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Giurisprudenza

La tardiva autotutela vale la condanna alle spese

Oneri da soccombenza conseguenti alla cessazione del processo determinata dal ritiro dell'atto da parte dell'Amministrazione

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E' giustificata la condanna alle spese del giudizio di primo grado di un Comune che abbia proceduto - nonostante la tempestiva diffida del contribuente - all'annullamento in autotutela dell'atto impositivo solo dopo la notifica del ricorso. In questi termini si è espressa la Commissione tributaria regionale di Roma nella sentenza n. 279 del 28 gennaio 2008, che andiamo a esaminare.

Una società propone ricorso contro una richiesta di versamento della Tarsu avanzata da un'Amministrazione comunale, in quanto ritenuta illegittima e non dovuta.
Il giudice di primo grado - a fronte del provvedimento di sgravio del carico iscritto a ruolo depositato dal Comune nell'atto di costituzione in giudizio - nel dichiarare cessata la materia del contendere, condanna l'ente comunale convenuto al pagamento delle spese del giudizio per la tardività nell'esercizio dei poteri di autotutela che non aveva consentito alla società ricorrente di evitare l'impugnazione della cartella di pagamento emessa a causa di un evidente errore.

Il Comune impugna la sentenza e contesta proprio quest'ultima statuizione.
Sostiene, per un verso, che lo sgravio è stato disposto prima della proposizione del ricorso e, per un altro, che non è consentito sanzionare con la condanna alle spese il comportamento processuale delle parti e che solo la parte soccombente può essere condannata al pagamento delle spese di giudizio (ex articolo 15 del Dlgs 546/1992) mentre, nel caso di specie, trattandosi di cessata materia del contendere, troverebbe applicazione il principio secondo cui le spese restano a carico della parte che le ha sostenute (ex articolo 46, comma 3, del Dlgs 546/1992).

Per i giudici del gravame, però, l'appello è infondato e deve essere rigettato.

La Commissione tributaria regionale argomenta come, dagli atti di causa, emerga un chiaro comportamento illegittimo dell'Amministrazione comunale rimasta inerte sia di fronte alla richiesta di sgravio che alla successiva diffida entrambe presentate dalla società ricorrente ben prima della scadenza del termine per impugnare la cartella in questione.
Lo sgravio del carico iscritto a ruolo, continuano i giudici di secondo grado, è intervenuto a giudizio in corso e se ne è avuta notizia soltanto con la costituzione del Comune nel giudizio stesso.
In tale comportamento, conclude la Commissione tributaria regionale, "Non è chi non veda che il ricorso è stato causato dalla tardività del provvedimento di sgravio di cui per converso il Comune appellante, comunque, non ha in alcun modo provato la tempestività".
Solo per completezza di trattazione, si fa presente che il Comune appellante è stato condannato anche al pagamento delle spese del giudizio di appello a favore della società appellata.

Di analogo tenore alla pronuncia esaminata è la sentenza n. 291 dell'8/10/2007 - sempre emessa dalla Commissione tributaria regionale di Roma - nella quale, tuttavia, il giudice di appello si è spinto più oltre laddove, nell'affermare che qualora il contribuente indichi con il proprio ricorso elementi di fatto tali da rendere evidente l'errore in cui sia incorso l'ente impositore e quest'ultimo non si adopera per verificare l'errore in cui sia incorso e non proceda ad annullare in autotutela la procedura impositiva, non solo deve essere condannato al pagamento delle spese di giudizio ma anche "…al risarcimento dei danni per 'lite temeraria' ai sensi dell'art. 96 del codice di procedura civile".

Tralasciando, in questa sede, l'analisi del delicato problema di stabilire se quest'ultimo tipo di responsabilità possa essere fatta valere davanti al giudice tributario, la sentenza in rassegna, al di là delle argomentazioni svolte, ci offre lo spunto per esaminare la materia della condanna alle spese del giudizio a seguito dell'estinzione dello stesso per cessata materia del contendere, di cui all'articolo 46 del Dlgs 546/1992.

In particolare, il comma 3 dell'articolo 46 - sul quale si basa la linea difensiva del Comune non condivisa però dai giudici di appello - stabilisce che "Le spese del giudizio estinto a norma del comma 1 restano a carico della parte che le ha anticipate, salvo diverse disposizioni di legge".
Questo comma, tuttavia, è stato oggetto di un intervento da parte della Corte costituzionale che, con sentenza 274/2005 (richiamata sia nella decisione di primo grado che in quella di appello oggetto del presente commento), lo ha ritenuto lesivo del principio di ragionevolezza, nella parte in cui non prevede la statuizione sulle spese processuali nelle ipotesi di cessazione della materia del contendere diverse dai casi di definizione delle pendenze tributarie previsti dalla legge.

In particolare, il Giudice delle leggi ha affermato che "La compensazione ope legis delle spese processuali nel caso di cessazione della materia del contendere, rendendo inoperante il principio di responsabilità per le spese del giudizio, si traduce in un ingiustificato privilegio per la parte che pone in essere un comportamento di regola determinato dal riconoscimento della fondatezza delle altrui ragioni e, corrispondentemente, in un del pari ingiustificato pregiudizio per la controparte, specie quella privata, obbligata ad avvalersi, nella nuova disciplina del processo tributario, dell'assistenza tecnica di un difensore e, quindi, costretta a ricorrere alla mediazione (onerosa) di un professionista abilitato alla difesa in giudizio".
In altri termini, la Corte costituzionale ha affermato l'illegittimità costituzionale del comma 3 dell'articolo 46 del Dlgs 546/1992 nella parte in cui si riferisce alle ipotesi di cessazione della materia del contendere diverse dai casi di definizione delle pendenze tributarie previsti dalla legge, dovendo, pertanto, in tali ipotesi, la Commissione tributaria pronunciarsi sulle spese ai sensi dell'articolo 15, comma 1, dello stesso decreto.

Di tale modificazione della norma operata dalla pronuncia costituzionale, ha fatto applicazione la Corte di cassazione che - nella sentenza 21380/2006 - ha elaborato il concetto di "soccombenza virtuale" laddove ha statuito che "…il giudice di merito che prenda atto del venir meno della materia del contendere deve procedere ad una valutazione dell'esito virtuale della controversia e ben può accollare le spese alla parte virtualmente soccombente".

Tale valutazione deve sempre essere effettuata nelle ipotesi in cui una Pubblica amministrazione provveda ad annullare l'atto impositivo in via di autotutela ma con ingiustificabile ritardo; valutazioni opportunamente effettuate dalla Commissione tributaria regionale di Roma nella sentenza n. 279 del 28 gennaio 2008.
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