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Giurisprudenza

Valido l’avviso anticipato al socio:
manca un accesso, un’ispezione…

Le disposizioni in materia di diritti e garanzie del contribuente parlano chiaro: il rispetto del termine dilatorio dalla consegna del processo verbale di constatazione è dovuto solo in caso di verifica

verificatore

Nel caso di presunzione di maggior reddito da partecipazione in una società di capitali a ristretta base partecipativa, l’avviso di accertamento nei confronti del socio può precedere quello emesso nei confronti della società verificata, ben potendo essere notificato anche prima dei previsti 60 giorni decorrenti dalla consegna del pvc alla società. Infatti, una volta assodata l'esistenza di un accertamento nei confronti dell’ente, il rispetto del termine dilatorio spetta soltanto nei confronti della medesima società e non del socio in quanto tale, essendo le due posizioni legalmente distinte. Questo il principio affermato dalla Corte di cassazione con la sentenza n. 18383 del 4 settembre 2020.
 
Il fatto
La vicenda processuale ha avuto origine dalle risultanze di una verifica fiscale condotta dalla Guardia di finanza nei confronti di una società di capitali a ristretta base sociale, incentrata sulle movimentazioni bancarie alla stessa riconducibili.
 
Successivamente alla consegna del processo verbale di constatazione, ma prima della notifica dell’avviso di accertamento alla società verificata, l’Agenzia delle entrate ha notificato l’atto al socio per il recupero a tassazione dei maggiori redditi di partecipazione nella società. Più precisamente l’atto impositivo era stato notificato al socio ancor prima del decorso dei 60 giorni dalla consegna del pvc da parte dei militari verificatori.
 
Il socio ha impugnato l’avviso per presunta violazione del termine dilatorio di legge ma il ricorso è stato respinto sia dalla Ctp che dalla Ctr. I giudici d’appello hanno ritenuto infondata la tesi del socio ricorrente perché il rispetto del termine dilatorio non era dovuto, trattandosi di accertamento parziale operato ai sensi dell'articolo 41-bis del Dpr n. 600/1973.  
 
Il contribuente ha presentato ricorso contro la decisione d’appello, lamentando violazione degli articoli 12, comma 7, della legge n. 212/2000 e 41-bis del Dpr n. 600/1973, per non aver rispettato l’amministrazione finanziaria il termine dilatorio di 60 giorni, decorrente dalla consegna del pvc, per la notificazione dell'avviso di accertamento nella sua qualità di socio di tale compagine.
 
Nel caso in esame, per quanto attiene alla società assoggettata a verifica fiscale, l'avviso di accertamento era stato notificato nel rispetto del termine previsto dallo Statuto del contribuente, decorrente dalla consegna del pvc. Nei confronti del socio, invece, l’atto impositivo era stato notificato prima di quello della società, nonostante l'accertamento si fondasse esclusivamente sulle risultanze istruttorie desunte dagli accertamenti della Guardia di finanza.
 
A parere del ricorrente, la pretesa fiscale era da ritenersi illegittima non solo per la preventiva notifica dell’accertamento rispetto a quello della società, ma anche perché l’ufficio non aveva provato l'effettiva distribuzione degli utili al socio, il quale asseriva di non aver mai operato sui conti della società.
 
La Corte di cassazione ha ritenuto infondata la tesi difensiva e ha rigettato il ricorso del contribuente.
 
La decisione
Le disposizioni in materia di diritti e garanzie del contribuente sottoposto a verifiche fiscali prevedono che, dopo il rilascio della copia del processo verbale di constatazione, che sancisce la chiusura delle operazioni da parte dei verificatori, il contribuente possa comunicare entro sessanta giorni osservazioni e richieste ai fini della valutazione da parte degli uffici impositori. L'avviso di accertamento non può essere emanato prima della scadenza del predetto termine, salvo casi di particolare e motivata urgenza.
 
Il tenore letterale dell’articolo 12 comma 7 dello Statuto dei diritti del contribuente (legge n. 212/2000) consentono di riconoscere che il diritto al contraddittorio preventivo spetta “soltanto allo specifico contribuente che sia stato raggiunto da accessi, ispezioni e verifiche presso i locali aziendali” che, nel caso di specie, è la società e non il socio in quanto tale.
 
Le posizioni soggettive della società e del socio sono differenti e non sussiste alcun “rapporto di pregiudizialità necessaria tra accertamento a carico del socio ed a carico della società”, indipendentemente dalla circostanza che l'esistenza di un accertamento a carico della società in ordine a ricavi non contabilizzati costituisca il presupposto per l'accertamento in capo ai soci, sulla base della presunzione di distribuzione di utili extracontabili per le società a ristretta base societaria.
 
Il giudice di legittimità deduce, pertanto, che “una volta assodata l'esistenza di un accertamento nei confronti della società, costituente atto presupposto, non integra alcun vizio incidente sulla legittimità dell'accertamento la mera priorità temporale della notifica del relativo avviso al socio, dovuta all'evidente esigenza di rispettare il termine dilatorio di 60 giorni previsto per la società sottoposta a verifica”.
 
Il principio rimarca una posizione già assunta dalla Corte di cassazione in una fattispecie differente, allorquando è stato affermato che, in ipotesi di condono tombale da parte della società, gli effetti “preclusivi” non si estendono ai soci, “stante la distinta soggettività e posizione fiscale di questi ultimi” (cfr Cassazione nn. 20851/2005 e 10270/2011).
 
In buona sostanza, in ipotesi di verifica fiscale nei confronti della società a ristretta base sociale, l’unico vincolo che incombe sull’ufficio è il rispetto del termine dilatorio dei 60 giorni dalla consegna del processo verbale di constatazione, non essendo al pari necessario che la notifica dell'atto di accertamento sociale, compiutamente effettuato, debba precedere quella dell'atto diretto ai singoli soci.
 
Per quanto riguarda, poi, l’ulteriore doglianza avanzata dal ricorrente in merito all’illegittimità dell’avviso di accertamento, la Corte di cassazione ha sottolineato che, nel merito, l’accertamento in capo al socio è cosa diversa rispetto a quello “a monte” a carico della società. Questo, infatti, è un accertamento bancario fondato sulle movimentazioni dei conti correnti della società, mentre il primo è imperniato sulla presunzione di distribuzione ai soci dei maggiori utili accertati alla società a ristretta base partecipativa, a nulla rilevando le operazioni e le movimentazioni effettuate dalla società.
 
In materia di presunzione di distribuzione pro quota ai soci di utili extracontabili accertati nei confronti della società, il collegio di legittimità ha ulteriormente precisato che il conseguente accertamento non viola il “divieto di presunzione di secondo grado, in quanto il fatto noto non è dato dalla sussistenza dei maggiori redditi della società, bensì dalla ristrettezza dell'assetto societario, la quale implica, normalmente, un vincolo di solidarietà e di reciproco controllo dei soci nella gestione sociale, nonché un elevato grado, da parte loro, di compartecipazione e di conoscenza degli affari sociali”.
 
È onere del socio di fornire la prova che i maggiori ricavi societari non sono stati a lui distribuiti, ma accantonati o reinvestiti o diversamente destinati dalla società. Allo stesso modo, nel particolare caso in cui il socio abbia impugnato l'accertamento a lui notificato senza aver preso parte al processo instaurato dalla società, spetta al socio la facoltà di contestare la validità dell'accertamento a carico della società in ordine a ricavi non contabilizzati.

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