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Giurisprudenza

Ricavi minori, compensi triplicati:
palese inattendibilità economica

Costi troppo alti e ingiustificati per l’azienda non sono credibili né, di conseguenza, deducibili. È irrilevante che i destinatari dei cospicui pagamenti abbiano pagato maggiori tasse

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Deve essere cassata la sentenza nella quale il giudice di merito ha affermato che la deducibilità dei compensi corrisposti agli amministratori di una società a responsabilità limitata per il solo fatto che essi siano stati regolarmente deliberati e senza possibilità, per l’Amministrazione finanziaria, di sindacarne la congruità e l’inerenza quantitativa. Lo ha chiarito la Cassazione con la sentenza 24379 del 30 novembre 2016.

I fatti
A seguito di un pvc della Guardia di finanza, l’Agenzia delle Entrate ha notificato a una Srl, esercente l’attività di commercializzazione di prodotti pubblicitari, un avviso di accertamento ai fini Ires, Irap e Iva, relativamente all’anno di imposta 2004.
In particolare, l’ufficio ha contestato alla contribuente (anche) la deducibilità di una quota di costi non inerenti, pari a circa 450mila euro (rispetto all’importo complessivo di 600mila euro), corrispondenti ai compensi che la società aveva corrisposto ai suoi amministratori. Tale somma risultava sproporzionata rispetto all’ammontare del volume degli affari e dei ricavi dichiarati nel 2004, soprattutto perché, nell’anno precedente (2003), i compensi corrisposti agli amministratori erano stati determinati dalla società nel minore importo di circa 150mila euro, pur in presenza di volume degli affari e di ricavi dichiarati di gran lunga superiore a quello del 2004.

Nei gradi di merito, la Commissione provinciale, prima, e quella regionale, poi, hanno ritenuto fondate le doglianze della Srl.
Nello specifico, il giudice di appello ha giudicato corretta la deducibilità dei compensi corrisposti agli amministratori sia perché consentita dall’articolo 95, comma 5, del Tuir (Dpr 917/1986), sia perché gli stessi compensi avevano costituito contemporaneamente costi deducibili per la società e corrispettivi imponibili per gli amministratori, senza produrre alcun danno alle casse dell’Erario.

L’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per cassazione, lamentando che la Commissione regionale, in violazione di legge (articolo 53 della Costituzione; articoli 39, comma 1, lettera d), 41–bis e 64 del Dpr 600/1973; articoli 72, 75, 95 e 109 del Tuir), aveva erroneamente deciso che all’Amministrazione finanziaria non era consentita alcuna valutazione in ordine alla congruità dei compensi corrisposti agli amministratori e che, comunque, i manager, in ragione dei più elevati compensi percepiti, avevano versato maggiori imposte.

La Corte ha accolto il ricorso ribadendo che “…in tema di determinazione del reddito di impresa, rientra nei poteri dell’amministrazione finanziaria la valutazione di congruità dei costi e dei ricavi esposti nel bilancio e nelle dichiarazioni, anche se non ricorrano irregolarità nella tenuta delle scritture contabili o vizi negli atti giuridici d’impresa…”.

Osservazioni
I giudici di legittimità hanno dato atto che, in materia di deducibilità dal reddito d’impresa dei compensi corrisposti agli amministratori, sussistono due contrastanti orientamenti.
Uno, meno recente e minoritario, secondo il quale l’articolo 62 (ora articolo 95, comma 5: “I compensi spettanti agli amministratori di società a responsabilità limitata sono deducibili nell’esercizio in cui sono corrisposti”) del Dpr 917/1986 non contiene alcun riferimento a limiti massimi di spesa per i compensi, superati i quali possa escludersi la deducibilità, a differenza del previgente articolo 59, comma 3, del Dpr 597/1973 (secondo il quale i compensi ai soci amministratori erano deducibili “nei limiti delle misure correnti per gli amministratori non soci”).
Proprio la mancanza di limiti massimi ha portato la Corte (sentenza 24957/2010) ad affermare che l’Amministrazione finanziaria non ha alcun potere di valutazione di congruità rispetto a tali componenti negativi di reddito, ma ha solo la possibilità, in presenza di importi che appaiano insoliti o sproporzionati, di fare ricorso alla disciplina della simulazione e dei negozi in frode alla legge.

L’altro orientamento, più recente e maggioritario, afferma invece che, nel vigente articolo 95, comma 3, del Tuir, il mancato riferimento a tabelle o indicazioni vincolanti che pongano limiti massimi di spesa per i compensi agli amministratori di società o enti ex articolo 73 dello stesso Testo unico richiamato, non costituisce valida ragione per derogare alle regole generali in materia di indeducibilità dei costi. E, tra queste, è compresa la verifica della inerenza quantitativa e qualitativa dei costi sostenuti rispetto all’attività svolta.
A tale riguardo, l’ufficio ha evidenziato che l’eccessiva e ingiustificata remunerazione degli amministratori costituiva di certo un comportamento antieconomico e sintomatico della finalità, extra–imprenditoriale, di sottrarre imponibile a tassazione. Ciò in quanto chi svolge attività di impresa tende ad adottare comportamenti non antieconomici ma adeguatamente giustificati sul piano razionale e, quindi, a ridurre i costi. Spese sproporzionate, invece, proprio in quanto tali, sono prive del necessario requisito della inerenza in senso quantitativo e, quindi, fanno venir meno la propria funzionalità all’attività economica con risvolti negativi anche sotto il profilo qualitativo.

Nella fattispecie al suo esame, la Corte ha affermato che la deducibilità dei compensi degli amministratori, stabilita dal richiamato articolo 62 (ora articolo 95, comma 5), non implica che l’Amministrazione finanziaria sia vincolata alla misura indicata nelle deliberazioni della società. L’ufficio, infatti, può verificare l’attendibilità economica di tali dati anche in presenza di una contabilità formalmente corretta, riconoscendo, comunque, al contribuente l’onere di fornire non solo la prova dell’effettività dei componenti negativi (ossia che essi non sono inesistenti), ma anche la prova della loro inerenza in senso quantitativo alla produzione di ricavi o altri proventi che concorrono a formare il reddito (articolo 109, comma 5, Dpr 917/1986).

Tuttavia se, come nel caso di specie, la (società) contribuente non fornisce ragioni plausibili per giustificare l’ammontare di un costo, oltre che sproporzionato ai ricavi o all’oggetto dell’impresa, anche apparentemente non razionale, l’ufficio è legittimato a negarne la deducibilità totale o parziale (Cassazione, ordinanze 9036/2013 e 3243/2013; sentenza 9497/2008).
A maggior ragione, il rilievo è legittimato se l’enorme aumento dei compensi (in misura quasi triplicata) rispetto all’anno precedente, non viene giustificato da incrementi o evoluzioni delle prestazioni remunerate rispetto alla eventuale “crescita aziendale” in termini di espansione nel mercato.
La Srl, infatti, non aveva fornito alcuna prova del maggiore sforzo, in termini di tempo e abilità gestionale, chiesto ai manager, per il suo consolidamento nel circuito internazionale. E forse neppure avrebbe potuto, visto che il volume d’affari e i ricavi dichiarati nel 2004 non hanno affatto rappresentato indizio favorevole di crescita aziendale.
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