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Giurisprudenza

Valori Omi: come altri report,
costituiscono prove a pieno titolo

Ai fini dell'accertamento induttivo è corretto l'utilizzo di vari elementi presuntivi di evasione, quali i bollettini di quotazioni di mercato o i notiziari Istat

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L’evasione fiscale può essere dimostrata anche grazie ai dati provenienti dall’Osservatorio del mercato immobiliare (Omi), ancorché presuntivi, se ritenuti idonei dal giudice penale a provarla. Questa rigorosa interpretazione è stata fornita dalla Corte di cassazione, terza sezione penale, con la sentenza n. 46165 del 18 novembre.
 
Il fatto
A un contribuente operante nel settore immobiliare era stato notificato, dall’Amministrazione finanziaria, un avviso di accertamento Irpef-Iva per omessa indicazione nella dichiarazione di elementi attivi conseguiti. Per tale ragione, in sede penale l’imprenditore veniva condannato dal tribunale per il reato di dichiarazione infedele (ex articolo, 4 del Dlgs 74/2000), in quanto, al fine di evadere le imposte sui redditi e sul valore aggiunto, indicava nella dichiarazione annuale elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo.
 
La lite è giunta, quindi, in Cassazione, nel cui ricorso l’imputato ha dedotto principalmente l'erronea applicazione della disposizione incriminatrice, in relazione agli articoli 39, comma 2, lettera d), Dpr 600/1973, e 55, comma 3, Dpr 633/1972, perché la Corte territoriale ha ritenuto provato il fatto evasivo, tra l’altro, sulla scorta dei dati Omi, dai quali aveva desunto lo scostamento dal reale valore di mercato dei prezzi di vendita degli immobili. Questo nonostante l’inutilizzabilità, ai fini dell'accertamento all'epoca dei fatti (2004), poiché la rilevanza dell'infedeltà dei relativi ricavi desunta sulla base del valore normale dei beni immobili ceduti era stata introdotta solo nel 2006, con l’articolo 35 del Dl 223.
Trattandosi di accertamento induttivo, la verifica sarebbe stata irritualmente condotta sulla base di presunzioni semplici, prive dei requisiti di gravità, precisione e concordanza richiesti, dal comma 1 dello stesso articolo 39, del Dpr 600/1973, derivandone il giudizio finale di colpevolezza.
 
Motivi della decisione
La Corte suprema dichiara inammissibile il ricorso e osserva che l’assunto dell’imputato riguardo le modalità dell'accertamento effettuato dall'ente impositore è stato espressamente smentito dalla Corte d'appello con motivazione congrua e coerente, dovendosi evidenziare sulla rilevanza penale delle rettifiche induttive, che in base all'orientamento della Cassazione, esse possono rappresentare valido elemento di indagine, ma il giudice deve svolgere una specifica autonoma valutazione di tali elementi comparandoli con altri riscontri acquisiti.
 
Infatti, al riguardo è stato sottolineato (cfr, tra le altre, Cassazione n. 19942/2012) che, ai fini dell'accertamento induttivo (ex articolo 39, comma 2, Dpr 600/1973), va ritenuto corretto l'utilizzo di altri elementi a supporto delle presunzioni di evasione, quali i bollettini di quotazioni di mercato o i notiziari Istat, i quali assurgono a mezzi idonei a fondare le presunzioni semplici, al pari degli studi di settore. Inoltre, che l’Amministrazione finanziaria può effettuare l'accertamento induttivo previsto dall'articolo 54, comma 3, Dpr 633/1972, anche in casi diversi rispetto a quelli previsti dalla norma, fondandolo, ad esempio, su uno scostamento tra prezzo di vendita degli immobili e quanto indicato dalle parti in atto, scostamento accertato mediante acquisizione di atti di mutuo di valore maggiore rispetto ai corrispettivi indicati in atto, integrato con i valori dell'Omi.
Questi dati, infatti, costituiscono gravi incongruenze tra i ricavi, i compensi e i corrispettivi dichiarati e quelli desumibili dall'effettiva attività svolta.
 
In questo quadro, quindi, incombe esclusivamente sul giudice penale il compito di procedere, al fine di verificare l’avvenuto o meno superamento della soglia di punibilità, all’accertamento e, quindi, alla determinazione dell’ammontare dell’imposta evasa, attraverso una verifica che può venirsi a sovrapporre e anche a entrare in contraddizione con quella eventualmente effettuata dinanzi al giudice tributario, non essendo configurabile alcuna pregiudiziale fiscale.
 
Il tributo effettivamente dovuto, poi, va correlato al risultato economico conseguito e deve essere determinato – sulla base delle risultanze probatorie acquisite nel processo penale – dalla contrapposizione dei ricavi e dei costi d’esercizio fiscalmente detraibili, in una prospettiva di prevalenza del dato fattuale reale rispetto ai criteri di natura meramente formali che caratterizzano l’ordinamento tributario (cfr Cassazione nn. 21213/2008 e 36396/2011).
 
In definitiva, come riconosciuto dalla prevalente giurisprudenza di legittimità (cfr Cassazione nn. 5930/2013, 10254/2013 e 11163/2013), la rivendita di beni sottocosto o la contrazione del reddito mediante l’imputazione di costi eccessivi rispetto all’ordinaria attività di impresa, quando effettuata scientemente, comporta, senza dubbio, la possibilità per l’ufficio di rideterminare il reddito da sottoporre a tassazione.
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