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Giurisprudenza

Iva, esteso anche ai casi di rimborso il termine di quattro anni previsto per gli accertamenti

Il contenzioso si era instaurato sul rifiuto a restituire la maggiore imposta versata a seguito di una eccedenza relativa a una annualità di imposta non più accertabile

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Con la sentenza n. 8460/05 del 14 marzo 2005, depositata il 22 aprile 2005, la sezione tributaria della Corte di cassazione ha di fatto esteso il termine di quattro anni, previsto per gli accertamenti ai fini Iva dall'articolo 57 del Dpr 633/72, anche ai rimborsi.
Infatti, la suprema Corte ha stabilito che "il termine decadenziale contenuto nell'art. 57 del DPR 633/72 si riferisce anche al controllo, da parte dell'Ufficio, dei presupposti su cui si fonda la richiesta di rimborso dell'eccedenza di imposta detraibile risultante dalla dichiarazione", con l'ovvia conseguenza che, una volta spirati i termini per verificare il possesso dei presupposti ai fini Iva, l'Amministrazione finanziaria non può servirsi degli accessi e/o delle verifiche a quel fine effettuate per negare la richiesta del rimborso dell'eccedenza dell'Iva detraibile in un periodo di imposta successivo.

Secondo i giudici della Cassazione, l'interpretazione fin qui esposta "già suggerita dal tenore letterale della norma, è definitivamente imposta dalla disposizione contenuta nel secondo periodo dello stesso comma primo" dell'articolo 57 che, per chiarezza di esposizione, così espressamente recita: "Nel caso di richiesta di rimborso dell'eccedenza d'imposta detraibile risultante dalla dichiarazione annuale, se tra la data di notifica della richiesta di documenti da parte dell'ufficio e la data della loro consegna intercorre un periodo superiore a quindici giorni, il termine di decadenza, relativo agli anni in cui si è formata l'eccedenza detraibile chiesta a rimborso, è differito di un periodo di tempo pari a quello compreso fra il sedicesimo giorno e la data di consegna". Ebbene, sempre secondo i giudici, tale dettato normativo, "nel prevedere il differimento, a determinate condizioni, del suddetto termine di decadenza.........implicitamente conferma, in via generale, che il termine decadenziale in questione riguarda anche gli accertamenti aventi ad oggetto le richieste di rimborso".

Si evidenzia, infine, come a nulla siano valsi i richiami, effettuati dall'Amministrazione finanziaria, ai diversi termini di decadenza cui è soggetta la domanda di rimborso da parte del contribuente, presenti già nell'articolo 16 del Dpr n. 636/1972 e recepiti, oggi, dall'articolo 21 del Dlgs n. 546/1992 (Disposizioni sul processo tributario), bocciati come "del tutto inconferenti".

La vertenza si era instaurata sul rifiuto dell'Amministrazione finanziaria a riconoscere il rimborso della maggiore imposta versata dal contribuente a seguito di una eccedenza detraibile relativa a una annualità di imposta non più accertabile, per decorrenza dei termini.
Entrambe le Commissioni di merito avevano appoggiato le tesi del contribuente. In particolare, la Commissione tributaria regionale di Perugia aveva identificato con precisione il principio di diritto che, poi, è stato "sposato" dalla Corte di cassazione con la sentenza che qui si commenta, laddove evidenziava che, una volta intervenuta la "decadenza dell'ufficio dal potere di operare verifiche relative a quell'anno, deve ritenersi escluso il potere della stessa amministrazione di utilizzare i risultati di tali verifiche per negare un rimborso in un anno di imposta successivo".

Con ricorso presentato alla Corte di cassazione, l'Amministrazione denunciava violazione e/o falsa applicazione dell'articolo 57 del Dpr 633/1972 e degli articoli 16 del Dpr 636/1972 e 21 del Dlgs 546/1992, per aver applicato a una fattispecie espressamente prevista dagli ultimi due articoli ritenuti violati (il rimborso), la normativa prevista dall'articolo 57 dell'Iva, relativa agli accertamenti; in altre parole, i giudici di secondo grado avrebbero, secondo le tesi difensive dell'Amministrazione, erroneamente ritenuto che "il decorso del termine decadenziale di cui al predetto art. 57 del DPR n.633/1972 sia idoneo a determinare il consolidamento di posizioni di credito, sub specie di rimborso, invocate dai contribuenti; ciò in quanto il provvedimento di diniego del rimborso avrebbe una sua autonoma disciplina nell'art. 16 del DPR 633/1972 e, attualmente, nell'art. 21 del D.Lgs. n.546/1992".

Tali argomentazioni sono state ritenute del tutto infondate dai giudici della suprema Corte, che ha così, invece, ritenuto conforme al diritto la diversa interpretazione espressa dalla Commissione tributaria regionale di Perugia, sulla base delle motivazioni di diritto sopra esposte.

Giova segnalare che, in tema di rimborsi dell'eccedenza dell'imposta ex articolo 30 del Dpr 633/72, la sezione tributaria della suprema Corte, con sentenza n. 194 del 10 gennaio 2004, aveva così stabilito: "In tema di IVA, il provvedimento con cui l'amministrazione finanziaria neghi il diritto del contribuente al rimborso dell'eccedenza detraibile, regolato dall'art. 30 del DPR 26 ottobre 1972 n. 633, per insussistenza dei fatti costitutivi del diritto indicati nella norma citata, senza contestare l'esistenza stessa di un'eccedenza d'imposta dovuta non ha, neppure sostanzialmente, natura di avviso di accertamento (che presuppone necessariamente una pretesa tributaria nuova); ne consegue che il detto provvedimento di diniego non è soggetto al termine decadenziale stabilito dall'art. 57 del citato DPR n. 633 del 1972 per gli avvisi di accertamento, potendo sempre essere emanato finché il contribuente abbia il diritto di ottenere il rimborso dell'eccedenza".

Inoltre, sotto il profilo di una corretta strategia processuale, non si può ignorare che "in tema di contenzioso tributario, la decadenza dell'Ufficio dal potere di accertamento per mancato esercizio dello stesso nel termine fissato dall'art. 57, comma primo, del DPR 26 ottobre 1972 n. 633, disciplinante l'imposta sul valore aggiunto, non può essere rilevata d'ufficio dal giudice, ma deve essere ritualmente eccepita dal contribuente, vertendosi in materia non sottratta alla disponibilità di quest'ultimo ed attinente al merito della pretesa tributaria. Pertanto, qualora detta decadenza non sia stata tempestivamente eccepita in primo grado, la sua deduzione innanzi al giudice di secondo grado resta preclusa, non essendo consentito prospettare con l'atto di appello motivi non proposti nel precedente grado di giudizio ovvero nuove ragioni, che implichino la valutazione di fatti e situazioni precedentemente non dedotti" (Cass., sez. I , sentenza n. 404 del 16 gennaio 1999).

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