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Giurisprudenza

Sanzioni anche all’accomandante,
se può “vigilare” sulla società

La punibilità non è subordinata soltanto alla volontarietà, ma anche alla colpevolezza di chi ha omesso, o ha esercitato in modo insufficiente, il proprio potere di controllo

uomo con binocolo

La Ctr di Firenze, con la sentenza n. 1107 del 10 luglio scorso, ha stabilito che il maggior reddito risultante dalla rettifica operata nei confronti di una società di persone e imputato ai soci in proporzione della relativa quota di partecipazione, comporta anche l’applicazione nei confronti degli stessi soci, anche se limitatamente responsabili, della sanzione per infedele dichiarazione.

 

Fatti e processo di primo grado
La vicenda nasce da una serie di avvisi di accertamento emessi a carico dei soci di una Sas pistoiese, relativamente ai maggiori redditi derivanti da una partecipazione societaria.
La Ctp di Pistoia, rilevando che l’atto impositivo nei confronti della società era divenuto parzialmente definitivo per effetto dell’accertamento con adesione, riteneva che, alla luce dell’articolo 5 Tuir, in base al principio di “trasparenza”, per i ricorrenti doveva considerarsi come maggior reddito quello che era risultato da quanto ormai consolidato per la compagine.
Tuttavia, la Ctp accoglieva parzialmente i ricorsi e annullava le sanzioni irrogate poiché, essendo i soci tutti accomandanti, su di essi non poteva cadere la volontarietà del comportamento riferibile all’amministratore accomandatario.
Secondo il Collegio pistoiese, in sintesi, stante la posizione non gestoria degli accomandanti, nei loro confronti non poteva ravvisarsi quel momento soggettivo che deve presiedere – al fine di irrogare legittimamente la sanzione – l’infedeltà di dichiarazione che, quindi, grava solo su chi amministra la società.

Giudizio di appello
Secondo l’Agenzia delle entrate, che proponeva appello avanti alla Ctr di Firenze, la decisione resa in prime cure contrastava con i principi elaborati, anche in sede giurisprudenziale, riguardo alla posizione del socio accomandante in tema di imputabilità a quest’ultimo delle sanzioni tributarie da omessa o infedele dichiarazione. Di contrario avviso si mostravano i contribuenti, che rinunciavano a impugnare circa la questione della definitività della pretesa impositiva – per come definita in sede di accertamento con adesione – e che continuavano a sostenere la non debenza delle sanzioni, conformemente al deliberato del Collegio pistoiese.

Sentenza della Ctr
La Ctr di Firenze, ribaltando la sentenza della Ctp di Pistoia, concorda con la prospettazione dell’ufficio, riscontrando un orientamento consolidato della Corte di cassazione in materia, espresso anche di recente (ex multis, Cassazione, nn. 16116/2017 e 20099/2018).
Difatti, i giudici di legittimità hanno chiarito che il maggior reddito risultante dalla rettifica operata nei confronti di una società di persone e imputato al socio ai fini delle imposte dirette, ex articolo 5 del Tuir, in proporzione alla relativa quota di partecipazione, comporta anche l’applicazione allo stesso socio della sanzione per infedele dichiarazione ex articolo 46 Dpr n. 600/1973, la cui irrogazione, non fondandosi solo sull’elemento della volontarietà ma anche su quello della colpevolezza, non si pone in contrasto con l’articolo 5 del Dlgs n. 472/1997.
In questo senso, continua la Corte suprema, la colpa, per i soci non amministratori della società in accomandita semplice, consiste “nell’omesso o insufficiente esercizio del potere di controllo sullo svolgimento degli affari sociali e di consultazione dei documenti contabili, nonché del diritto ad ottenere il rendiconto dell’attività sociale e, per i soci amministratori, nell’omesso o insufficiente esercizio dei poteri di gestione, direzione e controllo dell’attività sociale (Cassazione, pronuncia n. 9637/2017).

Brevi osservazioni
La decisione che si annota traccia una netta linea di distinzione tra il “puro socio di capitali” e il socio accomandante, figure che non possono sovrapporsi atteso che quest’ultimo ha maggiori poteri di verifica e di controllo sulla vita sociale, seppur sia escluso dall’amministrazione della compagine.
In casi come quello di specie, in sostanza, affinché il socio accomandante possa essere esentato dal trattamento sanzionatorio, si attua un inversione dell’onere della prova: è il contribuente che deve dimostrare che, per positivi comportamenti altrui, gli sia stato precluso l’esercizio dei menzionati poteri di vigilanza e di controllo, prova che, nella vertenza giunta all’attenzione della Ctr di Firenze, non è stata fornita.
Qualora, invece, l’accomandante riesca a fornire la descritta prova, egli potrà legittimamente rivolgere all’amministratore una consequenziale richiesta di risarcimento del danno, in ossequio ai principi generali dell’ordinamento.

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