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Giurisprudenza

La somma dei diritti di voto
rende la partecipazione qualificata

L’usufrutto legale del genitore sulle azioni del figlio minore ne comporta il cumulo con quelle di proprietà del genitore, per individuare la diversa tassazione in sede di cessione

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Nella controversia oggetto della sentenza 6360/2014, il contribuente aveva ritenuto assoggettata a tassazione con la minore delle aliquote previste dall’imposizione sostitutiva dell’Irpef dettata in tema di redditi diversi derivanti dalla cessione di partecipazioni societarie disciplinata dall’articolo 81, comma 1, lettera c), del Tuir (ante 2004, ora articolo 67, nella versione risultante dall’introduzione dell’Ires), avendo confidato su un’interpretazione dottrinale in ambito civilistico in tema di usufrutto legale previsto dalla riforma del diritto di famiglia del 1975.
 
La questione oggetto dell’intervento della Corte regolatrice del diritto concerne la cessione di una partecipazione azionaria, pari al 16,33%, definita qualificata dall’ufficio finanziario ai sensi dell'articolo 81 del Tuir e dell’articolo 5, comma 1, del Dlgs 461/1997, in quanto tale partecipazione avrebbe dovuto essere tenuta distinta da quella, pari al 32,67%, della figlia minore, sulla quale la contribuente esercitava la potestà genitoriale, e dei cui beni aveva, pertanto, l'usufrutto legale.
Infatti, è stato rilevato da parte della letteratura civilistica come tale usufrutto legale differirebbe da quella dell'usufrutto ordinario disciplinato dall'articolo 978 del codice di diritto comune, ma prevalente dottrina offre una lettura della disciplina codicistica dettata in tema di diritto di famiglia esaltando la destinazione, operata all'articolo 324, comma 2, dei “frutti percepiti al mantenimento della famiglia e all'istruzione e educazione dei figli”, che riguardo l’usufrutto legale si declina individuando il proprio fondamento nel principio di solidarietà familiare.
 
La Corte territoriale di seconda istanza aveva accolto tale impostazione, ritenendo che il cumulo dei redditi del genitore e dei figli minori soggetti all'usufrutto legale dei genitori previsto ai fini della dichiarazione e della determinazione del reddito dall’articolo 1, comma 3, del Dpr 600/1973, in riferimento all’articolo 4, lettera c), del Tuir “non comporta una commistione dei beni in capo al rappresentante”, senza tenere conto della differenza sussistente tra imputazione dei redditi dei minori e la disciplina dettata in tema di capital gain.
Infatti, l’articolo 81, al primo comma, lettera c), prevede che le plusvalenze realizzate mediante cessione a titolo oneroso di partecipazioni qualificate sono soggette all’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi con aliquota del 27% e che costituiscono partecipazioni qualificate quelle che “rappresentino, complessivamente, una percentuale di diritti di voto esercitabili nell'assemblea ordinaria superiore al 2 o al 20 per cento ovvero una partecipazione al capitale o al patrimonio superiore al 5 o al 25 per cento, secondo che si tratti di titoli negoziati in mercati regolamentati o di altre partecipazioni”.
In base all’interpretazione letterale della trascritta disciplina - la quale, ai fini dell’individuazione della partecipazione qualificata prevede pure che “La percentuale di diritti di voto e di partecipazione è determinata tenendo conto di tutte le cessioni effettuate nel corso di dodici mesi, ancorché nei confronti di soggetti diversi”- diviene rilevante la percentuale di diritti di voto esercitabili nell’assemblea ordinaria (ossia di un elemento rinvenibile in capo al soggetto titolare del relativo diritto) e non nella partecipazione agli utili o in altro parametro.
 
La pronuncia del Supremo collegio in commento giustifica tale cumulo anche in base al canone ermeneutico funzionale, racchiuso nell’evidenziata differenza tra atti compiuti dai genitori nell'esercizio dei poteri e doveri di rappresentanza e di amministrazione del patrimonio del minore (che competono loro ai sensi dell'articolo 320 cc e seguenti, in quanto atti che il genitore è legittimato a porre in essere solo in nome e nell'interesse esclusivo del minore) e atti di esercizio dei poteri di godimento e di gestione che spettano al genitore in quanto titolare dell'usufrutto legale sono atti che questi pone in essere agendo in nome proprio.
Tale conclusione trova conferma – a opinione della Suprema corte – citando la risalente pronuncia di legittimità 7614/1996, secondo cui l’unico obbligo gravante sull’usufruttuario in tema di “usufrutto ordinario” (ossia non legale da patria potestà) è quello di “astenersi da comportamenti che possano arrecare ingiusto danno al nudo proprietario ed in particolare da modi di esercizio del predetto diritto che possano compromettere la conservazione del valore economico della partecipazione in società”.
 
Tale ragionamento a contrario non ci convince del tutto, in quanto distinti sono i piani d’indagine, essendo quest’ultimo riferibile alla responsabilità in caso d’illecito, mentre in ambito tributario, risulta sufficiente, l’indicazione che, ai fini del reddito diverso in esame, vale la posizione del soggetto titolare del diritto di proprietà pieno o di diritti reali parziali, quale l’usufrutto, il quale è stato specificamente individuato dal legislatore del Tuir e del Dlgs 461/1997, quale elemento rilevante ai fini del calcolo del limite quantitativo per l’imposizione sostitutiva dell’Irpef.
 
Non ci constano precedenti negli esatti termini, ma può citarsi la sentenza della Cassazione 9602/2003, secondo la quale, in tema di imposte sui redditi, l’articolo 81, comma 1, lettera c), del Tuir - nel considerare tra i “redditi diversi” le “plusvalenze realizzate mediante cessione a titolo oneroso di partecipazioni qualificate” - stabilisce che, per assumere rilievo fiscale, tale cessione deve riguardare una partecipazione al capitale di importo “superiore al 5 per cento” e che detta percentuale deve essere determinata tenendo “conto di tutte le cessioni effettuate nel corso di dodici mesi, ancorché nei confronti di soggetti diversi”. Ove tali cessioni si realizzino nell’ambito di una operazione di fusione per incorporazione, la quale finisca per coinvolgere complessivamente la suddetta percentuale di partecipazione, costituiscono plusvalenze tassabili ai sensi della citata norma le cessioni frazionate di quote azionarie da parte dei vari singoli soci, anche se, singolarmente prese, non raggiungano la suddetta percentuale.
 
 
a cura di Giurisprudenza delle imposte edita da ASSONIME
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