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Giurisprudenza

Ok alla confisca per equivalente
sui beni che pareggiano l’Iva evasa

Per l’applicazione della misura cautelare non è necessario verificare che il profitto del reato sia confluito effettivamente nella disponibilità della persona indagata

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È legittima la confisca per equivalente sui beni dell’imprenditore, anche cointestati, per un ammontare pari all’Iva evasa dalla società. L’adozione della misura non presuppone la dimostrazione del nesso pertinenziale tra reato e somme sequestrate. È la conclusione a cui è giunta la Corte di cassazione con la sentenza 4956 dell’8 febbraio.
 
La vicenda processuale
La vicenda riguarda un imprenditore indagato per il reato di omesso versamento dell’Iva di cui all’articolo 10-ter del Dlgs 74/2000, al quale erano stati prima sequestrati e poi confiscati libretti di risparmio, titoli, azioni, fondi, beni mobili e immobili, anche cointestati con la società di cui era responsabile, per un importo pari all’imposta non versata all’erario.
In prima istanza, il giudice aveva rigettato la richiesta di sequestro preventivo, ma la successiva impugnazione è stata accolta dal tribunale del riesame che ha disposto l’adozione della misura cautelare, motivando che il profitto del reato era rappresentato dall’ammontare dell’Iva evasa, per cui, non potendosi procedere al sequestro in forma specifica, occorreva procedere al sequestro di beni di valore corrispondente all’imposta che erano nella sua disponibilità, compresi quelli della società di cui era rappresentante legale.
 
L’ordinanza è stata impugnata in Cassazione. Il ricorrente denuncia violazione degli articoli 321 del codice di procedura civile e 240 del codice penale, sia per mancanza del presupposto per procedere al sequestro finalizzato alla confisca “diretta” sia per inosservanza del principio in base al quale il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente non può essere mai superiore al profitto derivato dal reato.
 
Confisca per equivalente
In merito occorre premettere che la confisca per equivalente può essere definita come un provvedimento ablativo su somme di denaro, beni o altre utilità di cui il condannato abbia la disponibilità per un valore corrispondente al prezzo, al prodotto e al profitto del reato.
L’articolo 1, comma 143, della legge 244/2007, ha previsto l’applicazione dell’articolo 322-ter del codice penale, anche ai reati di cui al Dlgs 74/2000, ad eccezione della fattispecie di cui all’articolo 10 (occultamento/distruzione delle scritture contabili).
 
In base all’articolo 322-ter, in caso di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti, “è sempre ordinata la confisca dei beni che ne costituiscono il profitto o il prezzo, salvo che appartengano a persona estranea al reato, ovvero, quando essa non è possibile, la confisca di beni, di cui il reo ha la disponibilità, per un valore corrispondente a tale prezzo”.
 
Il giudice potrà, quindi, disporre la confisca “per equivalente” sui beni mobili e immobili ricadenti nella sfera patrimoniale dell’imputato e, in generale, su tutti quei beni che non appartengano a terzi estranei al reato (Cassazione, sentenze 448/2012, 39239/2011 e 662/2011).
 
La decisione
La Cassazione ha respinto il ricorso del contribuente, nella considerazione che l’ordinanza impugnata è scevra da qualsivoglia vizio procedimentale o motivazionale.
In tal modo, nel confermare la misura sui beni dell’imprenditore intestati e cointestati, ad avviso della Cassazione, nei casi in cui il profitto consiste nel denaro (come nell’evasione dell’Iva), appare difficile sostenere di subordinare l’operatività del sequestro alla verifica che il profitto del reato sia confluito effettivamente nella disponibilità dell’indagato (Cassazione 32797/2002) proprio per la ragione che, trattandosi di sequestro per equivalente, tale necessità deve ritenersi superata. In altri termini, nel caso dell’articolo 322-ter del codice penale, la confisca per equivalente non presuppone la dimostrazione del nesso pertinenziale tra reato e somme confiscate (o sequestrate) e, inoltre, viene meno la necessità di verificare, preliminarmente, se il bene sia entrato o meno nel patrimonio dell’indagato per tentarne il recupero. Sono, infatti, assoggettabili alla confisca beni nella disponibilità dell’indagato per un valore corrispondente a quello relativo al profitto o al prezzo del reato.
 
Il tribunale ha pienamente rispettato il principio della non eccedenza della misura rispetto al profitto del reato, essendosi imposto la valutazione relativa all’equivalenza tra il valore dei beni e l’entità del profitto, come in sede di confisca (Cassazione, sentenze 2101/2009, 2110/2009, 41731/2010 e 1893/2012). Tale valutazione, infatti, che può essere effettuata sulla base di criteri presuntivi che tengano conto degli elementi emersi dalle indagini, suscettibili di ulteriore analisi in sede di merito, non si sottrae al sindacato di legittimità per contraddittorietà o manifesta illogicità: profili che non ricorrono nel caso di specie.
 
Occorre rammentare infine che la Corte costituzionale, con sentenza 21/2012, ha stabilito che non vìola la Costituzione la norma che prevede la confisca dei beni, in caso di morte “del soggetto nei confronti del quale potrebbe essere disposta”, anche nei riguardi dei successori “a titolo universale o particolare, entro il termine di cinque anni dal decesso”.
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