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Giurisprudenza

Valida la notifica all’estraneo
qualificatosi come “coniuge”

Anche se il destinatario dell’avviso dimostra in un momento successivo l’inesistenza di un rapporto di convivenza o di matrimonio, prevale la fede privilegiata della relata

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La notifica dell’avviso di accertamento è valida anche se il contribuente dimostra che la persona che aveva materialmente preso in consegna l’atto, contrariamente a quanto dichiarato all’ufficiale giudiziario nella relata di notifica, non è il coniuge convivente.  In questi termini si è espressa la Cassazione nell’ordinanza n. 18492 del 1° agosto, accogliendo il ricorso proposto dall’Agenzia delle Entrate.

I fatti di causa
La Commissione tributaria regionale della Campania, nel confermare la sentenza di primo grado, aveva dichiarato la nullità di un atto impositivo tributario (ruolo) emesso nei confronti un contribuente, per vizio di notifica degli atti presupposti (avviso di accertamento).
Secondo i giudici di appello napoletani, infatti, dalla documentazione depositata agli atti, risultava che gli avvisi di accertamento presupposti rispetto al ruolo risultavano notificati a una persona che si era dichiarata moglie, capace e convivente, del contribuente accertato e che aveva sottoscritto la notifica. Tuttavia, tale donna - firmataria dell’atto - era del tutto estranea al rapporto tributario, anzi era residente in un altro Comune (rispetto a quello del presunto coniuge, destinatario della notifica), e non risultava essere in rapporto né familiare, né di vicinanza né di coniugio con il destinatario dell’atto impositivo.

Pertanto, secondo i giudici di merito, la notificazione dell’atto presupposto era da considerarsi inesistente, perché effettuata nei confronti di un estraneo rispetto al destinatario dell’atto, con la conseguenza che anche il ruolo e la cartella di pagamento risultavano viziati, quindi nulli.

Contro questa decisione, l’Amministrazione finanziaria propone ricorso in Cassazione lamentando la violazione dell’articolo 2700 del codice civile, secondo cui l’atto pubblico fa piena prova, fino a querela di falso, della provenienza del documento dal pubblico ufficiale che lo ha formato, nonché delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuti.
In particolare, l’Amministrazione ricorrente ritiene erronea la sentenza di appello laddove i giudici di merito hanno disatteso - sulla base della documentazione in atti - la fede privilegiata della relata di notifica, dalla quale risulta che il soggetto consegnatario dell’atto si era qualificato come “moglie convivente” del destinatario, all’atto di ricevere la notifica e di sottoscriverla.

La decisione della Corte suprema
Per i giudici di legittimità la doglianza è fondata e il ricorso merita accoglimento.
Secondo l’interpretazione della Corte suprema, infatti, il giudice di merito ha dato prevalenza alla documentazione depositata in giudizio e dalla quale risultava che la firmataria dell’atto non fosse in rapporto di coniugio né convivente con il destinatario, senza curarsi, invero, del fatto che la consegnataria - con dichiarazione resa all’ufficiale giudiziario che aveva effettuato la notifica, e perciò dotata di fede privilegiata, ai sensi del citato articolo 2700 codice civile - si era qualificata moglie convivente e aveva accettato di ricevere la notifica.
Pertanto, il giudice di merito avrebbe dovuto conformarsi a tale interpretazione e, per l’effetto, ritenere valida ed efficace la notifica.

Al riguardo, la Cassazione, richiama un suo precedente giurisprudenziale in materia di lavoro, il cui principio, tuttavia, ha carattere generale (sentenza n. 239 del 2007), secondo cui “In caso di notificazione effettuata a norma dell’art. 139 c.p.c., comma 2, con consegna dell’atto a persona qualificatasi (secondo le dichiarazioni rese all’ufficiale giudiziario e dal medesimo riportate nella relata di notificazione) quale dipendente del destinatario o addetta all’azienda, all’ufficio o allo studio del medesimo, l’intrinseca veridicità di tali dichiarazioni e la validità della notificazione non possono essere contestate sulla base del solo difetto di un rapporto di lavoro subordinato tra i predetti soggetti, essendo sufficiente che esista una relazione tra consegnatario e destinatario idonea a far presumere che il primo porti a conoscenza del secondo l’atto ricevuto”.
In altri termini, per la Cassazione, “…tali presunzioni non possono essere superate dalla circostanza, provata a posteriori, che la persona che aveva sottoscritto l’avviso di ricevimento lavorava, sia pure nella predetta sede, alle dipendenze esclusive di altro soggetto, se non accompagnata dalla prova che il medesimo consegnatario non era addetto nei medesimi locali ad alcun incarico per conto o nell’interesse del destinatario”.

Osservazioni
Com’è noto, la relata di notificazione di un atto fa fede fino a querela di falso per le attestazioni che riguardano l’attività svolta dall’ufficiale giudiziario procedente, la constatazione di fatti avvenuti in sua presenza e il ricevimento delle dichiarazioni resegli, limitatamente al loro contenuto estrinseco.

Di contro, non sono invece assistite da pubblica fede tutte le altre attestazioni (come la dichiarazione del consegnatario di essere addetto alla casa, dipendente o convivente col destinatario) che non sono frutto della diretta percezione del pubblico ufficiale, bensì di informazioni da lui assunte o di indicazioni fornitegli da altri.

Tuttavia tali attestazioni sono assistite da presunzione di veridicità che può essere superata solo con la prova contraria (Cassazione, sentenza 13216/2007), conseguentemente, nel caso di specie, il contribuente avrebbe dovuto provare - cosa che non è avvenuta - che la consegnataria dell’atto non era legata a lui da alcun rapporto familiare, di lavoro o di servizio.
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