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Giurisprudenza

Sui depositi Iva, toccare per credere.
Una regola valida, ma non sempre

Tre le questioni pregiudiziali sottoposte all’attenzione dei giudici comunitari dalla Commissione tributaria regionale a seguito di appello presentato dal ricorrente

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Al centro del contenzioso comunitario è una società cooperativa a responsabilità limitata che ha importato presso l'Agenzia delle Dogane merci provenienti da un Paese terzo. La dichiarazione doganale indicava che le merci erano destinate al deposito fiscale ai fini dell’Iva; pertanto, alla data dell'operazione non era richiesto alcun versamento dell’Iva all’importazione. Il giorno dopo l’importazione, il gestore del deposito procedeva a iscrivere i beni nel registro di magazzino, ma a seguito di controlli emergeva che non erano mai stati introdotti fisicamente nel deposito, bensì soltanto virtualmente, mediante iscrizione nel suddetto registro.
 
Iva e applicazione del reverse charge
Le merci erano, quindi, immediatamente estratte dal regime del deposito fiscale e l’Iva veniva assolta mediante reverse charge applicato dalla società. Ritenendo violati i presupposti per la posticipazione del versamento dell’Iva all’importazione, in quanto le merci non erano state fisicamente introdotte nel deposito fiscale, l’Ufficio richiedeva, a norma dell’articolo 13 del decreto legislativo n. 471/97, il pagamento dell’Iva all’importazione, maggiorata da una sanzione pari al 30% del suo importo.
 
La posizione dei giudici nazionali
La società impugnava tale atto presso la Ctp di Livorno, affermando di aver regolarizzato la posizione mediante il meccanismo dell’inversione contabile, versando l'Iva all’Agenzia delle Entrate anziché alle Dogane. Respinto il ricorso, la società  proponeva appello, evidenziando che l’accertamento in rettifica era fondato unicamente sulla circostanza che le merci importate non erano state «fisicamente» introdotte nel deposito fiscale, senza che vi fosse stata sottrazione dell’Iva poiché, al momento dell’immissione in consumo, si sarebbe provveduto ad un’autofatturazione dell’acquisto, tramite importazione, ed al pagamento dell’Iva in tal modo regolarizzata.
Di contrario avviso si mostravano le Dogane, secondo cui il presupposto applicativo del regime dei depositi Iva è l'introduzione fisica delle merci negli stessi, in quanto il posticipato incasso dell'imposta sarebbe garantito unicamente dalla presenza dei beni in un deposito fiscale regolarmente autorizzato.
 
Le questioni pregiudiziali
La Ctr di Firenze, sospeso il procedimento, formulava, allora, alla Corte di giustizia i seguenti quesiti:
  • secondo l’articolo 16 della direttiva Iva, la destinazione dei beni importati in un regime di deposito diverso da quello doganale, e cioè di deposito Iva, è sufficiente a consentire l’esenzione del pagamento dell’Iva all’importazione anche laddove l’introduzione avvenga solo cartolarmente e non fisicamente?
  • la sesta direttiva osta alla prassi con cui uno Stato membro riscuote l’Iva all’importazione nonostante questa – per errore o irregolarità – sia stata assolta in reverse       charge attraverso emissione di autofattura e contestuale registrazione nel registro delle vendite e degli acquisti?
  • viola il principio di neutralità dell’Iva la pretesa dello Stato membro di esigere l’Iva assolta in reverse charge mediante emissione di autofattura e contestuale registrazione nel registro delle vendite e degli acquisti?
La pronuncia degli eurogiudici
Il legislatore europeo – secondo i togati comunitari - ha subordinato l’esercizio della facoltà concessa agli Stati membri di prendere misure particolari per esentare determinate operazioni dal pagamento dell'Iva al ricorrere di due presupposti sostanziali: da un lato, che la merce, la cui importazione deve essere esentata, non sia destinata ad un’utilizzazione o ad un consumo finali e, dall’altro, che l’importo dell’Iva, dovuto all’atto dello svincolo dal regime cui tale merce era sottoposta, corrisponda all’importo dell’Iva che sarebbe stato dovuto se ognuna delle operazioni fosse stata oggetto di imposta all’interno del paese.
La normativa italiana, che richiede il trasporto fisico delle merci nei depositi Iva non può ritenersi, in linea di massima, comunitariamente illegittima; tuttavia, nel caso di specie, il mancato pagamento dell'Iva all'importazione è stato regolarizzato mediante reverse charge applicato dal soggetto passivo.
In sostanza, tale situazione può essere equiparata a un versamento tardivo dell'Iva, che, in assenza di  frodi, non può elidere il diritto a detrazione del soggetto passivo, pena lesione del principio di neutralità.
 
Le conclusioni degli eurogiudici
L’articolo 16, paragrafo 1, della sesta direttiva non osta ad una normativa nazionale che subordini la concessione dell’esenzione dal pagamento dell’Iva all’importazione alla condizione che le merci importate e destinate a un deposito fiscale siano fisicamente introdotte nel medesimo.
Tuttavia, in conformità al principio di neutralità dell’imposta, non è possibile richiedere il pagamento dell'Iva all’importazione ove la stessa venga regolarizzata mediante un’autofatturazione e registrazione nel registro degli acquisti e delle vendite del soggetto passivo.

 
Data della sentenza
17 luglio 2014
Numero della causa
Causa C-272/13
Nomi delle parti
  • Equoland Soc. coop. a r.l.
  • Agenzia delle Dogane – Ufficio delle Dogane di Livorno
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