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Giurisprudenza

Senza credito d’imposta la pmi in timeout per integrare la domanda

Il termine di legge entro il quale si possono apportare correzioni alla prima richiesta è perentorio

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Con ordinanza n. 21320 del 6 ottobre, la Corte di cassazione ha stabilito, in tema di agevolazioni tributarie per le piccole e medie imprese, la decadenza dal diritto di fruire del credito d’imposta per l’assunzione di nuovi dipendenti la pmi che, pur invitata a regolarizzare la domanda, non ottempera entro il termine di 15 giorni dal ricevimento dell’invito dell’ufficio. La vertenzaLa lite fiscale nasce dall’impugnazione di un provvedimento di diniego dell’incentivo, sotto forma di credito di imposta, previsto dall’articolo 4 della legge 449/1997 per l’assunzione di nuovi dipendenti in determinate aree territoriali, asseritamene vantato da una società di capitali, che il competente ente impositore ha fondato sul rilievo della tardività della domanda rispetto al termine di presentazione previsto dal Dm 311/1998.La società non aveva adempiuto tempestivamente, dato che non aveva ritenuto perentorio il termine stabilito dall’articolo 6, comma 3, del richiamato decreto ministeriale per ottemperare all’invito dell’ufficio di completare, dei prescritti elementi, la richiesta del beneficio in questione. La contestazione ha trovato accoglimento in Ctp e conferma da parte della Ctr che, nel respingere l’appello dell’ufficio, ha ritenuto il termine in questione di natura semplicemente “ordinatoria”.Circostanza, questa, contestata dall’Amministrazione finanziaria, che censura la sentenza impugnata con un unico motivo di ricorso per cassazione con il quale, deducendo la violazione dell’articolo 4 della legge 449/1997 e dell’articolo 5 del Dm 311/1998, rileva che erroneamente il giudice del riesame ha disconosciuto la perentorietà del prescritto termine. La Suprema corte ritiene fondata l’eccezione in quanto, ai fini dell’attribuzione alle piccole e medie imprese del credito d’imposta (Irpef, Ilor, ovvero Iva) per l’assunzione di nuovi dipendenti, ha già avuto modo di affermare al riguardo il principio (cfr Cassazione, sentenza n. 15865/2005) in base al quale l’inottemperanza all’invito dell’ufficio finanziario di completare, nel termine di 15 giorni, con gli elementi prescritti, la richiesta del contribuente comporta il disconoscimento del beneficio.Tale diniego deriva dall’articolo 6, comma 3, del Dm 311/1998, il quale dispone che costituisce causa di non riconoscimento del credito d’imposta la mancata regolarizzazione della richiesta entro 15 giorni dall’inerente invito, ed è diretta espressione del potere, demandato al ministero delle Finanze dall’inequivoco disposto di cui all’articolo 4, comma 6, della legge 449/1997, di stabilire con decreto ministeriale le procedure di controllo, prevedendo “specifiche cause di decadenza dal diritto al credito”. Tutto ciò trova la sua ratio nell’esigenza di definire entro un tempo determinato l’inerente onere finanziario, altrimenti sospeso ad libitum. Procedura dell’incentivo all’occupazione Per comprendere i termini della vicenda normativa, che sta a monte della vertenza culminata nell’ordinanza n. 21320/2009, si osserva che la legge 449/1997 ha previsto il riconoscimento di incentivi, nella forma del credito d’imposta, per le piccole e medie imprese operanti in specifiche aree situate nei territori di cui all’obiettivo 1 del Regolamento Ce n. 2052/88 (regioni del Sud Italia, isole, aree interessate dai patti territoriali, aree urbane svantaggiate, comuni partecipanti alle aree di sviluppo Asi, comuni montani) che provvedevano all’assunzione di dipendenti nel periodo dal 1° ottobre 1997 al 31 dicembre 2000.Il decreto ministeriale 311/1998 ha, poi, regolamentato l’attuazione di tali incentivi e con decreto direttoriale 27 agosto 1998 è stato approvato il modulo da utilizzare per la richiesta del credito di imposta per le nuove assunzioni (in particolare, l’importo del credito era pari a 10 milioni di lire per il primo dipendente e a 8 milioni per ognuno di quelli assunti successivamente al primo).Il contribuente poteva avvalersi del beneficio ai fini dei versamenti, in saldo e in acconto, ovvero in compensazione di Irpef, Irpeg e Iva (cfr circolare n. 219/1998).Ai fini della richiesta di riconoscimento del credito d'imposta, in base all’articolo 5 del Dm 311/1998, le pmi presentavano la richiesta entro trenta giorni dall’assunzione del dipendente mediante raccomandata con avviso di ricevimento, al Centro di servizio di Pescara, che provvedeva quindi a ordinare cronologicamente le richieste secondo la loro data di spedizione, predisponendone apposito elenco. Gli uffici delle Entrate, ai quali il Centro di servizio di Pescara trasmetteva in tempi congrui l’elenco dei soggetti ammessi alla fruizione del credito di imposta, provvedevano a effettuare controlli, anche a campione, per verificare se l’utilizzo del credito stesso fosse avvenuto nel rispetto del possesso dei necessari presupposti e nell’osservanza dei vincoli previsti dalla legge.Qualora emergeva una utilizzazione del credito di imposta oltre i limiti consentiti, in quanto non erano state rispettate le condizioni dettate dall’articolo 4, commi 8 e 9, della legge 449/1997 (decremento e incremento del credito medesimo, ovvero superamento del limite massimo di credito riconoscibile), il Centro servizio comunicava al soggetto interessato l’avvio del procedimento di revoca del maggior credito di imposta di cui lo stesso aveva usufruito, indicando le violazioni riscontrate. In merito a queste ultime, la parte poteva fornire le sue giustificazioni entro 15 giorni dalla data di ricevimento della comunicazione di avvio del procedimento stesso.Infatti, l’articolo 6, comma 3, del Dm 311 precisava che, nel caso di richiesta compilata in modo incompleto e successivamente regolarizzata su invito del Centro di servizio, la data che rilevava, ai fini della predisposizione dell’elenco, era quella di spedizione dell’integrazione della richiesta, che doveva comunque essere inviata entro il termine perentorio di quindici giorni dal ricevimento dell’invito. Natura del termine di adempimentoCirca la natura del termine previsto dalla normativa per la regolarizzazione della richiesta incompleta, va evidenziato che già con circolare n. 186/2000 il ministero delle Finanze aveva chiarito che “stante il tenore letterale delle disposizioni di cui agli articoli 5, comma 1, e 6, comma 3, del decreto n. 311 del 1998, si ritiene che i termini ivi indicati debbano considerarsi perentori”.Peraltro, giova anche richiamare un precedente “simile” a quello trattato dall’ordinanza 21320, rinvenibile nella pronuncia n. 19627/2009, con la quale la Corte di cassazione ha stabilito che è legittimo negare le agevolazioni per gli investimenti nelle aree svantaggiate, disposti dall’articolo 8 della legge 388/2000, all’azienda che non comunica i dati all’ufficio entro il termine stabilito (nella specie, l’azienda aveva inviato tardivamente al Centro di servizio di Pescara la comunicazione dei dati relativi a tale investimento, ossia dopo il termine ultimo assegnato per l’adempimento con provvedimento 24 gennaio 2003 dell’agenzia delle Entrate). In conclusione, è condivisibile la linea di demarcazione assunta nelle pronunce citate dal giudice di legittimità sulla perentorietà del termine in questione in quanto, in caso contrario, si verificherebbe un vero e proprio conflitto con il generale principio della certezza del diritto, venendo a essere rimessa, a una delle parti del rapporto, la discrezionalità ad libitum di adempiere a un onere. Circostanza che nel caso di specie è “sfuggita” a entrambi i giudici di merito.
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