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Giurisprudenza

Ingiunzione di pagamento, interessi
a imposta di registro proporzionale

La Cassazione precisa che tali somme sono di natura moratoria perché relative a un debito scaduto e, quindi, non sono soggette a Iva, di conseguenza, non sono subordinate al principio di alternatività

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Gli interessi legali, previsti in un decreto ingiuntivo emesso a seguito del mancato pagamento del prezzo stabilito per una fornitura di macchinari, scontano l’imposta di registro con l’aliquota del 3 per cento.
L’imposta proporzionale si applica anche se il provvedimento non qualifica espressamente tali interessi come moratori. Questo è il principio espresso dalla Corte di cassazione con l’ordinanza n. 33535 del 15 novembre 2022.

Il caso esaminato nella pronuncia riguardava la tassazione di un decreto ingiuntivo con il quale un ente era stato condannato a versare una determinata somma, oltre agli interessi legali, a seguito del mancato pagamento del corrispettivo, soggetto a Iva, pattuito per la cessione di alcuni macchinari per l’edilizia.

L’ufficio territoriale dell’Agenzia delle entrate presso il quale è stato registrato il decreto ha applicato, sull’importo degli interessi, l’aliquota del 3%, sulla base dell’articolo 8, lettera b) della tariffa, parte prima, allegata al testo unico sull’imposta di registro, Dpr n. 131/1986.
Questa disposizione si riferisce espressamente agli atti dell’autorità giudiziaria “…recanti condanna al pagamento di somme o valori, ad altre prestazioni o alla consegna di beni di qualsiasi natura
L’ente, destinatario dell’avviso di liquidazione con il quale l’ufficio ha chiesto il pagamento dell’imposta proporzionale degli interessi, ha impugnato l’atto impositivo, ritenendo che:

  • gli interessi previsti nel decreto ingiuntivo dovevano essere qualificati come interessi compensativi e non moratori
  • su tali somme doveva applicarsi l’imposta di registro in misura fissa e non proporzionale, considerato che gli interessi erano collegati a una prestazione imponibile ai fini Iva e che, quindi, era operante il principio di alternatività tra Iva e imposta di registro, con conseguente tassazione in misura fissa.

Le osservazioni della parte sono state accolte sia dalla Ctp di Piacenza che dalla Ctr dell’Emilia Romagna (decisione n. 394/2021).
In particolare le Commissioni tributarie hanno ritenuto che se il creditore non qualifica espressamente gli interessi dei quali chiede il pagamento, bisogna ritenere che gli stessi siano quelli corrispettivi, i quali sono dovuti in base al principio della naturale fecondità del denaro. Ciò perché, nelle obbligazioni pecuniarie, la funzione primaria degli interessi è quella corrispettiva, in quanto rappresentano i frutti civili della somma dovuta dal debitore.
La funzione risarcitoria, tipica degli interessi di mora, sempre secondo le corti tributarie, ha, invece, un carattere secondario, in quanto richiede il preventivo accertamento della colpa del debitore.
In definitiva, i giudici tributari hanno ritenuto che gli interessi possono essere qualificati come interessi di mora solo se il creditore li qualifica espressamente come tali e ne chiede il pagamento distintamente dal capitale.
Al riguardo, occorre premettere che si distingue tra:

  • interessi corrispettivi, se dovuti dal debitore al fine di compensare il creditore per il godimento del suo denaro. Questi interessi, in pratica, remunerano il creditore privato della disponibilità di una somma di denaro a seguito del vantaggio che deriva al debitore dall’utilizzo di denaro non proprio
  • interessi moratori, se dovuti a seguito del ritardo nell’adempimento da parte del debitore.

La Corte di cassazione, con la pronuncia in esame, ha condiviso la tesi dell’ufficio, evidenziando che:

  • in caso di ritardo nell’adempimento di obbligazioni pecuniarie relative a transazioni commerciali, il creditore ha diritto al pagamento degli interessi moratori ai sensi degli articoli 4 e 5 del Dlgs n. 231/2002, senza necessità della preventiva costituzione in mora
  • gli interessi, relativi a un debito scaduto, liquido ed esigibile, richiesti in un decreto ingiuntivo unitamente alla somma principale, devono essere qualificati come interessi moratori anche se il creditore non ha specificato espressamente la natura degli interessi stessi
  • gli interessi di mora sono esclusi dall’applicazione dell’Iva, ai sensi dell’articolo 15 del decreto Iva.

In base a queste argomentazioni, la Corte suprema ha ritenuto legittima la pretesa dell’Amministrazione finanziaria in merito all’applicazione dell’imposta di registro con l’aliquota del 3% sugli interessi chiesti dal creditore nel decreto ingiuntivo.

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