operazioni inesistenti o di valore di gran lunga eccedente quello effettivo (in tal senso, cfr anche, le sentenze della Cassazione n. 27804/2018; n. 14068/2014 e n. 951/2009).
Con la pronuncia in commento i giudici di legittimità forniscono importanti e concreti riferimenti a cui l’interprete può fare riferimento per l’individuazione, nella realtà, della condotta antieconomica da parte del contribuente.
Come visto, i giudici ritengono che l’avere realizzato un ricavo esiguo al cospetto di costi rilevanti, in virtù dell’applicazione di una percentuale di ricarico del trentanove per cento circa rappresenta senz’altro un serio indizio di anticonomicità della comportamento del contribuente. Allo stesso modo, per i giudici di legittimità il fatto che tale modesta redditività non trovi giustificazione in relazione alla collocazione fisica dell’esercizio commerciale e anche in virtù del fatto che non si sono registrati eventi straordinari idonei a incidere sul reddito, rappresentano indubbiamente seri elementi indiziari di una condotta anomala sotto il profilo della propria antieconomicità della gestione.
 
In definitiva, alla luce dell’orientamento giurisprudenziale illustrato, appare necessario che l’interprete verifichi l’antieconomicità della condotta valutando se essa risulti in palese contrasto con i normali criteri di economicità dell’attività imprenditoriale, con il comune buonsenso e con le regole basilari della ragionevolezza, al fine di dimostrare che tale comportamento, non perseguendo la remunerazione di tutti i fattori produttivi, risulti priva di una giustificazione razionale che non sia quella di eludere il precetto tributario.
Spetterà di conseguenza al contribuente l’onere di dimostrare le ragioni economiche alternative o concorrenti di reale spessore che giustifichino una gestione in perdita, non in linea con i normali criteri di gestione economica dell’attività.

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