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Giurisprudenza

Silenzio-rifiuto su rimborso,
prova di illegittimità al ricorrente

La dimostrazione dettagliata è di estrema importanza poiché, nel giudizio riguardante le restituzioni d’imposta, il contribuente rappresenta l’attore non solo in senso formale, ma anche sostanziale

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Con l’ordinanza n. 27845 del 3 ottobre 2023, la Corte di cassazione ha stabilito che, nel processo tributario, il contribuente che impugna il silenzio-rifiuto sull'istanza di rimborso ha l’onere di dimostrare che il rifiuto è illegittimo.
L'Amministrazione finanziaria, invece, può difendersi a tutto campo, non essendo vincolata a una specifica motivazione di rigetto, con la conseguenza, che le eventuali “falle” del ricorso introduttivo possono essere eccepite dall’ufficio anche in appello, fatto salvo il limite oggettivo del giudicato.

La sentenza
La controversia trae origine dal ricorso proposto da un consulente del lavoro avverso il silenzio-rifiuto opposto dall’Amministrazione finanziaria, a seguito della presentazione di una istanza di rimborso dell’Irap versata dallo stesso professionista. L’istante eccepiva che l’imposta non fosse dovuta, in quanto egli esercitava la professione senza l'ausilio di collaboratori e in assenza di autonoma organizzazione, dato l'utilizzo di una sola automobile in locazione finanziaria, un telefono cellulare e due computer portatili.

La Ctp ha accolto il ricorso, affermando il diritto al rimborso dell'imposta versata, in ragione dell'esiguità dei beni strumentali utilizzati per lo svolgimento della propria professione.
La decisione è poi stata integralmente riformata dalla Commissione tributaria regionale, che ha accolto l’appello dell’Agenzia delle entrate.

Contro la pronuncia della Ctr, il professionista ha presentato ricorso per cassazione, lamentando violazione dell'articolo 2 del Dlgs n. 446/1997, laddove la Commissione tributaria regionale ha ritenuto dimostrato il requisito dell’autonoma organizzazione, in quanto il contribuente si avvaleva in modo rilevante e continuativo di collaboratori.

I giudici di legittimità, nel dichiarare infondato il motivo, hanno chiarito, in premessa, che il contribuente non era stato in grado di superare l’onere di provare che, per l'attività professionale svolta, non si avvaleva della struttura societaria di cui era socio.
Tale circostanza è di estrema importanza in quanto, nel giudizio riguardante la materia dei rimborsi, il contribuente riveste la qualità di attore non solo in senso formale, ma anche sostanziale.
Diretta conseguenza è che il contribuente ha l'onere di allegare e provare i fatti posti a sostegno della domanda di rimborso. Dall’altro lato, le argomentazioni difensive con le quali l'Amministrazione nega la sussistenza dei fatti nei termini dedotti dal contribuente costituiscono mere difese, come tali non soggette ad alcuna preclusione processuale, salva l'ipotesi della formazione del giudicato interno.

Al termine del ragionamento, i giudici della Cassazione hanno ribadito un orientamento oramai consolidato per cui, nel processo tributario riguardante controversie sul silenzio-rifiuto formatosi su una istanza di rimborso, il contribuente deve dimostrare che, in punto di fatto, non sussiste alcuna delle ipotesi che legittimano il rifiuto. L'Amministrazione finanziaria può, dal canto suo, difendersi a tutto campo, non essendo vincolata a una specifica motivazione di rigetto, con la conseguenza che le eventuali “falle” del ricorso introduttivo possono essere eccepite, anche in appello, dall’ufficio erariale. Ciò a prescindere dalla preclusione posta dall'articolo 57 del Dlgs n. 546/1992, che definisce il divieto di domande nuove in appello, in quanto si tratta di eccezioni che attengono all'originario thema decidendum (sussistenza o meno dei presupposti che legittimano il rifiuto del rimborso), fatto salvo il limite oggettivo del giudicato (cfr Cassazione, pronuncia n. 31626/2018).

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