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Giurisprudenza

Oro usato in reverse charge
solo se rottamato o lavorato

Escluso l’utilizzo del metodo speciale di applicazione dell’Iva, se l’acquirente è un commerciante che utilizza il metallo prezioso in un processo di trasformazione e di vendita

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La Ctr di Firenze, con la sentenza n. 603 dell’8 aprile 2019, ha stabilito che, per l’applicazione del regime Iva del reverse charge, occorre tener conto della destinazione finale dell’oggetto venduto, indipendentemente dalla sua natura di oro usato, semilavorato o dalla sua esatta qualificazione merceologica, nonché dell’attività del cessionario, che deve essere esclusivamente finalizzata al processo di fusione e di affinazione chimica del materiale prezioso, non anche alla sua commercializzazione.

I fatti
La vertenza traeva origine da un controllo della Guardia di finanza nei confronti di una ditta individuale, che aveva effettuato cessioni di articoli di gioielleria usati in oro, emettendo fatture di vendita nei confronti di una società, con applicazione del regime del reverse charge (articolo 17, comma 5, Dpr 633/1972), descrivendo i beni ceduti come “rottami d’oro”.
Secondo l’Amministrazione finanziaria, considerato che la società cessionaria svolgeva l’attività di “recupero metalli preziosi, vendita e commercio di oro, metalli preziosi, leghe e affini e l’esercizio di laboratorio per fusione, raccolta e trasporto rifiuti speciali, commercio al dettaglio di oggetti preziosi”, la ditta individuale non avrebbe potuto applicare il regime dell’inversione contabile, ma avrebbe dovuto assoggettare le cessioni al regime del margine (articolo 36, Dl 41/1995), con aliquota ordinaria del 20 per cento.

Il processo
La ditta, avanti alla Ctp adita, dissentiva dal rilievo, mentre l’ufficio, dal canto suo, sosteneva l’operato dei militari verbalizzanti.
Il Collegio fiorentino, dopo aver premesso che, per determinare quale regime Iva fosse applicabile al caso concreto, occorreva verificare se il soggetto acquirente svolgesse o meno un’attività tesa al recupero dei metalli preziosi e non svolgesse un’attività di commercializzazione gioielli, accoglieva il ricorso di parte contribuente.
In particolare, dirimente per il primo giudice era che non vi fosse prova che la destinazione finale dei beni (usati o rottami) fosse stata diversa dalla fusione e/o trasformazione degli stessi, come dichiarato dalla società cessionaria.
La questione finiva, quindi, davanti alla Ctr, a seguito di appello dell’ufficio, che persisteva nel ritenere l’erronea applicazione del regime di inversione contabile.

Oro e reverse charge: le risoluzioni 375/2002 e 92/2013
A questo punto, appare di interesse fare qualche cenno al quadro normativo di riferimento, per come interpretato dall’Agenzia delle entrate.
In materia, l’articolo 3 della legge 7/2000, in attuazione della direttiva 98/80/Ce del 12/10/1998, ha previsto che le cessioni di “oro da investimento” costituiscono operazioni esenti (articolo 10, comma 1, n. 11), Dpr 633/1972), salva l’opzione per l’applicazione dell’imposta, mentre le cessioni di “oro diverso da quello da investimento” ovvero di “oro industriale” (ossia materiale d’oro in forma diversa e prodotti semilavorati di purezza pari o superiore a 325 millesimi, destinati in ogni caso alla lavorazione industriale), costituiscono operazioni imponibili e al pagamento dell’imposta è tenuto il cessionario, se soggetto passivo di imposta (articolo 17, comma 5, Dpr 633/1972).

La risoluzione 375/2002, con riferimento alle cessioni di beni d’oro usati effettuate da operatori commerciali, ha evidenziato che, con l’espressione “materiale d’oro” e “prodotti semilavorati”, il legislatore ha inteso fare riferimento all’oro nella sua funzione prevalentemente industriale, ossia di materia prima destinata alla lavorazione e distinta da quella di oro da investimento.
È stato, in argomento, ulteriormente precisato che alla cessione di materiale d’oro o semilavorato – con conseguente assolvimento dell’imposta mediante il meccanismo dell’inversione contabile – può essere equiparata la vendita di “rottami” d’oro, in sé non suscettibili di utilizzazione da parte del consumatore finale, a un soggetto che non li destini né possa destinarli al consumo finale, ma che li impieghi in un processo intermedio di lavorazione e trasformazione.

La successiva risoluzione 92/2013 ha, poi, precisato che l’impiego da ultimo menzionato riguarda “non solo i rottami in senso stretto, ma qualsiasi bene di oro usato, a prescindere dalle condizioni in cui si trova ... in considerazione della destinazione di tali materiali al ricondizionamento industriale proprio dei semilavorati dell’oro”.
Un bene – continua la prassi citata – risulta destinato per vocazione ad un processo intermedio di lavorazione non solo qualora sia inidoneo oggettivamente ad essere inserito nel circuito commerciale, perché rotto o difettoso (come nel caso dei rottami), ma anche ogni qual volta – pur essendo un monile sano e non definibile in senso stretto come rottame – sia ceduto ad un operatore che effettua su di esso l’attività industriale di trasformazione e affinazione del metallo prezioso e lo lavora alla stregua di oro industriale”.

Le caratteristiche del cessionario e le conclusioni della Ctr
In pratica – si desume dalle risoluzioni di riferimento – il reinserimento dei beni d’oro usati nel processo di lavorazione industriale deve risultare in modo univoco e non dipendere dalla scelta dell’industria di affinazione, essendo, in tal senso, necessario che il cessionario svolga effettivamente sui beni d’oro usati ceduti attività di trasformazione e cessione industriale del metallo, dovendosi ritenere che tale circostanza sia l’unica che consenta di assimilare, sotto il profilo del trattamento Iva, l’acquisto dei beni d’oro usato a un acquisto di oro industriale, soggetto al meccanismo del reverse charge.

Fatti propri i chiarimenti contenuti nella prassi, i giudici toscani hanno, di conseguenza, escluso l’applicazione del regime dell’inversione contabile nel caso di specie, ove la ditta acquirente, come risultava anche dalla visura camerale, si occupava anche di commercializzazione di beni usati.

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