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Giurisprudenza

Per l’esenzione Iva rileva soltanto la natura dell’attività

Il caso riguarda due società britanniche che hanno istituito una partnership per la gestione di case di riposo e istituti per l’infanzia
La causa C-498/03 ha visto la Corte di giustizia impegnata a dirimere una controversia relativa alla corretta individuazione degli “organismi di carattere sociale” menzionati dall’articolo 13 della sesta direttiva. E questo per delimitare l’ambito di applicazione delle esenzioni che favoriscono le cessioni di beni e le prestazioni di servizi connesse alla cooperazione sociale, e, in particolare, alla tutela dell’infanzia e della gioventù.
La legislazione Iva in Gran Bretagna
La fattispecie sottoposta al vaglio dei giudici comunitari riguarda due società britanniche che hanno istituito, nel 1997, una partnership per la gestione, a scopi lucrativi, di quattro case di riposo e di due istituti per l’infanzia, opportunamente registrati presso gli enti preposti al controllo degli organismi operanti nel settore dell’assistenza. Fino al marzo 2002, l’Amministrazione fiscale britannica considerava esenti dall’Iva le sole prestazioni di servizi di assistenza sociale svolte a fini non lucrativi; per cui, conformemente alla disciplina nazionale allora vigente, la società Kingscrest, operante nel settore socio-assistenziale per finalità commerciali, assoggettava regolarmente a imposta i proventi derivanti dall’esercizio della predetta attività. Successivamente, la legislazione britannica in materia di Iva è mutata, con la conseguenza che è stata estesa l’agevolazione dell’esenzione anche alle attività assistenziali esercitate per finalità squisitamente lucrative. Il legislatore ha, cioè, deciso di premiare il carattere “assistenziale” e “sociale” dell’attività svolta, prescindendo dalla circostanza che l’attività venisse svolta in maniera disinteressata o perseguendo un intento speculativo. Conta soltanto che l’attività svolta consista in “prestazioni di assistenza o istruzione dirette a favorire il benessere fisico o psichico di anziani, malati, persone bisognose o disabili nonché di tutela dei bambini e dei giovani”.
La trasformazione legislativa e le conseguenze
A seguito del cambio di legislazione, l’attività svolta dalla Kingscrest è divenuta in toto esente da imposta, con la conseguente preclusione a portare in detrazione l’Iva inerente le spese funzionali all’esercizio dell’attività medesima. La controversia che ne è scaturita è stata sottoposta all’esame della Corte di giustizia, alla quale si è chiesto di valutare, in buona sostanza, se le attività di promozione sociale elencate dall’articolo 13 della citata direttiva beneficiano dell’esenzione da Iva anche quando sono poste in essere da un ente che persegue uno scopo di lucro, come la società ricorrente.
Le contraddizioni insite nell’Iva
La Corte, nell’affrontare la questione, ha svolto delle considerazioni preliminari sulle contraddizioni insite nell’Iva, la quale, essendo per definizione un’imposta sui consumi, dovrebbe sempre garantire all’operatore – soggetto passivo di imposta – una piena neutralità. Tant’è che la logica e il funzionamento di tale tributo è imperniato sul meccanismo a due facce della esigibilità dell’imposta, a cui fa riscontro il diritto a detrazione della medesima. Sicché, almeno in astratto, l’operatore economico dovrebbe rimanere “indenne” dall’imposta assolta per i beni e servizi acquistati nell’esercizio dell’attività; in concreto, però, ciò non accade, in quanto il legislatore comunitario ha previsto, all’articolo 13 della sesta direttiva, una serie di operazioni che – per l’indubbio valore socio-economico ad esse inerente – da un lato fruiscono dell’esenzione da Iva, e, dall’altro, precludono il diritto a detrazione.
Le conclusioni dell’Avvocato generale
L’avvocato generale Jarabo Colomer, nel presentare alla Corte le proprie conclusioni relative alla fattispecie in esame, ha rilevato che l’anzidetta situazione “provoca effetti perversi nel sistema perché il soggetto passivo obbligato ad applicare l’esenzione cercherà di far ripercuotere sui prezzi di vendita dette conseguenze negative per cui, trattandosi di esenzioni oggettive ideate per promuovere determinati tipi di attività o per stimolare certi settori industriali, si ottiene un risultato contrario a quello perseguito, giacché il beneficio fiscale aumenta il costo delle transazioni economiche”.
Tornando al merito della questione e cioè se, ai sensi dell’articolo 13 della sesta direttiva, l’esenzione possa riconoscersi a un’attività a carattere “sociale” anche se svolta da un’organizzazione privata che persegue scopi di lucro, la Corte dà una risposta ampiamente positiva al quesito in esame. I giudici, difatti, rilevano come le esenzioni di cui al citato articolo 13 hanno carattere oggettivo; sono, cioè, dirette a privilegiare la natura e la tipologia dell’attività (socio-assistenziale) esercitata, a prescindere dalla struttura giuridica dell’organismo che espleta l’attività suddetta.
Le precisazioni della Corte
In particolare, la Corte precisa che “quando si persegue la promozione e l’incentivazione dei compiti assistenziali dei pubblici poteri e degli organismi di carattere sociale, risulta irrilevante che questi ultimi operino con o senza fine di lucro”. E’ comunque, evidente che il carattere commerciale di una prestazione non inficia l’eventuale fine solidaristico e assistenziale della stessa, in quanto l’obiettivo del legislatore è di promuovere le attività che risultano a favore della collettività, a prescindere dal regime economico giuridico della prestazione. Una soluzione contraria, osserva la Corte, comprometterebbe il funzionamento del sistema comune dell’Iva e del principio di neutralità, in quanto si autorizzerebbe l’adozione di un distinto trattamento fiscale per situazioni sostanzialmente eguali. A giudizio della Corte, pertanto, il perseguimento di un fine di lucro nell’espletamento di attività a carattere socio-assistenziale non incide sulla qualificazione oggettiva di queste ultime né, tantomeno, preclude alle stesse la fruizione dell’agevolazione fiscale in parola.

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