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Giurisprudenza

La richiesta di rimborso ex art. 37, Dpr 602/73, riguarda solo le ritenute effettuate dall'Amministrazione statale, non anche qu

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L'Amministrazione finanziaria può contestare la mancata tempestività di un'istanza di rimborso da parte del contribuente, qualora la richiesta non sia stata presentata nei termini di legge.
E' questa la principale precisazione contenuta nella sentenza n. 20880 del 28 ottobre 2004, con cui i giudici della Corte suprema di cassazione hanno affrontato la questione relativa alla richiesta di rimborso delle imposte versate in eccesso o indebitamente dal contribuente.
Inoltre, nella stessa sede, la Corte suprema ha precisato che la richiesta di rimborso prevista dall'articolo 37 del Dpr 602/73 riguarda esclusivamente le ritenute operate nella qualità di creditore dell'imposta dall'amministrazione dello Stato e non trova applicazione nell'ipotesi di rimborso di ritenute effettuate dal datore di lavoro privato. In questo caso, infatti, la disposizione di riferimento è quella prevista dal successivo articolo che, fino al 31 dicembre 2000, prevedeva un termine di decadenza ben più limitato.

L'intervento giurisprudenziale che, sul piano concreto, interessa le istanze di rimborso presentate anteriormente alle modifiche intervenute dal primo gennaio 2001 - con le quali sono stati unificati a 48 mesi i termini di decadenza per le due differenti istanze di rimborso - merita senz'altro evidenza, perché chiarisce definitivamente il differente ambito delle due disposizioni.
La questione era stata già sottoposta al vaglio dei giudici, che si sono, negli ultimi anni, pronunciati sul diritto del contribuente medesimo di recuperare le somme indebitamente versate mediante istanza di rimborso ai sensi dell'articolo 38 del Dpr 29 settembre 1973, n. 602, in mancanza di una previsione normativa che affermasse esplicitamente la possibilità per il contribuente - che si sia avveduto di aver versato all'Erario somme in eccedenza rispetto a quelle effettivamente dovute, a causa di una erronea rappresentazione ovvero di una difettosa qualificazione giuridica della fattispecie imponibile - di rettificare la dichiarazione tributaria in tal modo "viziata".

La soluzione di tale problema, dopo l'affermazione di un risalente orientamento giurisprudenziale favorevole al contribuente (tra le altre, si segnala Cassazione 27 settembre 1965, n. 2048) ha conosciuto, nel corso degli anni Novanta, gli effetti di una giurisprudenza assolutamente restrittiva, secondo cui le dichiarazioni "al di fuori delle ipotesi di errori materiali o di calcolo - le quali non richiedono un'espressa rettifica, in quanto desumibili ab intrinseco, dalla stessa dichiarazione - possono essere emendate e, in buona sostanza, "sostituite" soltanto entro i termini previsti per una valida dichiarazione".

La fattispecie
Nel caso oggetto della sentenza in commento, un contribuente richiedeva nel 1993, alla competente direzione regionale il rimborso di somme trattenute a titolo di Irpef sulla pensione privilegiata spettante ai militari di leva vittime di incidenti o divenuti inabili per infermità contratte in servizio, ritenendo non soggetti a tassazione tali emolumenti.
Avverso il silenzio rifiuto dell'Amministrazione, presentava ricorso alla commissione di primo grado che lo rigettava, ritenendo prescritto il termine di diciotto mesi previsto dall'articolo 38. La commissione regionale, invece, accoglieva l'impugnazione rilevando che la domanda di rimborso era stata proposta tempestivamente.
Trovava infatti applicazione, secondo i giudici della commissione regionale, l'articolo 37, trattandosi di emolumenti assoggettati a ritenuta alla fonte, e, conseguentemente, il termine di decadenza di dieci anni al tempo vigente.

L'istanza di rimborso
L'articolo 37 del Dpr 602/73, prima delle modifiche apportate dalla legge 388/2000, prevedeva che il contribuente assoggettato a ritenuta diretta potesse ricorrere al competente ufficio finanziario per errore materiale, duplicazione o inesistenza totale o parziale dell'obbligazione tributaria entro il termine decennale previsto dall'articolo 2946 del codice civile, chiedendo il rimborso.
Il successivo articolo 38, sempre anteriormente alle citate modifiche, prevedeva che il soggetto che avesse effettuato un versamento diretto potesse presentare istanza di rimborso al competente ufficio entro il termine di decadenza di diciotto mesi dalla data del versamento stesso nel caso di errore materiale, duplicazione e inesistenza totale o parziale dell'obbligo di versamento. Tale istanza poteva essere presentata anche dal percipiente delle somme assoggettate a ritenuta sempre entro il termine di decadenza di diciotto mesi dalla data in cui la ritenuta era stata operata.

La legge 388/2000, lasciando nella sostanza inalterato il contenuto delle norme appena citate, provvedeva a unificare in 48 mesi il termine di decadenza sia dell'istanza ex articolo 37 che di quella ex articolo 38.
In ogni caso, in ipotesi di errore materiale, duplicazione ovvero inesistenza totale o parziale dell'obbligazione tributaria o dell'obbligo di versamento, il contribuente che ha versato o subito la ritenuta alla fonte o che ha eseguito il versamento diretto può presentare istanza per chiedere il rimborso delle maggiori somme versate.

L'istanza di rimborso può essere generalmente presentata nelle seguenti ipotesi in cui il contribuente:

  • ha subito ritenute alla fonte operate a titolo d'imposta, ma non dovute
  • ha versato a saldo l'intera dovuta senza detrarre il versamento d'acconto eseguito e senza indicare nella dichiarazione i dati del versamento o allegare l'attestazione di pagamento dell'acconto stesso
  • ha versato un'imposta maggiore a seguito della mancata indicazione, nella dichiarazione dei redditi, di oneri deducibili o detraibili sostenuti dal contribuente
  • ha diritto al rimborso a seguito dell'annullamento retroattivo della norma impositiva, per effetto di una pronuncia della Corte costituzionale.

L'istanza di rimborso, in carta semplice, va presentata all'ufficio delle Entrate competente in base al domicilio fiscale. All'istanza devono essere allegati la certificazione comprovante le ritenute subite, nonché le distinte dei versamenti eseguiti. Devono inoltre essere esposti i motivi per cui si ritiene di avere diritto al rimborso.
Le varie leggi di imposta stabiliscono termini diversi. Tuttavia, in caso di versamenti diretti e di ritenute alla fonte, l'istanza, a decorrere dal 1° gennaio 2001, deve essere proposta, a pena di decadenza, entro 48 mesi, decorrenti, rispettivamente, dalla data del versamento e dalla data in cui sono state operate.
In mancanza di disposizioni specifiche (ad esempio, per quanto concerne l'Iva), l'istanza non può essere presentata dopo due anni dal pagamento, ovvero, se posteriore, dal giorno in cui si è verificato il presupposto per la restituzione.

Il giudizio della Cassazione
Secondo la Cassazione, la commissione tributaria regionale ha equivocato nella qualificazione della fattispecie ed erroneamente ha ritenuto applicabile detto termine decennale dell'articolo 37.
Infatti, quest'ultima norma riguarda esclusivamente le ritenute operate dall'Amministrazione statale nella qualità di creditore dell'imposta alla quale è concesso di avvalersi anche verso i propri dipendenti di una compensazione fra i propri crediti e quelli del contribuente.
Non può conseguentemente trovare applicazione nel caso di ritenute Irpef effettuate da un'Amministrazione pubblica come sostituto di imposta sulle somme corrisposte ai dipendenti, in quanto la relativa istanza doveva essere presentata a norma dell'articolo 38 entro diciotto mesi dalla data in cui era stata operata.

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