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Giurisprudenza

La “tradizione” non è vincolante.
Legittima la decisione innovativa

E il contribuente non può sottrarsi alla pronuncia e difendersi affermando che il precedente orientamento, nel quale aveva posto affidamento, statuiva un diverso principio di diritto

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Nell’interpretazione di norme sostanziali, il giudice di merito può discostarsi dall’orientamento costante della giurisprudenza di legittimità, se offre un’analisi argomentativa capace di supportare in maniera adeguata l’iter decisionale che ha adottato.
Lo ha affermato la Cassazione, con l’ordinanza n. 174 del 9 gennaio 2015.

I fatti
La controversia riguarda un avviso di liquidazione con il quale l’ufficio ha recuperato l’imposta di registro nei confronti di una contribuente, revocando i benefici “prima casa”, poiché la signora non aveva acquistato il nuovo immobile, da adibire ad abitazione principale, entro un anno dalla vendita dell’appartamento per il quale aveva fruito dell’agevolazione.
 
Il giudice di primo grado ha ritenuto che l’agevolazione era sì persa, ma anche il pagamento dell’imposta di registro era stato chiesto ben oltre il termine di decadenza triennale del potere di accertamento.
 
Di diverso avviso il giudice di appello: non era tardivo l’esercizio della potestà impositiva, dovendosi applicare la proroga biennale (articolo 11, comma 1, legge 289/2002) del termine di tre anni (articolo 76 del Dpr 131/1986) anche per il recupero dei benefici fiscali “prima casa”, come del resto affermato dalla giurisprudenza di legittimità (Cassazione, sentenze 4321/2009, 12069/2010, 21533/2011 e 24401/2011).
 
La contribuente ha proposto ricorso per cassazione lamentando, tra l’altro, che la sentenza impugnata era fondata su precedenti che avevano mutato le regole sui termini decadenziali per il recupero delle agevolazioni prima casa. E la signora, proprio su tali regole, aveva fatto legittimo affidamento.
La ricorrente ha affermato inoltre che, nonostante nel sistema interno non operasse il principio del precedente giurisprudenziale vincolante, la sentenza di secondo grado contrastava con il precedente orientamento di legittimità (Cassazione, sentenze 1628/2003, 28880/2008 e 12416/2010) senza alcuna motivazione al riguardo. E non si era neppure in presenza di un errore interpretativo della norma né di un precedente non più attuale, tali da giustificare lo scostamento del giudice di merito che, con grande cautela, avrebbe potuto introdurre un nuovo e diverso orientamento.
 
La Corte, respingendo il ricorso, ha ribadito come “...l’attività interpretativa delle norme giuridiche compiuta da un Giudice, in quanto consustanziale allo stesso esercizio della funzione giurisdizionale, non possa mai costituire limite alla attività esegetica esercitata da un altro Giudice, dovendosi richiamare al proposito il distinto modo in cui opera il vincolo determinato dalla efficacia oggettiva del giudicato ex art. 2909 c.c., rispetto a quello imposto, in altri ordinamenti giuridici, dal principio dello ‘stare decisis’… che non trova riconoscimento nell’attuale ordinamento processuale…” (Cassazione, sentenza 174/15 e, ivi, sentenze 23723, 24438 e 24339 del 2013).
 
Osservazioni
I giudici di legittimità sono stati chiamati ad analizzare due differenti questioni fra loro connesse: da una parte, la possibilità, per il giudice di merito, di applicare un orientamento giurisprudenziale di legittimità innovativo rispetto a quello eventualmente sorto all’epoca in cui si era verificata la fattispecie concreta; dall’altra, la possibilità di applicare il mutamento di giurisprudenza solo per il futuro, proprio nel rispetto dei principi di certezza e di affidamento.
 
La Corte ha ribadito che il giudice di merito ben può applicare l’indirizzo giurisprudenziale reso in sede di nomofilachia, se lo ritiene idoneo a definire in modo corretto la controversia, senza dover motivare le ragioni che lo hanno indotto a seguire detto indirizzo.
Non senza motivazione in caso, invece, voglia discostarsene. Ciò in quanto la regola del “precedente vincolante”, anche se non prevista dal alcuna norma del sistema processuale italiano, “costituisce un valore o, comunque, una direttiva di tendenza immanente all’ordinamento, in base alla quale non ci si può discostare da una interpretazione del giudice di legittimità, investito istituzionalmente della funzione nomofilattica, senza delle forti ed apprezzabili ragioni giustificative...” (Cassazione, sezioni unite, sentenze 13620/2012; Cassazione, sentenze 7355/2003 e 23351/2013), ovvero “in difetto di apprezzabili fattori di novità” (Cassazione, sezioni unite 9847/2011).
 
Sulla medesima lunghezza d’onda anche la Corte costituzionale, secondo la quale, a differenza della legge abrogativa e della declaratoria di illegittimità costituzionale, una nuova decisione della Cassazione è suscettibile di essere disattesa in qualunque tempo e da qualunque giudice della Repubblica, “sia pure con l’onere di adeguata motivazione” (sentenza 230/2012).
 
E pure i giudici europei, secondo i quali il principio di certezza del diritto non impone il divieto per la giurisprudenza di modificare i propri indirizzi e di seguirne uno costante, a condizione però che siano rispettate le prerogative generali del “giusto processo”, tutelato dall’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu).
Di conseguenza, non può escludersi la possibilità di un dinamico affinamento della giurisprudenza (Corte diritti dell’uomo, 20 ottobre 2011).
 
Affermato, quindi, che il giudice di merito possa ragionevolmente disattendere la pronuncia della Cassazione, restano da valutare gli effetti delle decisioni di legittimità.
Un mutamento dell’indirizzo della Cassazione, in ordine ai principi già affermati dalla stessa Corte in precedenti decisioni, non è assimilabile allo ius superveniens e, quindi, non soggiace al principio di irretroattività, ex articolo 11, comma 1, preleggi cc, ed ex articolo 25, comma 2, della Costituzione (Cassazione, sentenze 565/2007, 8820/2007 e 6225/2014). Senza che ciò comporti alcuna lesione del principio dell’affidamento.
 
A tale riguardo, la Corte ha chiarito che, mentre il mutamento di legittimità relativo all’interpretazione delle norme regolatrici del processo (dunque, imprevedibile e idoneo a precludere il diritto di azione e di difesa) rende necessario tutelare la parte che si è conformata alla precedente giurisprudenza (Cassazione, sezioni unite, n. 13676/2014, 15144/2011 e 24413/2011), non altrettanto si verifica per gli effetti di natura sostanziale (Cassazione, sentenza 13087/2012), rispetto ai quali “deve essere confermato il carattere retrospettivo dell’efficacia del precedente giudiziario”.
 
Conclusioni
Nella fattispecie sottoposta al vaglio della Corte:
  • il giudice di merito non si è discostato dall’indirizzo di legittimità espresso in materia
  • i precedenti, relativi all’asserito contrasto interno alla stessa Corte, non riguardano la proroga biennale del termine di decadenza ex articolo 11 della legge 289/2002, ma la decorrenza iniziale di tale termine.
Di conseguenza, la sentenza di secondo grado non poteva essere cassata né per difetto di motivazione né per violazione dei principi di certezza del diritto e di affidamento del contribuente.
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