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Giurisprudenza

L’appello principale inammissibile
vanifica l’incidentale tardivo

Se la parte non esercita il diritto entro i tempi consentiti, manifesta, seppure implicitamente, la volontà di accettare il rischio del passaggio in giudicato della sentenza già emessa

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Ai sensi dell’articolo 334 cpc, comma 2, applicabile anche al processo tributario, l’efficacia dell’impugnazione incidentale presentata tardivamente “dipende” dal destino dell’impugnazione principale. Se, dunque, quest’ultima viene dichiarata inammissibile dal giudice, quella incidentale cosiddetta “tardiva” decade. Pertanto, ove la parte intenda ottenere, incondizionatamente, una decisione sulla propria impugnazione, sarà “costretta” a proporla tempestivamente. Al contrario, se non esercita tale prerogativa nei termini, manifesta, seppure implicitamente, la volontà di accettare il rischio del passaggio in giudicato della sentenza già emessa.
Questi, in sintesi, i principi che si ricavano dalla pronuncia della Cassazione n. 18415 del 12 luglio 2018.

Il giudizio di merito
In seguito a un accertamento analitico-induttivo, l’Agenzia delle entrate rettificava il reddito di impresa del contribuente rideterminandone in aumento i ricavi dichiarati nell’anno d’imposta 2003.
Il contribuente impugnava l’avviso di accertamento e i giudici della Commissione tributaria provinciale accoglievano parzialmente il ricorso rideterminando i ricavi in diminuzione rispetto alle somme quantificate nell’avviso di accertamento.
Tale ultima decisione veniva riformata dalla Commissione tributaria regionale, che dichiarava inammissibile l’appello principale dell’ufficio e, nel contempo, lo respingeva nel merito e accoglieva l’appello incidentale del contribuente annullando, di conseguenza, l’atto impositivo.
Avverso la pronuncia della Ctr, l’Agenzia delle entrate proponeva ricorso in Cassazione.

La pronuncia della Cassazione
Con l’unico motivo di ricorso l’Agenzia si doleva del fatto che il giudice di appello non avesse considerato che alla declaratoria di inammissibilità dell’impugnazione principale, capo della sentenza rispetto al quale l’Agenzia delle entrate aveva prestato acquiescenza, avrebbe dovuto seguire la declaratoria di inefficacia della impugnazione incidentale tardiva del contribuente, ai sensi degli articoli 49, 54, comma 2, Dlgs 546/1992, e 334 cpc. Sarebbe stato, dunque, precluso ai giudici del gravame di deliberare in merito alla legittimità della pretesa impositiva.

Il Collegio supremo, dopo aver ricordato che l’impugnazione incidentale tardiva è sempre ammessa anche quando sia scaduto il termine per l’impugnazione principale e, persino, se la parte abbia prestato acquiescenza alla sentenza, ha chiarito che l’unico limite è costituito dal fatto “…che essa perde efficacia se l'impugnazione principale è dichiarata inammissibile” (Cassazione, pronuncia n. 15483/2008 e, più di recente, n. 14609/2014).
Secondo i giudici di legittimità, la parte, per ottenere una decisione “di merito” sulla propria impugnazione, avrebbe dovuto proporre una impugnazione tempestiva. Non avendo esercitato nei tempi previsti tale potere, ha “implicitamente” inteso accettare il rischio del passaggio in giudicato della sentenza della Ctp.

In conclusione, per la Cassazione, la declaratoria di inammissibilità dell’appello principale proposto dall’ufficio, facendo perdere efficacia all’appello incidentale tardivo presentato dal contribuente, ha determinato di fatto il passaggio in giudicato della sentenza di primo grado. La Ctr ha, dunque, errato nell’aver analizzato nel merito sia la controversia oggetto di gravame principale sia quella incidentale.
La Corte suprema ha pertanto definitivamente accolto il ricorso dell’Agenzia delle entrate compensando le spese dell’intero giudizio.

Osservazioni
L’impugnazione incidentale tardiva è regolata dall’articolo 334 cpc, che prevede per le parti processuali, contro le quali è stata proposta impugnazione e quelle chiamate a integrare il contraddittorio a norma dell’articolo 331 cpc (ipotesi di litisconsorzio necessario), la possibilità di proporre impugnazione incidentale anche quando per esse sia decorso il termine per impugnare o abbiano fatto acquiescenza alla pronuncia.

È ormai pacifico (si vedano Cassazione nn. 11080/2008 e 11349/2001) che l’articolo 334 cpc possa essere applicato anche nel processo tributario. Ciò sia perché l’articolo 49 del Dlgs 546/1992, che contiene una disciplina generale delle impugnazioni nell’ambito del processo tributario, rimanda alle norme processuali civili con la sola esclusione dell’articolo 337 cpc, sia perché l’articolo 54 del predetto decreto, che disciplina espressamente l’appello incidentale tributario, non contiene alcuna limitazione di sorta in ordine alla possibilità di presentare un’impugnazione incidentale tardiva.
La possibilità di impugnare tardivamente in seguito alla proposizione di una impugnazione tempestiva serve a garantire il diritto di difesa della parte che, avendo magari già deciso di fare acquiescenza a un capo sfavorevole della sentenza, sia “costretta a reagire” impugnando, seppure in ritardo, in conseguenza della ricezione dell’atto di appello in prossimità della scadenza del termine per proporre gravame.

Posto che l’articolo 334 cpc può essere integralmente applicato al processo tributario, risulta applicabile anche il secondo comma per cui “se l'impugnazione principale è dichiarata inammissibile, l'impugnazione incidentale perde ogni efficacia”. Ne consegue che, se il giudice dichiara pregiudizionalmente inammissibile il ricorso principale, non può poi decidere nel merito l’appello incidentale divenuto, per tale motivo, non produttivo di effetti.
Sul punto si richiamano le sezioni unite della Cassazione (sentenza n. 9741/2008), secondo cui tale regola si applica non solo all’impugnazione principale dichiarata inammissibile, ma anche al caso in cui essa sia dichiarata improcedibile. A tale conclusione, secondo le sezioni unite, si giunge attraverso una “interpretazione logico-sistematica dell'ordinamento, che conduce a ritenere irrazionale che un'impugnazione (tra l'altro anomala) possa trovare tutela in caso di sopravvenuta mancanza del presupposto in funzione del quale è stata riconosciuta la sua proponibilità”.
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