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Giurisprudenza

Ricorso inammissibile se la copia depositata differisce da quella spedita

E' irrilevante la mancata attestazione, da parte del ricorrente, di conformità tra i due documenti

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Il ricorso deve considerarsi inammissibile se la copia dell'atto depositato nella segreteria della Commissione tributaria è difforme da quella consegnata o spedita alla parte processuale, come disposto dall'articolo 22, comma 3, del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546.
Quanto sopra è contenuto nella sentenza n. 3562 del 13 gennaio 2005, depositata il 22 febbraio, emessa dalla Sezione tributaria della Corte di cassazione, con la quale è stato affermato che la inammissibilità del ricorso introduttivo del giudizio o dell'atto di appello deriva dall'effettiva difformità tra il documento depositato e quello spedito, mentre non rileva sotto il profilo sostanziale la mancata attestazione da parte del ricorrente di conformità della copia del ricorso.

In tema di costituzione in giudizio del ricorrente il terzo comma del citato articolo 22 del Dlgs n. 546 del 1992, prevede che "In caso di consegna o spedizione a mezzo del servizio postale la conformità dell'atto depositato a quello consegnato o spedito è attestata dallo stesso ricorrente. Se l'atto depositato nella segreteria della commissione non è conforme a quello consegnato o spedito alla partenti cui confronti il ricorso è proposto, il ricorso è inammissibile e si applica il comma precedente".

La predetta disposizione prevede due diverse modalità di notificazione del ricorso, distinguendo l'ipotesi che lo stesso sia notificato ai sensi dell'articolo 137 del c.p.c. mediante consegna da parte dell'ufficiale giudiziario di copia conforme all'originale dell'atto (in tal caso l'attore, in sede di costituzione, deposita presso la segreteria della commissione l'originale del ricorso con la relata di notifica in cui l'ufficiale attesta che la copia è conforme all'originale), da quella che avviene attraverso la consegna o la spedizione per posta (in tal caso la questione della conformità viene regolata dall'asseverazione che appone per iscritto lo stesso ricorrente). A tal proposito, l'Amministrazione finanziaria (circolare ministeriale 23 aprile 1996, n. 98/E) ha precisato che in caso di deposito in segreteria della copia del ricorso consegnato o spedito per posta la stessa è esente dall'imposta di bollo ai sensi dell'articolo 5, comma 2, della tabella allegata al Dpr n. 642 del 1972.

E' opportuno chiarire che la nozione di deposito contiene un quid pluris rispetto alla mera consegna materiale di un atto, atteso che realizza l'inserimento di tale fatto in un rapporto tra due soggetti, rispettivamente nelle vesti di depositante e depositario, con la conseguente assunzione di diritti e obblighi. Circa la notificazione del ricorso introduttivo a mezzo posta, la spedizione dell'atto eseguita mediante consegna all'ufficiale postale di una busta chiusa, anziché di un plico raccomandato senza busta (articolo 20, comma 2, Dlgs n. 546/92), costituisce solo una mera irregolarità, sanata dalla costituzione dell'appellato, salvo che il contenuto della busta non sia contestato dal destinatario (cfr. Cass. 2 settembre 2004, n. 17702; Cass. n. 10481 del 2003).

La conformità tra l'atto depositato presso la segreteria della commissione tributaria e l'atto consegnato o spedito alla parte resistente, è rilevante ai fini dell'ammissibilità del ricorso introduttivo del giudizio (analoga procedura di deposito è prevista dall'articolo 53 del Dlgs 546/1992). Tale conformità assurge a onere processuale, in quanto l'atto notificato e l'atto depositato sono dotati di uguale dignità giuridica.
La funzione della conformità è senza dubbio quella di garantire il diritto alla difesa della parte resistente e del principio del contraddittorio. Tale principio, per il quale il giudice non può pronunciarsi su alcuna domanda senza aver sentito la parte contro la quale essa sia stata proposta (audiatur et altera parte), è espressamente previsto dalla disciplina processualcivilistica (articolo 101 c.p.c.), anche se non è esclusivo del giudizio civile ma è applicato in ogni tipo di processo ovvero a ogni procedimento contenzioso: la sua più integrale applicazione è riscontrabile nel processo di cognizione dove, unitamente al principio costituzionale che garantisce il diritto di difesa (articolo 24 della Costituzione), ciascuna parte è messa nelle condizioni di poter esporre le proprie ragioni su un piano paritario(1). Esso rappresenta, quindi, un mezzo per la realizzazione dello scopo del processo ossia per garantire che l'attuazione del diritto avvenga su un piano di perfetta parità, esigendo l'osservanza delle norme predisposte dall'ordinamento per l'instaurazione e lo svolgimento del processo.

La declaratoria di inammissibilità presuppone che sia l'ufficio che la commissione tributaria non siano stati messi nelle condizioni di avere la piena conoscenza del contenuto effettivo del ricorso ovvero dell'ambito oggettivo dell'impugnativa.

L'attestazione di conformità richiesta dalla legge deve essere effettuata dal difensore tecnico e solo nei casi consentiti dalla parte interessata (articolo 12, comma 5, del Dlgs 546/92), emergendo che nel caso di omessa attestazione non è applicabile alcuna sanzione.
Si chiarisce che per conformità deve intendersi una corrispondenza sostanziale di un atto all'altro ma non significa identità degli stessi, per cui lievi errori di carattere puramente marginali devono considerarsi errori scusabili commessi dal contribuente. E' bene ricordare che l'ordinamento processuale prevede degli strumenti finalizzati a sindacare il decisum in tema di conformità, come, ad esempio, l'appello alla commissione regionale o il reclamo al collegio.

I giudici di legittimità, nelle motivazioni della sentenza, richiamano una precedente giurisprudenza(2) della suprema Corte, che ha posto in luce che nel caso specifico è causa di inammissibilità del ricorso solo la difformità tra l'originale e la copia depositata e non la mancanza della dichiarazione di conformità all'originale della copia del ricorso depositata in cancelleria. Sulla base di principi interpretativi della costituzionalità delle norme processuali sulle cause di inammissibilità espressi in alcuni pronunciamenti dalla Corte costituzionale (sentenza 18 marzo 2004, n. 98; 6 dicembre 2002, n. 520: in quest'ultimo caso è stato dichiarato costituzionalmente illegittimo l'articolo 22, commi 1 e 2, del Dlgs 546/1992, nella parte in cui non consente, per il deposito degli atti ai fini della costituzione in giudizio, l'utilizzo del servizio postale), la mancanza della predetta attestazione non può essere considerata un fatto determinativo, in via autonoma, dell'inammissibilità del ricorso o dell'appello, in quanto costituisce solo un fatto elementare di iniziativa che svolge la funzione di stimolare il giudice a esercitare il potere di rilevare d'ufficio in ogni stato e grado del giudizio l'inammissibilità del ricorso o dell'appello, indipendentemente dall'eccezione della controparte.

L'attestazione di conformità costituisce, quindi, una dichiarazione di scienza del ricorrente o dell'appellante che, alle predette condizioni, consente al giudice di ritenere per vera l'affermazione del ricorrente e di considerare inutile l'esercizio del potere di rilevare d'ufficio la conformità tra documento notificato e documento depositato. Viceversa, se la parte omette di attestare la conformità tra documento notificato e documento depositato, il giudice deve accertarla d'ufficio, atteso che la mancanza di attestazione di conformità, senza essere causa di inammissibilità del ricorso o dell'appello, rappresenta violazione del vincolo di collaborazione con il giudice e diventa rilevante ai fini della ripartizione tra le parti delle spese processuali.

La disposizione contenuta nel terzo comma del citato articolo 22, come affermato dai giudici, deve interpretarsi alla stregua del suo tenore letterale e logico, ritenendo che, nel caso in cui il ricorso o l'appello siano notificati direttamente o indirettamente tramite ufficiale giudiziario, costituisce causa di inammissibilità, non la mancanza di attestazione da parte del ricorrente della conformità tra il documento depositato e quello spedito, bensì la loro effettiva difformità.


NOTE:
1 Cfr. Cass. 20 agosto 2002, n. 12286. Il principio del contraddittorio deve essere applicato anche ai procedimenti di volontaria giurisdizione, ogni volta che sia identificabile un soggetto controinteressato.

2 Cass. 27 agosto 2004, n. 17180.

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