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Giurisprudenza

Residenza a Monaco “fittizia”
se rogiti e atti sono firmati in Italia

Al Bel Paese le imposte sui redditi prodotti all’estero, quando il trasferimento oltreconfine è soltanto a “uso” fiscale. Tali somme, inoltre, rimangono fuori dal condono “tombale”

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Il condono “tombale” – ex articolo 9 della legge 289/2002 – non è efficace per i redditi prodotti all’estero. Nell’individuazione del domicilio fiscale, un elemento-indice da tenere in considerazione è la presenza del contribuente, come parte contraente, nei rogiti notarili stipulati in Italia.

Il caso
La Corte di cassazione, con l’ordinanza 12861 del 24 maggio 2013, ha affrontato il contenzioso creatosi in merito all’avviso di accertamento emesso dall’Amministrazione finanziaria per il recupero a tassazione di redditi derivanti da compensi professionali percepiti all’estero.
Il contribuente aveva impugnato l’avviso di accertamento, incentrando le proprie difese su due punti. In primo luogo, rivendicava di non essere tenuto a dichiarare in Italia i redditi percepiti all’estero, in quanto cittadino straniero in conseguenza del trasferimento, in anni pregressi, della propria residenza anagrafica nel principato di Monaco.
In secondo luogo riteneva, comunque, preclusa la possibilità dell’Agenzia delle Entrate di procedere ad accertamento nei suoi confronti, avendo egli aderito, per gli anni in contestazione, al condono fiscale ex articolo 9 della legge 289/2002.
 
La vicenda processuale
Il ricorso del contribuente, respinto dalla Ctp, veniva accolto dalla Commissione tributaria regionale, la quale riteneva che l’Amministrazione finanziaria non avesse adeguatamente dimostrato il domicilio in Italia del contribuente il quale, di converso, aveva prodotto il certificato di residenza del principato di Monaco e ricevute di pagamento di bollette elettriche e del gas dell’abitazione del principato idonee a confermare l’effettivo domicilio estero.
Quanto alla questione dell’efficacia del condono, la Ctr riteneva che i rediti professionali esteri e quelli prodotti in Italia “risultano tassati in Italia con la dichiarazione dei redditi alla medesima stregua e cumulativamente”, sicché la definizione effettuata ex articolo 9 non può non comprendere anche i “proventi professionali prodotti all’estero”.
 
La posizione della Cassazione
Investita della questione, la Corte di cassazione con l’ordinanza in commento, ha cassato con rinvio la decisione della Ctr sia per erronea applicazione della norma che disciplina il condono “tombale” sia per non avere “negligentemente” tenuto in considerazione, ai fini di stabilire il domicilio fiscale, alcuni elementi di prova prodotti dall’ufficio “idonei indici sintomatici di una possibile decisione ingiusta”.
 
In particolare, secondo il pensiero della Corte, i redditi conseguiti all’estero sono esclusi espressamente dall’articolo 9, comma 1, della legge 289/2002, esplicito nell’affermare che “Non possono essere oggetto di definizione automatica i redditi soggetti a tassazione separata, nonché i redditi di cui all’art. 8 co. 5, ferma restando, per i predetti redditi, la possibilità di avvalersi della dichiarazione integrativa di cui al medesimo art. 8 secondo le modalità ivi indicate”.
Ebbene, continua la Corte, i redditi in contestazione non erano condonabili ai sensi dell’articolo 9, proprio perché riferibili ai redditi di cui all’articolo 8, comma 5, secondo cui “Per i redditi e gli imponibili conseguiti all’estero con qualunque modalità, anche tramite soggetti non residenti o loro strutture interposte, è dovuta un’imposta sostitutiva di quelle indicate al co. 1 pari al 6 per cento”.
 
La Cassazione ritiene, inoltre, viziata la sentenza anche laddove, per individuare il domicilio fiscale del ricorrente, il giudice di merito abbia valorizzato il solo fatto che risultassero pagate bollette di forniture della residenza monegasca, senza considerare le risultanze probatorie offerte dall’Amministrazione, vuoi in ordine al fatto che l’avviso di accertamento era stato notificato proprio a mani del ricorrente presso la sua dimora in Italia, vuoi in ordine all’esistenza di numerosi rogiti notarili stipulati in Italia dal ricorrente e potenzialmente idonei a dimostrare la permanenza sul territorio nazionale della “sede principale dei suoi affari ed interessi”.
 
Considerazioni
Le conclusioni della Corte di cassazione appaiono condivisibili. Del resto, per quanto riguarda l’efficacia del condono con riferimento ai redditi conseguiti all’estero, l’Agenzia delle Entrate già con le circolari 12/2003 e 25/2003, aveva sottolineato che il condono “tombale” non ha effetto per i redditi conseguiti in un altro Stato, fornendo nel contempo utili informazioni in merito alla nozione da attribuirsi ai “redditi conseguiti all’estero”. Peraltro la stessa legge 289/2002 contemplava la possibilità di emersione delle attività detenute all’estero mediante una diversa procedura che prevedeva il pagamento di un’imposta sostitutiva nella misura del 6 per cento.
 
Con riferimento alla nozione di domicilio, rilevante ai sensi dell’articolo 2 del Tuir per la soggettività passiva all’Irpef, non c’è dubbio che la presenza, come parte contraente, in più rogiti notarili debba essere un elemento di fatto da valutare ai fini dell’individuazione della “sede principale di affari o interessi”.
Vale solo la pena di sottolineare che, per quanto attiene alla natura degli affari e interessi, la giurisprudenza (Cassazione 2963 del 5 maggio 1980) e l’Amministrazione finanziaria (circolare 304/1997) sono concordi nel ricomprendervi sia gli interessi di tipo economico sia quelli di natura morale, familiare, sociale. L’ordinanza nulla dice, invece, sul requisito temporale secondo cui, si ricorda, il domicilio deve essere individuato in Italia per “la maggior parte del periodo di imposta”.
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