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Giurisprudenza

Intervento adesivo senza presupposti di legge

L'unica via consentita è la normale proposizione di ricorsi e la contestuale o successiva richiesta di riunione

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Numerosi dipendenti del ministero del Lavoro presentavano ricorso avverso il silenzio-rifiuto opposto dal Centro di servizio delle II.DD. di Roma all'istanza di restituzione delle ritenute Irpef sulle somme corrisposte a titolo di rimborso spese per l'esecuzione di ispezioni ordinarie alle società cooperative.
Successivamente, altri dipendenti dello stesso ministero azionavano analoga richiesta con atto qualificato "atto d'intervento ex art. 14, Dlgs n. 546/1992".
Tutti sostenevano la sostanziale natura risarcitoria dei rimborsi forfetari corrisposti, in quanto afferenti a spese effettivamente sostenute e, perciò, non soggette a tassazione.
L'ufficio si costituiva in giudizio, eccependo, tra l'altro, alcune eccezioni di rito, quali l'assoluta incertezza in ordine alle parti ricorrenti e l'assoluta carenza di competenza per territorio della Commissione adita.

La Ctp di Roma, con sentenza pubblicata il 25/9/2002, accoglieva i ricorsi proposti dai soli primi ricorrenti.
In prosieguo, gli interventori si attivavano per l'estensione, anche nei loro confronti, degli effetti favorevoli della sentenza.
In data 24/3/2004, il presidente della Sezione emetteva un decreto, con il quale "rilevato che nel frontespizio (della sentenza) non erano stati indicati i nominativi degli altri ricorrenti intervenuti", integrava le parti in giudizio con questi ultimi.

L'Agenzia delle Entrate di Roma ha proposto appello nei confronti dei ricorrenti intervenuti successivamente, contestandone la legittimità e chiedendo la riforma della sentenza in ordine all'integrazione illegittimamente disposta.
I giudici della Ctr di Roma accoglievano l'appello, ritenendo il provvedimento presidenziale "del tutto anomalo e lontano da ogni regola dettata dal codice di rito", per cui, "il ricorso per intervento doveva essere considerato inammissibile, in quanto carente di ogni presupposto di legge".
Aggiungevano che il decreto non poteva essere "assimilato all'istituto della correzione delle sentenze, essendo stato violato, nella specie, il principio del contraddittorio".

Le questioni risolte in sentenza sono due: l'illegittimità della correzione operata con l'emanazione del decreto presidenziale e l'inammissibilità dell'intervento ex articolo 14 effettuato nel corso del primo giudizio.

1 - Il caso di correzione è regolato dall'articolo 287 c.p.c., il quale stabilisce che, su ricorso di parte, lo stesso giudice possa procedere alla riforma della sentenza non appellata per omissioni o errori materiali o di calcolo in cui è incorso. Il procedimento di correzione è regolato dall'articolo 288, il quale prevede due distinte regole: se l'istanza proviene da tutte le parti il giudice provvede con decreto; se l'istanza proviene da una sola parte si deve necessariamente assicurare la garanzia del contraddittorio.
Nella specie, la correzione della sentenza è stata chiesta, da una sola parte dopo un anno dalla pubblicazione, e, quindi, il giudice con decreto presidenziale doveva fissare l'udienza di comparizione da notificare, insieme al ricorso, alle altri parti personalmente.
Dalla sentenza si rileva che tale procedimento non è stato rispettato, in quanto manca la notifica o comunicazione dell'iniziativa della controparte e del decreto di comparizione del giudice all'Amministrazione finanziaria.
Tale omissione, lungi dal costituire mera irregolarità priva d'effetti invalidanti, determina viceversa, come statuito nella sentenza della Cassazione n. 10441/2003, "... la nullità dei successivi atti processuali e della stessa sentenza a norma degli artt. 101 e 156, II comma, c.p.c., essendo detta comunicazione indispensabile per assicurare il contraddittorio e l'esercizio del diritto di difesa nell'indicata fase processuale".

2 - L'intervento degli altri dipendenti è stato fatto ai sensi dell'articolo 14 del Dlgs n. 546/1992. Questi hanno ritenuto di potere inserirsi nell'ambito d'altra controversia già incardinata e a pochi mesi dalla decisione, vertente sulla medesima questione giuridica.
I giudici hanno statuito, molto sinteticamente, l'inammissibilità per carenza del presupposto di legge.
Il terzo comma dell'articolo 14 richiamato prevede la possibilità che altri oggetti possono volontariamente intervenire nel giudizio, quando "sono destinatari dell'atto impugnato o parti del rapporto tributario controverso", "notificando apposito atto a tutte le parti e costituendosi nelle forme" prescritte.

Nella specie, non si ha un unico rapporto, né un unico atto impugnato con più destinatari, ma più rapporti d'imposta, più atti impugnati, tanti quanti sono i taciti dinieghi opposti a fronte delle singole e autonome istanze proposte, ancorché accomunati dall'identica questione giuridica affrontata.
Tali soggetti non avevano titolo per intervenire, data l'assoluta carenza dei presupposti normativi, e l'unica via, giuridicamente consentita, poteva essere la normale proposizione dei ricorsi e la contestuale o successiva richiesta di riunione.

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