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Giurisprudenza

Vendita del giornale e poco più:
l’imposta di riferimento è l’Iva

L’operazione riguarda un bene immateriale che da solo non può garantire la prosecuzione dell’attività produttiva dell’azienda. Altrimenti il “trasloco” avrebbe pagato il Registro

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La cessione di una testata giornalistica, di altri beni mobili e di debiti è equiparata al trasferimento del marchio ed è soggetta a Iva quale prestazione di servizi, a prescindere dalla circostanza che il trasferimento sia avvenuto congiuntamente a quello dell’azienda, o di un suo ramo, ovvero separatamente, in quanto la cessione della testata resterà soggetta a Iva, mentre quella dell’azienda a imposta di registro (in termine fisso).
Lo ha affermato la Cassazione con la sentenza 1102 del 17 gennaio.

I fatti
Con scrittura privata registrata l’1 dicembre 1997 e considerata dai contraenti “cessione di ramo d’azienda”, la società “X” ha ceduto alla neo costituita “Y” la testata giornalistica e alcuni modesti arredi d’ufficio, nonché cospicui debiti (che la cessionaria si accollava verso i terzi quale mezzo indiretto di pagamento del prezzo). Contestualmente la cedente rilevava in locazione dalla cessionaria la testata giornalistica e i beni strumentali per un determinato corrispettivo annuo (oltre l’Iva).

Con avviso di rettifica del 2002, l’Agenzia delle Entrate, ritenendo essersi verificata un’ordinaria cessione di beni e non l’ipotizzata cessione di ramo d’azienda (assoggettata a imposta di registro proporzionale), ha recuperato l’importo di 4.081.240 di euro per Iva evasa.

Nei gradi di merito, i giudici hanno ritenuto, tra l’altro, che la cessione realizzata dalla contribuente, riguardando beni aziendali aventi carattere organico e unitario e dunque idonei all’esercizio dell’impresa giornalistica, era da considerarsi “cessione di ramo d’azienda” non soggetta a Iva.
Di diverso avviso l’Agenzia che ha proposto ricorso per cassazione, osservando, tra l’altro, che la mera cessione di quei beni e servizi non era sufficiente ad assicurare la prosecuzione produttiva dell’attività da parte della società cessionaria e quindi a configurare una cessione d’azienda (violazione degli articoli 3, Dpr 633/1972, e 2555 cc).

La Corte ha accolto il ricorso e ha chiarito che “la testata, come segno distintivo della pubblicazione periodica, costituisce solo un elemento dell’azienda giornalistica (Cass. n. 4600/1987) quale segno distintivo di tale iniziativa editoriale (Cass. 2995/1976). Essa, essendo un bene immateriale, non può dare luogo di per sé stessa a un trasferimento d’azienda (Cass. n. 5062/1989)… o di parte di essa…” e “può essere equiparata al marchio, la cui cessione (art. 3 d.iva) costituisce prestazione di servizi assoggettata a IVA…” (Cassazione, sentenza 1102/2013).

Osservazioni
La Cassazione è stata chiamata, dunque, a verificare se la cessione della testata e di alcuni modesti arredi configurava trasferimento di azienda (e quindi rientrava nella disciplina dell’articolo 2, comma 3, lettera b, Dpr 633/1972, che esclude dalle fattispecie che devono considerarsi “cessioni di beni” assoggettabili a Iva “le cessioni ... che hanno per oggetto aziende o rami di azienda”), o meno, con la conseguenza che la sentenza della Commissione tributaria regionale di Cagliari sarebbe stata viziata da violazione di legge (la disposizione dell’articolo 3, comma 2, n. 2, Dpr 633/1972, infatti, prevede tra le prestazioni di servizi imponibili, se effettuate verso corrispettivo, le “cessioni, concessioni, licenze e simili relative ... a marchi ..., nonché le cessioni …. relative a diritti o beni similari ai precedenti”).

A tale riguardo, la Corte ha sottolineato che, nel caso sottoposto al suo vaglio, il compendio ceduto era insufficiente ad assicurare la prosecuzione dell’attività di impresa, concordando con l’Agenzia delle Entrate che il trasferimento configurava una semplice cessione di beni e servizi.
E a tale conclusione la Corte è giunta attraverso due strade.

Sul piano giuridico - formale, seguendo la scelta compiuta dal legislatore con l’articolo 20, Dpr 131/1986 (“l’imposta è applicata secondo la intrinseca natura e gli effetti giuridici degli atti presentati alla registrazione, anche se non vi corrisponda il titolo o la forma apparente”), i giudici di legittimità hanno ritenuto che si deve privilegiare, nella contrapposizione fra “la intrinseca natura e gli effetti giuridici” e “il titolo o la forma apparente” di essi, il primo termine, unitariamente considerato.

Sul piano sostanziale, la Corte ha enucleato tre punti. La testata:
1) come segno distintivo della pubblicazione periodica, costituisce solo un elemento distintivo dell’azienda giornalistica
2) essendo un bene immateriale, non può dare luogo di per sé stessa al trasferimento dell’azienda giornalistica o di parte di essa
3) essendo segno distintivo dell’iniziativa editoriale (“il prodotto editoriale diffuso al pubblico con periodicità regolare e contraddistinto da una testata, costituente elemento identificativo del prodotto…” , articolo 1, comma 2, legge 62/2001), può essere equiparata al marchio, la cui cessione costituisce prestazione di servizi assoggettata a Iva (ex articolo 3, Dpr 633/1972), e ciò sia se la cessione è avvenuta congiuntamente al trasferimento dell’azienda (o di un suo ramo) sia se è avvenuta separatamente, restando la cessione del marchio soggetta a Iva e quella dell’azienda a imposta di registro, indipendentemente dalla contestualità o meno delle due operazioni (Cassazione, sentenza 4452/2003).

Inoltre, i giudici di legittimità hanno chiarito le differenze tra il caso concreto (soggetto a Iva) e quello oggetto della decisione della Corte giustizia Ce (C–497/01), richiamata dalla contribuente. La regola della Corte Ce (non vi era cessione di beni soggetta a Iva nel caso di trasferimento di un’universalità di elementi, costituenti un’impresa o una sua parte idonea a svolgere un’attività economica autonoma) non trovava applicazione per il trasferimento della sola testata e di pochi arredi, in quanto “solo quando sussiste una cessione di beni strumentali atti, nel loro complesso e nella loro interdipendenza, all’esercizio d’impresa, si deve ravvisare una cessione d’azienda, quale universitas iuris’ soggetta a imposta di registro, mentre la cessione di singoli beni (materiali o immateriali), inidonei di per sé a integrare la potenzialità produttiva propria dell’impresa, deve essere assoggettata ad IVA (Cass. n. 23857/2007, conf. Cass. 84/2002 e Cass. 24913/2008)”.

E tali conclusioni dei giudici di piazza Cavour risultano coerenti sia con la normativa comunitaria (direttive Ce nn. 98/50 e 2001/23), secondo la quale il ramo d’azienda oggetto del trasferimento deve costituire un’entità economica con propria identità, come insieme di mezzi organizzati per un’attività economica, essenziale o accessoria; sia con la legislazione nazionale (articolo 2112, comma 5, cc), che si riferisce alla “parte d’azienda, intesa come articolazione funzionalmente autonoma di un’attività economica organizzata”, evidenziando il legame funzionale che rende i fattori produttivi interagenti e capaci di tradursi in beni o servizi determinati; sia, infine, con la normativa speciale di settore (articolo 1, legge 62/2001).
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