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Giurisprudenza

L'imposta "extra redditi"
vale per l'intero settore finanziario

Secondo i giudici la ratio della norma è quella di tassare gli enormi incentivi retributivi percepiti dai contribuenti che sono soggetti attivi sulla scena finanziaria globale

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L'imposta addizionale prevista dall'articolo 33 del Dl n. 78/2010 (cosiddetta imposta “extra-redditi”) si applica nei confronti dei dirigenti delle imprese attive nel settore finanziario, ivi comprese anche quelle non sottoposte a vigilanza, e ricomprendendo, tra i soggetti passivi dell’addizionale in parola, anche i dirigenti di società di consulenza alle imprese finanziarie.
È quanto ha stabilito, con la sentenza n. 25509 del 31 agosto 2023, la quinta Sezione della Corte di cassazione, accogliendo le tesi dell'amministrazione finanziaria e cassando la decisione dei giudici tributari di merito.

I giudici di Piazza Cavour hanno, infatti, chiarito che la ratio della norma è quella di tassare gli enormi incentivi retributivi percepiti da tutti quei contribuenti che devono considerarsi quali soggetti attivi sulla scena finanziaria globale.

Il caso di specie ed il giudizio di merito
Un dirigente di una società di consulenza finanziaria presentava istanza di rimborso relativa ad una parte dell'Irpef trattenuta e versata dal datore di lavoro, ritenendo non fosse dovuto il prelievo supplementare del 10% di cui all'art. 33 del Dl n. 78/2010. A suo giudizio, infatti, non risultava integrato il presupposto soggettivo dell'imposizione supplementare, non potendosi ritenere il datore di lavoro, ovvero la società di consulenza finanziaria, appartenere al settore finanziario.
Formatosi il silenzio rifiuto su tale istanza, il contribuente impugnava il diniego tacito dinanzi alla competente Commissione tributaria provinciale di Milano, la quale rigettava il ricorso.
L’esito del giudizio veniva, però, ribaltato in sede di appello ove la Commissione tributaria regionale della Lombardia accoglieva il ricorso del dirigente, affermando il pieno diritto dello stesso ad ottenere il rimborso domandato.
La decisione dei giudici tributari di secondo grado veniva, quindi, impugnata dall’Agenzia delle entrate con apposito ricorso di ultima istanza in Cassazione, ove veniva lamentata la violazione dell'articolo 33 del Dl n. 78/2010, per avere i giudici tributari di appello erroneamente affermato la necessità che, ai fini dell'applicazione della maggiore ritenuta, il datore di lavoro dovesse svolgere esclusivamente attività nel settore finanziario, e comunque per aver errato nell'individuazione delle imprese appartenenti al settore finanziario stesso.

L’articolo 33 del Dl n. 78/2010 e il ricorso in ultima istanza
In merito, occorre preliminarmente ricordare come l’articolo 33 (rubricato “Stock options ed emolumenti variabili”), comma 1, del decreto legge n. 78/2010 preveda espressamente che “in dipendenza delle decisioni assunte in sede di G20 e in considerazione degli effetti economici potenzialmente distorsivi propri delle forme di remunerazione operate sotto forma di bonus e stock options, sui compensi a questo titolo, che eccedono il triplo della parte fissa della retribuzione, attribuiti ai dipendenti che rivestono la qualifica di dirigenti nel settore finanziario nonché ai titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa nello stesso settore è applicata una aliquota addizionale del 10 per cento.”.
Il secondo comma prevede, poi, che l’addizionale in questione è trattenuta dal sostituto d'imposta al momento di erogazione dei suddetti emolumenti mentre per l'accertamento, la riscossione, le sanzioni e il contenzioso, si applicano le ordinarie disposizioni in materia di imposte sul reddito.
Infine, il comma 2-bis, precisa che le disposizioni di cui ai commi precedenti si applicano sull'ammontare che eccede l'importo corrispondente alla parte fissa della retribuzione.

Nel suo ricorso dinanzi la Corte di cassazione, l’amministrazione finanziaria contesta l’asserzione dei giudici di merito secondo la quale per potersi considerare una società appartenente al settore finanziario questa debba svolgere esclusivamente attività finanziaria pura e quindi, svolgendo la società oggetto di giudizio attività di consulenza in diversi settori, tra cui quello finanziario, quest’ultima non rientrava, a detta dei magistrati lombardi, tra le imprese operanti nel settore finanziario con la conseguenza che l'imposta addizionale sulla retribuzione variabile dei dirigenti non doveva essere applicata, mancando il presupposto soggettivo.
Sposando, infatti, le tesi di parte contribuente, i giudici di merito meneghini hanno ritenuto che al fine di definire la nozione di settore finanziario deve operarsi un riferimento al Testo unico bancario (Tub) che, all'art. 106, individua gli intermediari finanziari autorizzati in coloro che esercitano, nei confronti del pubblico, attività di concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma, e sono iscritti in un apposito albo tenuto dalla Banca d'Italia.
A giudizio del fisco, invece, per individuare quali siano i soggetti appartenenti al settore finanziario cui si riferisce l'articolo 33, del Dl n. 78/2010, e premesso che la norma non fornisce una definizione di che cosa debba intendersi per “settore finanziario”, deve farsi riferimento all'articolo 3 della Direttiva n. 2013/36 che detta una definizione di ente finanziario molto ampia, e che non richiede lo svolgimento di attività finanziaria nei confronti del pubblico.

La decisione della Corte di cassazione
Chiamati a pronunciarsi definitivamente sulla questione, i giudici di legittimità hanno dato ragione al Fisco, accogliendo le tesi dell'amministrazione finanziaria e annullando la decisione della Ctr Lombardia.
In primo luogo, i magistrati di Piazza Cavour hanno evidenziato come il legislatore del decreto legge n. 78/2010 abbia probabilmente peccato nel non individuare puntualmente il requisito soggettivo della previsione di cui all’articolo 33. La critica dei supremi giudici censura proprio la mancata individuazione, eventualmente anche attraverso un rinvio esplicito ad altre norme fiscali e non, di che cosa debba intendersi per "settore finanziario".

Dovendo, dunque, in qualche modo supplire a tale mancanza normativa, la Corte ha evidenziato come, in merito, deve aversi riguardo al contesto storico in cui è maturata la disposizione in commento.
La crisi finanziaria del 2006-2009 (conosciuta, anche, come crisi finanziaria dei mutui subprime) fu una crisi di natura sistemica, con turbolenze senza precedenti che si estesero dal mercato dei prodotti strutturati ai mercati azionari e, progressivamente, all'intero sistema economico. Fu chiara, dunque, in quel tempo, la necessità di intervenire non soltanto sul sistema bancario in senso stretto, ma su tutte quelle compagini coinvolte, a vario titolo, nel fenomeno dell'espansione tossica della leva finanziaria nelle imprese, anche per effetto di conflitti di interessi che creavano incentivi in tale direzione. Fu così che l’8 ottobre 2009 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che, al punto 16, accoglieva con favore l'appello lanciato ai ministri delle Finanze del G20 e ai governatori delle banche centrali al fine di raggiungere un accordo su un quadro internazionale di riforma nelle aree critiche del settore finanziario. In tale contesto è intervenuto il legislatore italiano con il Dl. n. 78/2010, articolo 33, senza effettuare alcun rinvio ad altra fonte che disciplini il "settore finanziario", non richiamando né il Testo unico bancario, né facendo riferimento alla qualifica e definizione degli "intermediari finanziari.
In proposito, la Corte di cassazione ha allora asserito che se il legislatore del 2010 avesse voluto limitare il riferimento dell’articolo 33 del Dl n. 78/2010 agli intermediari regolati dal Tub, o ad altra specifica categoria di operatori, lo avrebbe fatto con una previsione esplicita. Infatti, hanno proseguito i magistrati romani, la ragione socio-economica del Dl. n. 78/2010, era proprio quella di intervenire ad ampio raggio sull’intero settore finanziario ed in tale prospettiva generale di prevenzione anticipata del rischio di effetti economici potenzialmente distorsivi, deve quindi ritenersi che il ricordato articolo 33, comma 1, contenga una clausola generale riferita al settore finanziario inteso nella sua globalità e complessità.

Sulla base di queste premesse la Corte di cassazione, definitivamente pronunciandosi, ed in linea con la recente decisione Cassazione  n. 16257 dell’8 giugno 2023, ha sposato le tesi dell’amministrazione finanziaria affermando che "L'imposta addizionale prevista dal D.L. n. 78 del 2010, art. 33, trattenuta dal sostituto di imposta al momento dell'erogazione degli emolumenti riconosciuti ai dirigenti sotto forma di "bonus" e "stock options" quando detti compensi eccedano la parte fissa della retribuzione - si applica nei confronti dei dirigenti delle imprese operanti nel settore finanziario, con clausola generale riferita al settore finanziario inteso nella sua globalità e complessità, sì da ricomprendere anche soggetti non necessariamente sottoposti a vigilanza e/o che svolgano attività rivolta al pubblico, stante la ragione socio-economica di un intervento diretto a comprendere tutti quegli attori di compagini che, essendo attive sulla scena finanziaria, sono in grado, direttamente e/o indirettamente, di indurne torsioni pregiudizievoli per effetto di abnormi incentivi retributivi, laddove, riguardo alla disposizione di riferimento, eventuali riscontri extra-testuali - derivanti da fonti nazionali, Europee e internazionali - possono rivestire solo il ruolo di indici rivelatori esemplificativi, ma non esaustivi della fattispecie tributaria interna”. 

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