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Giurisprudenza

Inesistenza operazioni provata.
La controprova passa al verificato

E non bastano, a tal fine, la regolarità formale delle scritture o le evidenze contabili dei pagamenti, strumenti di frequente adoperati proprio allo scopo di far apparire reale ciò che non lo è

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Nell’ipotesi di utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, una volta assolto l’onere dell’amministrazione finanziaria di provare l’inesistenza delle suddette, anche sulla base di presunzioni semplici fondate su elementi indiziari gravi, precisi e concordanti, spetta al contribuente dimostrare l'effettiva esistenza delle operazioni contestate. Questo il contenuto dell’ordinanza n. 1278 del 22 gennaio 2021 della Corte di cassazione.

I fatti
Il caso riguarda tre distinti avvisi di accertamento con cui l’Agenzia delle entrate, riprendendo a tassazione i costi recati in una serie di fatture relative a operazioni oggettivamente inesistenti, ha rettificato il reddito imponibile della società verificata ai fini Irpef, Iva e Irap.  

Il ricorso proposto dal contribuente è stato accolto sia dalla Commissione tributaria provinciale che da quella regionale.

L’Agenzia delle entrate ha così impugnato la sentenza d’appello dinanzi alla Corte di cassazione, lamentando in via principale violazione e falsa applicazione degli articoli 39, del Dpr n. 600/1973, e 54, del Dpr n. 633/1972, nella parte in cui i giudici hanno erroneamente ritenuto non sufficienti a fondare la pretesa erariale, ai fini delle imposte dirette e Iva, le presunzioni semplici addotte, basate su indizi gravi, precisi e concordanti.

I giudici di legittimità hanno ritenuto fondato il motivo di doglianza e accolto il ricorso dell’ufficio finanziario, rinviando la sentenza cassata alla Ctr in diversa composizione.

La decisione
In tema di distribuzione dell'onere probatorio in caso di operazioni oggettivamente inesistenti, l’amministrazione finanziaria ha l'onere di dimostrare che l'operazione commerciale documentata dalla fattura non è stata in realtà mai posta in essere o lo è stata solo in parte, “indicando gli elementi presuntivi o indiziari sui quali fonda la contestazione”.
Assolto tale onere, ricade poi sul contribuente controllato l’onere di provare che la componente reddituale dedotta (o l’Iva detratta) ha una fonte legittima, non essendo sufficienti, a tale fine, la regolarità formale delle scritture o le evidenze contabili dei pagamenti, considerato che, sovente, tali strumenti sono adoperati proprio allo scopo di far apparire reale un'operazione fittizia.

Il tema centrale della questione riguarda i termini con cui l’amministrazione finanziaria deve fornire la prova dell’inesistenza oggettiva dell’operazione. In particolare, si discute se anche degli indizi attendibili siano sufficienti a supportare la contestazione di inesistenza oggettiva delle operazioni.
 
La Corte di cassazione ha risposto in maniera affermativa sul punto, sostenendo che “gli elementi indiziari, ove rivestano i caratteri di gravità, precisione e concordanza, danno luogo a presunzioni semplici le quali, proprio a mente degli univoci precetti dettati dai citati art. 39 del d.P.R. n. 600 del 1973 e art. 54 del d.P.R. n. 633 del 1972, sono idonee, di per sé sole considerate, a fondare il convincimento del giudice”.
Il tema delle presunzioni è disciplinato dall’articolo 2727 del codice civile, il quale dispone che la presunzione è “la conseguenza che la legge o il giudice trae da un fatto noto per risalire a un fatto ignorato”. In ambito fiscale dal “fatto noto” – certo o oggettivamente determinabile – si giunge alla determinazione di quello ignoto sintomatico di evasione, senza che “occorra che tra il fatto noto e quello ignoto sussista un legame di assoluta ed esclusiva necessità causale, ma è sufficiente che il fatto da provare sia desumibile dal fatto noto come conseguenza ragionevolmente possibile, secondo un criterio di normalità; occorre, al riguardo, che il rapporto di dipendenza logica tra il fatto noto e quello ignoto sia accertato alla stregua di canoni di probabilità, con riferimento ad una connessione possibile e verosimile di accadimenti, la cui sequenza e ricorrenza possono verificarsi secondo regole di esperienza” (cfr Cassazione nn. 25291/2017 e 22656/2011).

Nel caso al vaglio della Corte suprema, l’amministrazione finanziaria aveva addotto diversi elementi atti a comprovare l’inesistenza delle operazioni, quali: la generica indicazione nelle fatture delle indicazioni relative alle prestazioni, la mancanza di un contratto tra la contribuente e la società emittente la fattura nonché di altri documenti comprovanti l'effettuazione della prestazione e la mancata predeterminazione dei compensi. Così facendo l’ufficio aveva adempiuto correttamente all’onere probatorio a proprio carico, spostando sul contribuente l’onere di dimostrare l'effettiva esistenza delle operazioni contestate negli atti impositivi.

In sede contenziosa, il giudice tributario deve valutare, singolarmente e complessivamente, gli elementi presuntivi forniti dall'amministrazione e, qualora ritenga tali elementi dotati dei caratteri di gravità, precisione e concordanza, “deve dare ingresso alla valutazione della prova contraria offerta dal contribuente”.
In questa occasione i giudici d’appello non si sono attenuti ai principi espressi in sede di legittimità, perché hanno omesso qualsiasi valutazione critica sugli elementi addotti dall’amministrazione finanziaria, limitandosi ad aderire alla decisione di primo grado in maniera acritica e generica, con il risultato di rendere la motivazione espressa puramente figurativa e sostanzialmente apparente. Da qui l’accoglimento dei motivi di ricorso dell’Agenzia delle entrate e la cassazione della decisione di secondo grado.

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